Skip to main content

Noi missionari e l’intelligenza artificiale

Le sfide sulla “custodia dell’umano” poste da Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas riguardano le metropoli ipertecnologiche così come i villaggi più isolati: le riflessioni e i racconti di alcuni testimoni

Disarmare l’intelligenza artificiale: l’appello che Leone XIV ha lanciato con la sua Enciclica Magnifica Humanitas sta facendo discutere su questo strumento potentissimo che sta cambiando non solo le guerre di oggi, ma anche lo sguardo su noi stessi e sugli altri. In questo nuovo capitolo del magistero sociale della Chiesa, il Papa pone tante questioni etiche legate al grande potere che le nuove frontiere della scienza dell’elaborazione dei dati rischiano di concentrare nelle mani di poche persone. Si chiede se la sensazione di poter superare ogni limite grazie a questi nuovi strumenti non stia finendo per schiacciare la vita dei singoli, trasformati da persone, con le loro emozioni e contraddizioni, in risorse da incasellare in uno schema. Invita a vigilare affinché la possibilità di ottenere in tempo reale risposte a qualsiasi domanda digitiamo non finisca per omologarci tutti, facendoci perdere di vista quella dimensione umana fondamentale che è l’inquietudine della ricerca.

Temi grandi e importanti che nell’Enciclica il Papa spiega bene essere trasversali al mondo di oggi, coinvolgendo grandi metropoli come periferie solo apparentemente sperdute. Per questo abbiamo chiesto ad alcuni missionari qualche risonanza rispetto a Magnifica Humanitas. E il nostro viaggio non può partire che dall’Asia, il continente probabilmente più all’avanguardia nelle applicazioni dell’intelligenza artificiale. Ne è convinto, ad esempio, padre Will Conquer, missionario in Cambogia delle Mep, le Missioni estere di Parigi, che conosce bene le potenzialità delle nuove tecnologie, essendo stato tra i promotori delle pagine in lingua khmer su Wikipedia. Ma a Sianoukville è stato testimone anche dei suoi volti negativi, con il fenomeno aberrante degli scam center che raccontiamo proprio in questo numero (cfr. p. 18). «La grande domanda che l’Enciclica Magnifica Humanitas ci pone – commenta padre Will – è se noi l’useremo per costruire Gerusalemme, oppure finiremo per entrare nella rovina di Babele. È una grande sfida per noi, perché sappiamo che internet va molto più veloce in Asia. Siamo entrati nell’era digitale prima di tutti gli altri e ora stiamo adottando l’intelligenza artificiale molto più velocemente. Qui tutto ormai è AI. L’anno scorso abbiamo avuto il “Natale AI”, con tante immagini della Natività generate dall’intelligenza artificiale, giusto per dare l’idea di quanto le popolazioni asiatiche siano entusiaste di questa novità».

Proprio per questo Magnifica Humanitas è importante: «Dobbiamo leggerla, riflettere su questo tema ed essere in grado di parlare con i nostri parrocchiani e con la società nel suo insieme. Dobbiamo interrogarci su come integriamo l’intelligenza artificiale nelle nostre imprese, come la gestiamo, che cosa implica per il lavoro umano, le sue sfide morali. Anch’io la uso come un eccellente strumento per porre domande durante i nostri incontri. Ed è molto interessante».

Padre Marco Villa, missionario del Pime, parroco e anche psicologo, vive invece a Saitama in quel Giappone che è oggi uno dei grandi crocevia degli algoritmi. Dove, per esempio, questi strumenti si stanno già utilizzando anche per i servizi di cura alle persone più fragili. Che cosa rivelano queste esperienze? «In alcune case di riposo – racconta padre Villa – mi è capitato di vedere questi robot che fanno un po’ di compagnia, entrano in relazione con le persone anziane dando risposte perfette, senza nessuna difficoltà. Sì, una macchina può simulare anche un’empatia con la persona anziana o malata; ma non può certo compatire, non entra davvero in relazione. Questa robotica dovrebbe essere utilizzata a servizio degli infermieri, del personale sanitario, affinché loro abbiano più tempo per essere disponibili a interagire, a creare legami con le persone fragili».

C’è però anche un altro ambito delicatissimo che padre Villa conosce bene: quello degli hikikomori, i giovani giapponesi che a un certo punto della loro vita, per i traumi più diversi, decidono di chiudersi nella propria stanza e comunicare solo attraverso il loro computer. Sempre più spesso è all’intelligenza artificiale che consegnano le loro domande. «Qualche giorno fa – continua il missionario – parlavo con Kei, un giovane che frequenta ogni tanto il nostro centro. Mi diceva: ormai quasi tutte le notti le passo con l’intelligenza artificiale. Anche un’altra ragazza, Nozomi, racconta: quando ho dei problemi mi rivolgo all’algoritmo e ho sempre delle ottime risposte. Quando erano teenager, entrambi hanno avuto problemi di abbandono scolastico, a causa di disagi relazionali con altre persone. Ecco: io credo che, con il suo invito a coltivare l’umano, Leone XIV voglia esortarci anche a garantire a queste persone il diritto di avere i propri limiti. Vuole invitarci a farli sentire parte della nostra società, incontrare qualcuno che faccia capire che non sono fuori posto ma hanno sicuramente qualcosa da donare a tutti».

