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title: Dal Burkina Faso all’Angola, i giovani d’Africa si mobilitano
description: "Una panoramica sui movimenti giovanili africani che sfidano l'immobilismo politico dei loro Paesi e le diseguaglianze sociali."
featured_image: https://www.mondoemissione.it/wp-content/uploads/yen-a-marre1.jpg
date: 2016-04-07
author: Davide Maggiore
url: https://www.mondoemissione.it/africa/dal-burkina-faso-allangola-i-giovani-dafrica-si-mobilitano/
categories: [Africa]
tags: [attivisti, diseguaglianze sociali, giovani, movimenti giovanili]
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# Dal Burkina Faso all’Angola, i giovani d’Africa si mobilitano

![Movimento senegalese Yen a Marre](https://www.mondoemissione.it/wp-content/uploads/yen-a-marre1.jpg)

##### Sono sempre di più i movimenti che in tutto il continente protestano contro immobilismo politico e disuguaglianze sociali: a guidarli, attivisti come il rapper angolano Luaty Beirao. Il loro sguardo che ha l’ambizione di mostrare un’alternativa a scenari apparentemente immutabili piacerebbe senz’altro a Papa Francesco.

«Come cambierebbe il mio concetto di libertà se mi gettassero in prigione? - si chiedeva nel 2012 il rapper angolano** Luaty Beirao** parlando con un giornalista - Solo una cosa è sicura: continuerei ad andare dietro a quell’**utopia**». Quattro anni dopo, entrambe le parti di quella previsione inconsapevole sembrano essersi avverate: il trentatreenne Beirao è il più noto dei quattordici attivisti condannati, lo scorso 28 marzo, a diversi anni di **carcere** con l’accusa di aver complottato per rovesciare il presidente, **José Eduardo Dos Santo**s, al potere dal 1979. Ma il musicista non si è arreso e ha trasformato quel processo, definito farsesco dalle più importanti organizzazioni internazionali per i diritti umani, una tribuna per denunciare la **mancanza di libertà** nel suo Paese.

Lo stesso, pur con mezzi diversi, stanno facendo molti altri **giovani artisti e intellettuali** in tutta l’Africa. Alcuni, proprio come Beirao, hanno cominciato il loro percorso con la musica di protesta, mettendola poi al servizio di una causa più grande: nomi celebri dell’hip hop locale,** Keur Gui e Smockey** hanno dato vita ad enormi proteste di piazza rispettivamente in **Senegal** e **Burkina Faso**. Altri sono giornalisti come **Fadel Barro**, protagonista del movimento senegalese ***Y’en a marre*** (che significa «ne abbiamo abbastanza» in francese) o blogger come Fred Bauma, animatore del collettivo Filimbi (cioè «fischietto») nella Repubblica Democratica del Congo. In comune, questi giovani hanno l’ambizione di mobilitare i loro coetanei e di mostrare che persino di fronte a scenari che sembrano immutabili, esiste un’**alternativa**.

Perché sono proprio i giovani che più di altri sentono il peso di un sistema immobile: in Africa rappresentano il **20% della popolazione**, ma anche ben il **60% dei disoccupati**. Non a caso quelle a sfondo politico sono solo le rivendicazioni più appariscenti, non sostanziali, dei nuovi movimenti africani. Il nome di *Y’en a marre*, ad esempio, è legato soprattutto alle proteste che culminarono con le elezioni del 2012 e la sconfitta del presidente senegalese in carica, Abdoulaye Wade, ma il movimento nasce come razione alle **disuguaglianze sociali** ed economiche evidenti a Dakar.

**Questioni economiche, servizi di base, lavoro**: guardando alle richieste dei giovani africani tornano in mente le tre “T” (*tierra, techo, trabajo*) evocate da** Papa Francesco l**o scorso luglio in Bolivia, parlando ai movimenti popolari. A cui il pontefice affidò anche una sorta di mandato più generale, ricordando: «Mi piace molto l’immagine del processo, in cui la passione per il** seminare**, per l’irrigare con calma ciò che gli altri vedranno fiorire sostituisce l’ansia di occupare tutti gli spazi di potere disponibili e vedere risultati immediati». Una prospettiva su cui concordano anche attivisti per altri versi molto lontani dal vescovo di Roma, come il rapper ‘Djily Baghdad’, protagonista della mobilitazione senegalese; ancora poche settimane fa giudicava «impossibile valutare ora quello che stiamo facendo», perché, spiegava in un’intervista «stiamo agendo sul lungo periodo, stiamo cercando di **cambiare una mentalità**».
