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title: "Tra i dannati della &#8220;Bestia&#8221;"
description: "A Celaya, in Messico, il pastore Ignacio Martínez Ramírez ha fondato l'unico rifugio per migranti specializzato nella cura degli amputati del treno."
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date: 2026-08-15
modified: 2026-08-21
author: Pietro Piga
url: https://www.mondoemissione.it/agosto-settembre-2026/tra-i-dannati-della-bestia/
categories: [Agosto-Settembre 2026]
tags: [Messico, migranti]
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# Tra i dannati della &#8220;Bestia&#8221;

![Tra i dannati della &#8220;Bestia&#8221;](https://www.mondoemissione.it/wp-content/uploads/shutterstock_2378983505-1024x683.jpg)

##### A Celaya, lungo la rotta del treno merci messicano usato da migliaia di disperati per raggiungere gli Stati Uniti, il pastore evangelico Ignacio Martínez Ramírez ha fondato l'unico rifugio per migranti specializzato nella cura degli amputati

Davanti ai suoi occhi, famiglie con bambini, adulti soli e minorenni non accompagnati prendevano la rincorsa per montare sul serpentone d'acciaio arrugginito, bollente o gelido a seconda della stagione. Intanto, altre persone migranti giunte fino a Celaya, una città dello Stato di Guanajuato, nel Messico centrale, si lanciavano giù da un vagone e rotolavano sulla ghiaia. Mentre altre ancora, stremate, affamate, assetate e ferite, scivolavano, cadevano e venivano travolte da quell'ammasso di metallo, che mozzava loro un braccio o una gamba, o le uccideva.

Ignacio Martínez Ramírez sa tutto della "Bestia". Quando e dove i suoi freni stridono sulle rotaie, chi viaggia sul suo tetto o aggrappato tra una carrozza e l'altra, e come muore se scivola giù, dopo essersi spinto fin lì da El Salvador, Guatemala, Honduras o Nicaragua. Negli anni, il pastore evangelico messicano ha memorizzato gli orari d'arrivo e i punti di salita e discesa - che, spesso, coincidono con quelli degli incidenti - del treno merci all'altezza di Celaya. Nel 2012, si impose di fissarli nella mente per tornare ogni giorno con scatoloni di acqua, cibo, vestiti e scarpe per le persone migranti, un centinaio di migliaia all'anno. A convincerlo fu ciò che aveva visto ai lati di quel binario, tuttora parte dell'itinerario della "Bestia", che attraversa dal Sud al Nord il Messico e fa capolinea al confine settentrionale con gli Stati Uniti, dopo circa cinque giorni. «Guardavo le difficoltà della gente intorno a me, dimenticata o ignorata. I loro volti segnati dalla sofferenza, le loro storie di perdita, il silenzio dell'indifferenza che subivano. In quei momenti, ho sentito che Dio esigeva di più da me, che mi chiamava non solo a credere ma ad agire. Mi sono detto che le parole erano insufficienti di fronte a quei bisogni urgenti», ricorda Ramírez.

Fino al 2014, insieme alla famiglia, il religioso fece la spola quotidiana da casa alle rotaie, trasportando viveri. L'anno dopo, però, decise di colmare il vuoto lungo la principale rotta migratoria verso gli Stati Uniti, fondando il primo e a oggi unico rifugio dedicato alle persone migranti specializzato nella cura degli amputati. Sorge nelle vicinanze di due snodi ferroviari sui quali sfreccia la "Bestia" e si chiama Abba, che in aramaico significa "padre" ed è un'espressione riportata nella Bibbia. Anche il logo richiama le Sacre Scritture, in particolare la storia di Abramo contenuta nella Genesi. Ci sono i piedi, che rappresentano il viaggio del primo patriarca del popolo d'Israele, che lasciò la sua terra per raggiungere quella indicata da Dio, e quello delle persone migranti. E ci sono le stelle, che simboleggiano la promessa di un futuro migliore.

Alla porta di Abba bussano le persone migranti che sono state costrette a interrompere, definitivamente o momentaneamente, la propria traversata una volta scese o cadute dalla "Bestia". Alla struttura giungono a fatica: non hanno solo sete e fame, hanno arti fratturati, amputati, trafitti dalla lama di un machete o perforati da proiettili, dopo aver subìto abusi da parte delle bande criminali che salgono sul treno merci per rapirle, catturarle e trasformarle in merce di scambio. «Un momento che mi è rimasto impresso riguarda un giovane che ha perso una gamba nel tentativo di salire sul treno. Mi ha fatto capire che l'immigrazione non è solo una questione sociale, è una tragedia umana nella quale le persone rischiano tutto e a volte perdono tutto nella ricerca di una vita migliore», racconta Ramírez, che è anche il presidente del rifugio.

