«I miei incontri con Madre Teresa»

«I miei incontri con Madre Teresa»

Padre Piero Gheddo, missionario del Pime e giornalista, racconta i suoi incontri con Madre Teresa di Calcutta, che domenica sarà proclamata santa. A cominciare dalla prima visita nel 1964 a Nirmal Hriday, la casa dei moribondi, quando il mondo ancora non conosceva la suora col sari bianco bordato di azzurro

 

Giovanni Paolo II l’ha definita “l’icona della missione nel XXI secolo”, che si svolgerà in Asia. L’ho incontrata diverse volte, una piccola donna di aspetto insignificante, ma con un carisma straordinario, da meritarsi il Premio Nobel per la pace nel 1979 e l’unica persona straniera ad avere un solenne funerale di Stato in India.

Il primo incontro con la Madre nel 1964, quando sono andato in India con Paolo VI e poi visito i missionari del Pime col padre Augusto Colombo che mi porta ad incontrare brevemente la Madre a Calcutta. Siamo, alla Nirmal Hriday, la Casa dei Puri di Cuore, dove riksciò e carrette scaricano la spazzatura umana trovata sui marciapiedi di Calcutta. Quei poveri morenti, uomini, donne, anziani, sono accolti in alcuni grandi stanzoni e curati con amore. Per la prima volta dormono al coperto, mangiano tre volte al giorno, ricevono cure mediche e medicine. La Madre dice: “Su cento diseredati che accogliamo, in media ne sopravvivono trenta, perchè li portano qui già agli estremi liniti della sopravvivenza”. Poi ci accompagna nella vicina “Shishu Bhavan”, il “Paradiso dei bambini”, orfani, figli di ragazze madri abbandonati. Una delle suore della Carità mi dice: ”Volevo formare una mia famiglia, ma adesso ringrazio la Madre che mi ha mandata qui. Sono così contenta di fare la mamma di questi bambini!”. Uscendo dalle due istituzioni di Madre Teresa sono commosso, penso e prego: ”Qui c’è Dio!”.

Con padre Colombo andiamo al vicino tempio della dea Kalì, la dea della distruzione, dove si fanno sacrifici di animali offerti dai fedeli della dea. Il sangue sprizza dalle gole degli animali sacrificati, i fedeli bruciano incenso e pregano con fervore, Pochi giorni prima, a Bombay, Paolo VI aveva detto che le religioni dell’India sono, nei piani di Dio e nel Concilio Vaticano II, una preparazione all’Arca dell’Alleanza con il Dio di Abramo, il Padre della fede, e poi con l’annunzio di Cristo. Io ci credo, penso e prego: “Anche qui c’è Dio!”.

Il secondo incontro con Madre Teresa è quando, il sabato 10 ottobre 1973, si svolge a Milano la prima “Veglia Missionaria” alla vigilia della Giornata missionaria mondiale. In quegli anni del “Sessantotto”, il sabato sera la città era bloccata da bande di contestatori urlanti, che volevano un mondo nuovo e incominciavano a distruggere quello che già c’era. Quel sabato, 8.000 giovani, con la suora di Calcutta in testa, sfilano cantando e pregando per le vie del centro storico di Milano e si riuniscono in Piazza Duomo per ascoltare Madre Teresa e ricevere la benedizione del Card. Giovanni Colombo. La prima “Veglia missionaria”, organizzata dal Centro missionario Pime per la diocesi di Milano e le Pontificie opere missionarie, si è poi diffusa in tutta Italia. Due giorni prima, la Madre era giunta a Milano dall’India con una giovane suora, ospitate dalle Missionarie dell’Immacolata (le suore del Pime). Ho accompagnato con altri la Madre dall’Arcivescovo di Milano. Il Card. Colombo la riceve nel suo studio. Quando entra, lui si alza e le va incontro con le braccia allargate. Espansivo com’era, le dice: “Madre Teresa, grazie di essere venuta, lei porta la luce nella mia diocesi, la sua presenza farà tanto bene…”. La Madre ascolta in silenzio poi dice: “Eminenza, preghiamo molto, per essere strumenti adeguati nelle mani di Dio”.

Il più importante avvenimento a cui ha partecipato la Madre in Italia è stata “La Festa della Vita” il sabato 23 aprile 1977 nello Stadio San Siro a Milano, strapieno e con migliaia di persone rimaste fuori, alla presenza di tutti i vescovi lombardi. Una grande mobilitazione delle dieci diocesi di Lombardia fortemente voluta dal card. Giovanni Colombo, la più imponente manifestazione pubblica dei cattolici italiani contro la legge sull’aborto. La “Festa della Vita” ebbe grande risalto anche nei giornali laici. Pareva impossibile che i cattolici, già mortificati dal referendum contro il divorzio (1974) e dalla crescita travolgente di una cultura laicista, marxista e anticlericale, potessero avere il coraggio di apparire in pubblico con una tale massa di credenti. La vecchia suora, le ciabatte di pezza ai piedi e la borsa a mano di stoffa ruvida con i manici di legno, aveva un carisma enorme, per cui anche quando diceva, scandendo le parole una per una, le frasi più comuni, come ad esempio “Belong to Christ” (Appartieni a Cristo”), “God loves you”, . «Jesus Christ is the Messia, the Saviour» («Gesù Cristo è il Messia, il Salvatore»). Nella lunga pausa che poi faceva prima di dire altro, nello Stadio si sarebbe sentita volare una mosca. Avevano detto a Madre Teresa che in Italia c’era il problema politico della legge sull’aborto e quindi bisognava essere prudenti, non insistere troppo per non fare politica. La Madre dice solo poche parole: “Io due cose debbo dire e le dirò: primo, la vita è il più grande dono che Dio fa all’uomo, di cui dobbiamo ringraziarlo ogni giorno e siamo tenuti a spendere bene questo dono; secondo: l’aborto è un omicidio”.