Molto diverso dal Giappone è apparentemente il contesto dell’Africa, dove svolge da tanti anni il suo ministero padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano, che dalla periferia di Nairobi con la Koinonia Community ha dato una speranza a tanti ragazzi di strada. Anche tra queste vie polverose arriva l’intelligenza artificiale. Soprattutto – come ricorda il Papa nell’Enciclica – con il suo volto più nascosto: quello dei “nuovi schiavi” che, con lavori alienanti o con la fatica di estrarre i minerali preziosi necessari per far funzionare i microchip, sono un ingranaggio insostituibile ma spesso volutamente dimenticato del sistema. «Il Papa ricorda le complicità e le cecità di ieri sull’ingiustizia della schiavitù, un tema ancora importante per l’Africa – commenta padre Kizito -. Poi però parla delle nuove schiavitù che si alimentano attraverso catene economiche e infrastrutture digitali. A me sono venuti in mente gli africani che incontro qui in Kenya dopo che sono stati portati nel Sud-est asiatico per operare con le loro abilità informatiche per il mercato globale delle truffe on line. Oppure la paga miserevole che queste persone ricevono a Nairobi per “ripulire” i social network da tutti i contenuti che sono contro la dignità umana. C’è una protesta in corso di persone reclutate per questo lavoro e che subiscono danni mentali profondi: non riescono più a dormire, si sentono traumatizzati, devono lasciare l’impiego e chiedere aiuto a psicoterapeuti per poter ritrovare un equilibrio normale nella loro vita. Oppure i giovani reclutati on line con la promessa di andare a studiare in Russia e che poi si ritrovano sul fronte ucraino o le truffe per la donazione di organi. C’è tutto questo mondo nascosto in Paesi come il Kenya, l’Uganda, la Nigeria o il Sudafrica dietro alle nuove frontiere tecnologiche».

Persino l’Amazzonia oggi si trova a fare i conti con l’intelligenza artificiale. Succede nelle città ai margini della foresta, dove gli indios che decidono di abbandonare i loro villaggi trovano subito ad attenderli i nuovi potentissimi strumenti digitali. «Anche qui a Belém – racconta dallo Stato brasiliano del Pará padre Francesco Sorrentino, missionario del Pime – l’impatto dell’intelligenza artificiale si presenta come una sfida. Nella nostra parrocchia cerchiamo di offrire, soprattutto ai giovani, spazi di incontro e di ascolto, dove è possibile ritrovarsi, proprio attraverso l’esperienza del Vangelo. Ne ho avuto conferma in aprile, quando durante un’uscita con più di 40 giovani della nostra parrocchia ho visto che nessuno ha sentito il bisogno di isolarsi con il cellulare. Ho constatato con i miei occhi che quando offriamo opportunità di incontro con dinamiche di riflessione, di preghiera, di condivisione della nostra vita e, perché no, anche di sano divertimento, possiamo realmente custodire l’umano, senza il bisogno di mettere divieti o proibizioni».

Ma la questione non riguarda soltanto i giovani. «Penso anche alle persone che lasciano le aree interne per raggiungere la città in cerca di un futuro migliore – continua padre Sorrentino -. Abituate a una relazione differente con il tempo e con lo spazio, nei villaggi fluviali come nella foresta, tutto cambia quando devono fare i conti con una realtà dove ogni cosa sembra governata dalle nuove tecnologie e non più dalla natura. Dal punto di vista culturale, antropologico e direi anche pastorale, è un tema dinanzi al quale abbiamo bisogno di aprire un serio processo di discernimento».

Articoli correlati

La forza dei legami che dà senso anche all’esilio

Icona decorativa25 Agosto 2026
Icona decorativaAnna Marini
TABANCA. Incontrando una persona costretta all’esilio, ho scoperto un uomo dalla forza grande, permeato della sap…

Il sogno del Brasile

Icona decorativa15 Agosto 2026
Icona decorativaRebecca Molteni
Marta e Marco, con Elia, hanno da poco iniziato il servizio nella missione di Ibiporã grazie all’Associazione Lai…

Sorelle oltre il lutto

Icona decorativa15 Agosto 2026
Icona decorativaRedazione
A dieci anni dalla morte di padre Jacques Hamel, ucciso da due giovani jihadisti, un libro svela l’amicizia tra l…