Perché Duterte oggi guarda alla Cina

Perché Duterte oggi guarda alla Cina

Nel viaggio a Pechino l’abbraccio con il grande e ingombrante dirimpettaio è stato stretto e inatteso. Cerca un alleato che nei rapporti bilaterali non ponga alcun limite basato sul rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, ma rischia di portare le Filippine all’isolamento

 

Ancora una volta l’irrequieto e poco diplomatico presidente filippino Rodrigo Duterte ha sorpreso. Questa volta lo a fatto però nel modo più eclatante possibile sul piano internazionale. Durante i quattro giorni di visita a Pechino, Duterte ha comunicato il “divorzio” del suo paese dagli Stati Uniti, dominatore coloniale per mezzo secolo fino al secondo conflitto mondiale e successivamente maggiore alleato e maggiore tutore dell’arcipelago, sempre debole sul piano militare e arretrato su quello economico. «È ora di separarci dagli Stati Uniti», ha dichiarato al Parlamento cinese.

Per farlo – dopo avere insultato pesantemente ancora una volta durante il banchetto di mercoledì con i leader della comunità filippina a Pechino il presidente Barack Obama e avergli comunicato che «stai nel mio Paese per tuo interesse, è tempo di dirci addio, amico mio» –  Duterte ha scelto il luogo meno opportuno per l’antica alleanza, per gli equilibri strategici regionali e anche (fino a pochi giorni fa) per la sua diplomazia.

Il contenzioso aperto con Pechino, avviato nel 2012 con l’invasione della zona economica esclusiva filippina della Secca di Scarborough, proseguito con le schermaglie nelle acque al largo dell’arcipelago, nel Mar Cinese meridionale rivendicato quasi per intero dalla Repubblica popolare cinese. Alimentato dalla sentenza dello scorso luglio della Corte di arbitrato internazionale dell’Aja a cui Manila si era rivolta due anni prima per chiedere un parere sulla legittimità delle pretese cinesi, non ha trovato spazio ufficiale nei colloqui di Duterte con il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro Li Keqiang. L’abbraccio, però, con il grande e ingombrante dirimpettaio è stato stretto e inatteso.

L’accoglienza da parte del presidente Xi – che ha dato alla sua visita «significato di pietra militare» e ha parlato con un tono di calore inusuale di «rapporti di sangue tra i due Paesi» – è di quelle dedicate a ben pochi nell’austera cornice cinese.

Duterte sta giocando con la massima spregiudicatezza le sue carte, che mirano anche ad affrancarsi dal costante esame da parte di Washington (ma anche dell’Unione Europea e di un gran numero di governi) riguardo alla sua «guerra alla droga» che ha fatto finora 4.000 morti e ha creato una situazione insostenibile per i forse tre milioni di tossicodipendenti filippini che non hanno altra scelta che autodenunciarsi o rischiare l’eliminazione o il carcere. Spinti comunque anche nella clandestinità e impossibilitati a rinunciare agli stupefacenti, con una crescita esponenziale del disagio e delle patologie collegate alla droga.

Scegliendo come suo unico alleato la Cina, che nei rapporti bilaterali non pone alcun limite basato sul rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, Duterte rischia di portare il suo Paese all’isolamento e di mettere in crisi profonda la sua consistente migrazione, il 10 per cento dei 100 milioni di abitanti dell’arcipelago, che già subisce i contraccolpi della crisi globale.

Alla ricerca di una soluzione rapida alle difficoltà economiche, occupazionali e alla carenza di servizi nel Paese, Duterte sembra avere lasciato carta bianca alla Cina. Questi benefici potrebbero sostenerne l’azione interna che pare avviata verso un regime personale ed è contestata fortemente anche dalla Chiesa cattolica

Non a caso, ad accompagnarlo è stata una delegazione di 400 esponenti dell’imprenditoria, finanzia e commercio. Sono stati firmati accordi per il valore di 13,5 miliardi di dollari. Intese che spaziano dal finanziamento di progetti infrastrutturali, a iniziative per rilanciare il commercio e il turismo. Segnalata ma non dettagliata la volontà delle parti di rimuovere le restrizioni all’export e regolare altre questioni “funzionali” (incluso, pare di capire, il contenzioso territoriale, accantonandolo almeno per un certo tempo) per consolidare i rapporti.