Sicilia, dove l’accoglienza ha un volto

Sicilia, dove l’accoglienza ha un volto

La Playa con mamma Gea è diventata da luogo di morte nei naufragi a segno di accoglienza per i minori immigrati. Walter ha fondato tra i rifugiati di Bronte il gruppo Giovani per la pace. Mentre padre Mario, vincenziano, a Catania ha aperto «La Locanda», dove i migrani vivono insieme agli altri senza casa.

 

da Catania

Il 10 agosto 2013 su questa spiaggia erano distesi i corpi di sei ragazzi egiziani. Era il primo sbarco di immigrati sul litorale catanese. Nella notte gli scafisti in difficoltà col vecchio peschereccio avevano buttato tutti a mare a pochi metri dalla costa per riprendere al più presto il largo e sfuggire alle autorità. La Playa, pochi chilometri a sud di Catania, non sarebbe più stato solo il luogo dei bagni estivi aperto a tutti, ma un altro testimone muto del moderno olocausto mediterraneo.

Da allora si sono moltiplicati i centri di accoglienza e la disponibilità delle famiglie in città e nella provincia. Giovanni e la moglie, quattro figli ed una nipotina, a Mascalucia sulle pendici dell’Etna, dicono che il maggiore Alessandro ha dormito alcuni mesi dalla nonna per lasciare il suo letto a Mohammed, un coetaneo diciottenne che aveva perso il fratello nello sbarco.

“Vogliamo aprire qui alla Playa un centro di accoglienza per minori immigrati”, dice Gea Schirò, mamma di tre bambine, operatrice salesiana ed assistente sociale. “Non solo: vogliamo fare di questa vecchia colonia estiva un centro di integrazione culturale per la città: una biblioteca, dei convegni, dibattiti, studi… Vogliamo che italiani e immigrati si educhino alla diversità, si accolgano per come sono ed imparino a vivere in pace”. Gea insiste molto sul progetto di accoglienza minori non accompagnati: “Dobbiamo essere fedeli a don Bosco, che è vissuto per loro. Un tempo alla Playa erano i bambini delle famiglie siciliane meno abbienti, che venivano qui dalle nostre scuole e parrocchie per un pochino di vacanza. Ora la nostra preoccupazione sono anche questi ragazzi in una fase cruciale della vita, mentre attendono la risposta finale alla loro collocazione in Europa, in un’età in cui possono ancora assorbire appunto i valori di convivenza interculturale pacifica”.

Lavora in questa direzione anche Walter Cerreti, che ci raggiunge all’uscita del casello autostradale di Giarre, pochi chilometri a nord di Catania. Totale correttezza e buona educazione, ma nessuna distanza formale tra lui e i venti ragazzi, per lo più africani, che il comune di Bronte gli ha data in custodia. Stanno con lui per un massimo di sei mesi in un nucleo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) del Ministero degli interni prima di essere collocati.

Nato e cresciuto a Roma, 48 anni, sposato, Walter dice che “anche questo è un passaggio cruciale: i primi documenti, i tirocini formativi, l’insegnamento dell’italiano, l’attesa snervante per il risultato delle pratiche e la decisione del governo”. I giovani hanno spesso bisogno di essere incoraggiati a fermarsi fisicamente e ricominciare da qualche parte una nuova vita: “E’ da anni che sono in movimento. Prima in qualche paese africano fuori dal loro. Poi attraverso il deserto. Quindi in Libia dove hanno visto e subito di tutto. Dopo nel Mediterraneo. E per pochissimi il viaggio finisce in Sicilia. Qui rimangono i più poveri, soprattutto africani, quelli che non ha non hanno alcun contatto in Francia, Germania o nei paesi scandinavi”.

Walter viene dal Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Mineo (Ct) dove insegnava italiano. E’ membro della Comunità di sant’Egidio, che ha fondato anche all’interno del campo con una quarantina di cristiani e musulmani del gruppo Giovani per la pace: “Come Chiesa e come cristiani siamo poco attivi al Centro. Invece ci sono anche tanti cattolici soprattutto nigeriani”. Rimangono le barriere culturali e linguistiche tra le comunità ecclesiali italiane, i nostri operatori pastorali e molti fedeli immigrati, che pure parlano bene lingue europee come inglese o francese. Un fenomeno che forse interpella in modo particolare i missionari italiani rientrati.

Anche p. Mario Sirica, vincenziano, nota il problema della lingua e lo vive sulla pelle: “Il mio inglese è troppo elementare”. L’accento… napoletano tuttavia è spiccato: “Sono prete da due anni. Prima lavoravo in uno studio legale. Non mi piaceva. Quanti sotterfugi!”. Nel centro di Catania invece gestisce La Locanda (sic!) e in realtà gli studi giuridici gli fanno molto comodo. In via Montevergine 3 infatti la vecchia scuola delle suore vincenziane è stata trasformata in un centro di accoglienza temporaneo per una settantina di senza casa e senza famiglia, uomini e donne, per lo più giovani, in attesa di essere collocati dai servizi sociali. Tra essi un certo numero di immigrati. P. Mario non pesa sul governo: “Spendo 100 mila Euro all’anno, ma ci pensa quello… lassù. Quando siamo a corto di soldi cuciniamo solo il primo o addirittura tagliamo un pasto. Qui è tutto autogestito. Gli ospiti cucinano, puliscono, lavano, tutto quanto… Chi è in casa fa anche per chi esce a lavorare, soprattutto le ragazze che riescono a fare le badanti o qualche altro piccolo lavoro. Se prendo i soldi dal governo invece gli ospiti accampano diritti e dimenticano i doveri. Non è più educativo. E allora a che serve?”.

Al contrario, per troppi l’emigrazione è anzitutto un business: traffico e trasporto ben pagato di esseri umani, barconi sul mare, camion frigorifero a terra, documenti falsi o riciclati, organizzazioni criminali ramificate e colluse con la politica su tre o quattro continenti. Da ultimo la gestione dei fondi pubblici, inclusi quei trenta euro al giorno per ogni profugo versati dall’Europa alle cooperative di accoglienza e non sempre ben usati e rendicontati. Walter Cerreti dice che la differenza nell’accoglienza in realtà non la fanno i soldi a disposizione, ma il senso di umanità e, per chi ha deciso di ascoltarlo, il suggerimento di Gesù Cristo: ama il tuo prossimo come te stesso.