Tramite la collaborazione con la Croce Rossa Internazionale e l'Istituto di Guanajuato per le persone con disabilità, agli ospiti vengono applicate protesi, fornite carrozzine e predisposto un programma di riabilitazione e di sostegno psicologico. Sono affiancati da un*'équipe* composta da un medico, un infermiere e uno psicologo.

«Cerchiamo di camminare con loro in ogni fase perché, dopo un trauma del genere, una persona si trova ad affrontare una realtà completamente nuova. Fisicamente, deve adattarsi al proprio corpo. Emotivamente, l'impatto può essere ancora più grave. Ci sono dolore, frustrazione e, in alcune circostanze, perdita d'identità. Il recupero non riguarda solo il fisico, ma prevede la ricostruzione della speranza. E richiede tempo, pazienza e compassione», sottolinea il pastore evangelico, che nella gestione di Abba è aiutato da un gruppo di volontari.

Il rifugio è la meta anche di minorenni non accompagnati. Qualche anno fa lo fu di Austen, allora quattordicenne. Partito dall'Honduras, era riuscito a raggiungere il confine con gli Stati Uniti, dove si sarebbe dovuto ricongiungere col padre. Ma decise di tornare indietro dopo che lo zio, col quale aveva compiuto la traversata, gli disse che non sarebbe più stato responsabile di lui. Nel suo viaggio di rientro si fermò all'Abba, e non se n'è più andato perché Ramírez e la sua famiglia lo hanno adottato. «Chi giunge fin qui è traumatizzato e vulnerabile. Ha la stanchezza nel corpo e la paura negli occhi. Non è semplicemente "migrante": è padre, madre, figlio o figlia che ha dignità e sogni, e porta con sé esperienze difficili da raccontare e complicate da guarire», prosegue il religioso.

Sull'uscio del rifugio si presentano anche i richiedenti asilo che, spesso, sono sprovvisti di un documento d'identità. Di fronte a questo bisogno, nel 2021 Ramírez diventò avvocato. Senza il supporto legale, la richiesta d'asilo nello Stato di Guanajuato si fermerebbe sul nascere. «La sfida più difficile è avere la consapevolezza dei nostri limiti. Per quanto facciamo, il bisogno è sempre maggiore. Ci sono più persone che arrivano di quante possiamo sostenere, più storie di quante possiamo risolvere. Assistere la sofferenza in modo così costante è difficile», ammette il pastore evangelico.

Nell'attesa che il governo di Città del Messico recepisca e valuti la domanda, i richiedenti asilo sono invitati ai programmi educativi e culturali, in modo che le fasi di adattamento e integrazione nella società messicana siano più semplici. I servizi sono destinati anche agli altri ospiti, che possono svolgere inoltre il corso di teatro e usufruire dei doni arrivati dalla comunità: matite colorate, puzzle, cruciverba, palloni da calcio.

Tra questi, però, si è ridotto il numero di persone migranti in transito, di frequente sole, che sostavano al massimo 72 ore nel rifugio. E, allo stesso tempo, si è incrementato quello di famiglie e anziani con una disabilità fisica o intellettiva. Le ragioni sono riconducibili alle politiche migratorie restrittive applicate dal Messico, guidato fino al 2024 da Andrés Manuel López Obrador e ora da Claudia Sheinbaum Pardo, ma anche dagli Stati Uniti. «Queste politiche hanno reso la migrazione più pericolosa, portando a cambiamenti nelle rotte e a un aumento dei controlli intorno ai treni. Quando le vie legali si riducono, le persone sono costrette a intraprendere percorsi più rischiosi. Per noi, questo significa accoglierle in condizioni peggiori, più ferite, più traumatizzate, più disperate», afferma Ramírez. E aggiunge: «Il nostro lavoro si sta evolvendo e sta diventando più gravoso». Ma non si interromperà.

Anzi, chi passerà per l'Abba tra qualche tempo potrà accedere anche al Centro culturale per i diritti umani, che garantirà più posti letto, consultazioni mediche, sessioni di fisioterapia e corsi formativi di falegnameria, cucina e artigianato. «La mia speranza più grande è che le persone migranti recuperino la loro dignità e comprendano che la loro vita ha un valore. Per questo, noi continueremo ad aprire le nostre porte», conclude Ramírez.