Nei giorni in cui è rimasta a Milano, Madre Teresa ha avuto alcune lunghe interviste con le Missionarie dell’Immacolata. Ero vicino a lei per registrare e a volte tradurre. Da questi incontri è uscito il libro “Il Popolo della vita – Madre Teresa a Milano”  A cura di Piero Gheddo e Giacomo Girardi” (Emi 1977). Le suore del Pime dicevano che Madre Teresa mangiava pochissimo, dormiva per terra su un tappeto e una coperta, tutte le sere faceva un’ora di adorazione. Poi era molto amabile, amava scherzare, ma aveva un ideale molto forte nella mente e nel cuore: la missione a cui Dio l’aveva chiamata. Quando la Madre visita il Centro missionario Pime di Milano, il nostro istituto lo conosceva già bene. Ma vede la targa di “Comunione e Liberazione” (ospitata nel Centro) e chiede: “Liberazione da che cosa?”. “Dal peccato” le risponde pronto il missionario che l’accompagna. “Allora va bene” commenta la Madre, “questa è l’unica liberazione che conta”.

Nel novembre 1977 in India, lo stato di Andhra Pradesh (dove il Pime ha fondato sette diocesi) è devastato da uno spaventoso maremoto: un’onda anomala alta 10-12 metri è penetrata sulla terra ferma per 3-4 chilometri di profondità su un fronte di 90 km di costa, portando morte e distruzioni. Si parlava di oltre 100 mila morti. Sono volato da Milano per portare i primi aiuti raccolti in una quindicina di giorni da Avvenire e dall’Eco di Bergamo (35 mila dollari) e visito la regione colpita col padre Ennio Premoli del Pime, direttore Caritas della diocesi di Vijayawada. Ho ancora ricordi da incubo: un autobus su una grande pianta, una grossa pozzanghera con cadaveri di uomini, donne, bambini, assieme a molti bufali… Per bruciare i cadaveri liberano i carcerati: l’esercito si rifiuta di intervenire per questo compito.
Madre Teresa è sul posto con le sue suore per portare aiuti e organizzare i soccorsi. Decine di migliaia di profughi hanno perso tutto. In un incontro in Prefettura a Vijayawada, la Madre propone e fa accettare da tutti, di accogliere i profughi in templi indù, chiese cristiane, scuole, sedi di seminari e noviziati, ecc. Penso: «Ha un carisma enorme», ma è anche l’aiuto straordinario dello Spirito Santo. E poi mi stupisce la sua vitalità: ho vent’anni meno di lei, eppure alla sera sono distrutto, mentre lei fa ancora un’ora di adorazione seduta su un cuscino per terra alla moda indiana!

Quando parlava diceva poche parole, ma andava dritta allo scopo. “God loves you” (Dio ti ama) dice al vecchietto che dorme su una panchina del parco del Castello a Milano e quello si commuove e dice: “Ha ragione, solo Dio mi vuole bene. Ho tre figli che non si interessano del loro padre, ma Dio non mi abbandona”. “God bless you” (Dio ti benedica) diceva a tutti quelli che la incontravano. Anche negli incontri informali, la Madre finiva sempre dicendo: “Be holy”, sii santo. Anche a me l’ha detto diverse volte.
Sono andato diverse volte in India. Madre Teresa era estranea ai dibattiti sulle nuove teologie; non ha blandito la cultura indiana; non ha cercato i mass media, era molto parca nel rispondere ai giornalisti; non ha parlato del dialogo interreligioso. Poteva sembrare che vivesse fuori del nostro tempo. Invece la sua testimonianza di amore a Dio e all’uomo l’ha resa gradita a tutti: ha inculturato il Vangelo In India, ha stabilito ponti di dialogo con indù e musulmani, ha annunziato Cristo e battezzato numerosi poveri e bambini senza suscitare opposizioni; è riuscita a entrare in paesi comunisti come Cuba e la Cambogia, che perseguitavano la Chiesa e i cristiani.
Non si capisce nulla di Madre Teresa fuori di una logica di fede. La sua vita è tutta basata sulla fede e sull’amore a Dio e all’uomo. Lei ha congiunto in modo indissolubile l’amore a Dio e l’amore all’uomo. L’uno non sta senza l’altro. Tutti ammirano Madre Teresa, ma pochi comprendono che il motore della sua vita era l’amore e la preghiera a Cristo, che vedeva ogni giorno nei lebbrosi, nei poveri, negli ammalati. La santa di Calcutta è un modello per l’Occidente ricco, democratico, evoluto, dove però manca l’amore perché trionfa il denaro e l’egoismo. Stiamo diventando praticamente atei. Non è possibile essere fratelli dei poveri che premono alle nostre frontiere, come i migranti di questi tempi, se non torniamo a Dio e a Gesù Cristo.