Il nuovo umanesimo? Con ebrei e musulmani

Il nuovo umanesimo? Con ebrei e musulmani

da Firenze
Anche l’imam Ezzedine Elzir e il rabbino Joseph Levi al Convegno di Firenze. Con un invito molto chiaro rivolto ai delegati delle diocesi italiane: la sfida un “nuovo umanesimo” accomuna le religioni e Nostra Aetate è la sua bussola

 

Che un musulmano e un ebreo parlino a un convegno della Chiesa italiana, ormai, non è un fatto così straordinario. Se capita però che le loro parole non abbiano solo il suono di un saluto educato, ma entrino in un confronto aperto sul profilo da dare al “nuovo umanesimo” che la Cei ha scelto come orizzonte di riferimento per questo decennio, diventa chiaro quanto nell’Italia di oggi il dialogo interreligioso non sia semplicemente “una cosa da fare”, ma una risorsa preziosa da coltivare.

Nella loro Firenze hanno parlato ai delegati delle diocesi italiane l’imam Ezzedine Elzir (che è anche presidente dell’Ucoii) e il rabbino Joseph Levi. Per dire una cosa molto semplice: che un “nuovo umanesimo” diventa più pieno se si costruisce in dialogo con gli uomini e le donne delle altre religioni.

“Vengo dalla Palestina, vivo da 25 anni a Firenze – racconta l’imam Elzir -: sono cresciuto in questa città con il dialogo interreligioso. Come musulmani apprezziamo che in questo Convegno i cristiani si interroghino su questo tema di un nuovo umanesimo. E’ una prospettiva che, soprattutto in una città come questa, interpella anche noi. E il dialogo può aiutarci a camminare insieme su questa strada. Un dialogo nell’umiltà, sapendo che il vero nemico è l’arroganza. Quando la si supera ciascuno di noi ha la possibilità di aiutare l’altro a diventare ciò che dovrebbe essere. E questo aiuta a costruire non solo un futuro, ma anche un presente migliore”.

Non è un caso che l’imam Elzir parli subito prima del rabbino Levi: il dialogo tra la comunità islamica e quella ebraica a Firenze è uno dei volti più belli oggi dell’umanesimo fiorentino. Un dialogo scandito dall’ospitalità reciproca in moschea e in sinagoga, ma anche da altri gesti di amicizia che coinvolgono anche la comunità cristiana. La pace dei figli di Abramo, la chiamava Giorgio La Pira. “Stiamo cercando di creare una cultura dove l’altro è una ricchezza, e non qualcosa di malvagio, sospetto o nemico – commenta Elzir -. Certo, questo cosa fatica, non si ottiene da un giorno all’altro. Ci sono tante paure e resistenze, alcune a volte anche giuste visto quanto accade nel mondo. Ma come realtà islamica qui in Italia noi vogliamo essere un ponte con il mondo islamico, per aiutare a sconfiggere l’estremismo. E possiamo riuscirci solo insieme: se alziamo i muri perdiamo tutti”.

Ma il dialogo con le altre religioni non è solo cornice. E allora il rabbino Levi va dritto al punto: ricorda i 50 anni della dichiarazione conciliare Nostra Aetate e la indica come un testo fondamentale di riferimento. “Non parla solo delle nostre comunità – spiega – ma anche della parte oscura che ciascuno di noi porta dentro di sé. Ci ha permesso di guardare a noi stessi in forma più realistica e – incontrando l’altro – ci ha fatto ascoltare meglio il divino che parla dentro di noi. Solo questo ci offre la possibilità di offrire una speranza all’uomo di oggi”.

Ricorda che proprio da Firenze, dopo la guerra, cominciò il dialogo attraverso l’Amicizia ebraico cristiana. Ma oggi – insieme – secondo il rabbino Levi ebrei, cristiani e musulmani possono spingersi ancora più avanti. “Dobbiamo annunciare all’uomo sperduto di oggi – spiega – la sua stessa grandezza. Aiutarlo a ritrovare la sua identità più profonda che lo rende capace di avvicinarsi a Dio. E rinnovando il nostro patto con Lui offrire insieme redenzione al mondo sofferente di oggi”.