Thailandia, la Tigre che non c’è più

Thailandia, la Tigre che non c’è più

Un rapporto della Banca Mondiale mette in luce come l’involuzione politica a Bangkok sta avendo ripercussioni pesanti anche da un punto di vista economico

 

C’è stato un tempo in cui la Thailandia sembrava essersi posta a Paese-guida del Sud-Est asiatico, complici i flussi sostenuti di turisti, investimenti ed export. Una situazione che aveva ridotto la quota di popolazione in condizione di povertà dal 67% del 1986 al 10,5% del 2014. Seconda come livello di ricchezza solo all’immensa Indonesia, ma rispetto a questa più avanzata in termini di reddito pro-capite, innovazione e infrastrutture. Gli anni successivi tuttavia hanno visto minore slancio e, soprattutto, un divario crescente in termini di benessere e possibilità tra le sue élite e la popolazione rurale. Una realtà evidenziata nel rapporto della Banca mondiale intitolato Getting Back on Track: Reviving Growth and Securing Prosperity for All, diffuso questa settimana.

Il colpo di stato del maggio 2014, per quanto incruento, ha portato il Paese in una situazione troppo simile a un passato che la Thailandia aveva cercato di superare più per inerzia che per volontà politica.
I militari hanno avviato una loro road map verso una democrazia sotto tutela che dovrebbe portare Bangkok verso un ventennio di “riforme” che andranno sicuramente nel senso della restaurazione, del controllo militare su ogni aspetto della vita pubblica e di un ridimensionamento dei rapporti con l’estero, mentre solo il tempo potrà dire quanti passi avanti permetterà verso un rilancio della sua economia e, soprattutto, verso i mutamenti necessari per promuoverne l’evoluzione culturale.

Il permanere di un sistema di rapporti sostanzialmente feudale, la corruzione diffusa, la scarsa innovazione, l’immenso divario tra le élite e i gruppi meno favoriti non sono più ignorabili, in un contesto regionale dinamico dove altri approfittano proprio dello stallo thailandese per recuperare quote di produzione, export, innovazione e, soprattutto, investimenti e considerazione internazionale.

Il rapporto della banca mondiale segnala con chiarezza per la Thailandia la necessità di arginare in tempi brevi il depauperamento delle sue risorse naturali, creare posti di lavoro numerosi e di qualità, sostenere milioni di poveri con iniziative adeguate. Se nel 2014 su una popolazione di 66 milioni erano 7,1 milioni i thailandesi che vivevano in povertà, con altri 6,7 milioni a rischio di tornarvi, pochi segnali indicano oggi che la situazione sia migliorata. Sicuramente non davanti al dirottamento degli investimenti, alla fuga di capitali, al calo dell’export e alla chiusura di importanti iniziative produttive con ricadute su occupazione e debito in crescita (quello delle famiglie oltre che il debito pubblico). Prezzi dei prodotti agricoli e nuovi posti di lavoro, due dei motori di crescita dei decenni passati, vedono un brusco declino. Questo mentre complessivamente un terzo dei giovani al termine della scuola dell’obbligo (15 anni) è funzionalmente analfabeta e la percentuale sale al 47% nelle aree rurali, a sottolineare la diseguaglianza crescente tra la capitale e il resto del Paese.

Pesanti, negli ultimi anni, le conseguenze dei cambiamenti climatici ma anche dell’inefficienza di pianificazione ambientale, associate a un degrado accentuato e un sistema di welfare a dir poco sommario. Dieci anni fa, sottolinea il rapporto, la Thailandia era prima nel sud-est asiatico tra i Paesi a reddito medio-alto secondo l’Indice globale di competitività del Forum economico mondiale. Oggi è affiancata da altre nazioni, che si trovano però in condizioni assai migliori per un ulteriore sviluppo, a partire da regole certe per investimenti e impresa, tutele per imprenditori e lavoratori, condivisione di obiettivi e rischi, circolazione di idee e penetrazione tecnologica.

Ancora una volta, la parola-chiave sembra essere “condivisione”. «Crediamo che quando lo sviluppo economico porterà beneficio a ciascun gruppo sociale, questo contribuirà in sé alla stabilità e alla coesione sociale», ha ricordato nella conferenza stampa di presentazione del rapporto Ulrich Zachau, direttore per il sud-est asiatico della Banca mondiale.