Amazzonia, ma è davvero solo colpa di Bolsonaro?

Amazzonia, ma è davvero solo colpa di Bolsonaro?

L’emergenza incendi, l’opinione pubblica e le risposte della comunità internazionale. Puntare il dito sul presidente del Brasile è fin troppo facile. Ma la Francia di Macron sarà coerente con quanto predica a Biarritz quando dovrà decidere sulle concessioni minerarie nella Guyana Francese? Perché in gioco non c’è l’opposizione a un singolo leader ma un modello di sviluppo ingiusto e insostenibile

 

“L’Amazzonia non è mai stata tanto minacciata quanto oggi”. Lo diceva già nel gennaio 2018 papa Francesco a Puerto Maldonado, in Perù. Ed è il motivo per cui ha convocato il Sinodo per l’Amazzonia, che si aprirà domenica 6 ottobre in Vaticano. Ora all’improvviso – complici le immagini degli incendi diventate virali sui social network – se ne accorge anche l’opinione pubblica internazionale e (a rimorchio) anche la politica. Finalmente.

Osservando il modo in cui questa emergenza viene raccontata, però, qualche dubbio sorge. Perché la domanda vera è: siamo disposti a cercare davvero di capire che cosa sta succedendo intorno al grande polmone verde? Il primo passo per prendersi cura dell’Amazzonia, infatti, è andare oltre le semplificazioni. E’ fin troppo facile oggi puntare il dito contro Jair Bolsonaro, il presidente del Brasile che da quando si è insediato a gennaio non ha perso occasione per affermare pubblicamente la sua intenzione di togliere di mezzo i vincoli allo sfruttamento economico della grande foresta. Che non siano solo parole lo confermano non solo gli incendi ma anche tanti altri indicatori: i dati sul disboscamento, le denunce sull’aumento delle incursioni dei garimpeiros nelle riserve indigene, i tentativi di questi mesi della Bancada Ruralista – la lobby dei grandi imprenditori agricoli nel parlamento brasiliano – di scardinare anche sul piano legislativo le tutele previste dalla costituzione del 1988 per le comunità indigene. E la stessa reazione di Bolsonaro all’emergenza incendi – complottista e accusatoria nei confronti delle organizzazioni che si battono per la difesa della foresta, prima di annunciare un’improbabile “tolleranza zero” da realizzare dispiegando l’esercito – desta profonde preoccupazioni.

Ma identificare le minacce all’Amazzonia con la sola presidenza Bolsonaro può funzionare per qualche post sui social network; non per affrontare alla radice il problema della salvaguardia di questa regione. L’attacco alla foresta e alle popolazioni che la abitano non è cominciato con Bolsonaro. Ce lo raccontava con franchezza, ad esempio, qualche settimana fa in questa intervista padre Sisto Magro, missionario del Pime in prima linea nelle battaglie sulla difesa della terra nell’Amapà proprio contro l’agrobusiness. “Dal 2003 al 2016, da quando Lula è salito in carica fino a quando è caduta Dilma Rousseff, in Amapá hanno costruito due mega-impianti idroelettrici, sono arrivati l’agrobusiness della soia ed Eike Batista con le attività di estrazione mineraria. E al governo c’era sempre il Partito dei lavoratori. Bolsonaro ha vinto le elezioni proprio per la delusione della gente. Per questo adesso stiamo toccando il fondo”.

E allora il punto è andare oltre il bersaglio facile per guardare allo scenario complessivo. Alle dinamiche che alimentano non solo i roghi della stagione delle secche ma l’aggressione quotidiana alla foresta. In queste ore, per esempio, si è parlato pochissimo del fatto che l’incendio più esteso in agosto in Amazzonia non si è sviluppato in Brasile ma nella Bolivia di Evo Morales. Quella stessa Bolivia che – come ricordava l’altro giorno in questa intervista all’agenzia Sir mons. Eugenio Coter, vescovo del vicariato apostolico di Pando e referente per la Bolivia della Rete ecclesiale panamazzonica – ha appena firmato con la Cina un mega-contratto per la fornitura di carne bovina che richiede al Paese di raddoppiare i propri allevamenti. Può essere una semplice coincidenza in un contesto dove il fuoco è il mezzo più sbrigativo per aprire la strada a nuovi pascoli? E questo non ha a che fare con logiche che sono globali?

Bolsonaro non è il Nerone del XXI secolo. E’ il risultato di ciò che il mondo chiede al Brasile prima di fargli ipocritamente la predica. Scrivere un hashtag è facile; ma cominciare a domandarsi, per esempio, da dove viene il ferro con cui anche qui in Italia si produce l’acciaio che passa per le nostre mani aiuterebbe molto di più l’Amazzonia. Come pure capire che – per esempio – nelle foreste del bacino del fiume Congo in Africa o in quelle intorno al Mekong in Asia stanno succedendo le stesse cose, anche se con altri attori e molti meno riflettori accesi.

Oggi il presidente francese Emmanuel Macron richiama il Brasile alle sue responsabilità e porta il tema dell’Amazzonia al G7 di Biarritz. Bene. Sarebbe interessante però che – di conseguenza – cogliesse l’occasione per annunciare quella svolta che il mondo ambientalista e le popolazioni indigene gli chiedono sulla gestione delle risorse minerarie nella Guyana Francese, che è parte dell’Amazzonia. Per esempio potrebbe annunciare il blocco del mega-progetto di Montagne d’Or, un’enorme miniera d’oro a cielo aperto che non si sognerebbe mai di realizzare in Francia e non si vede perché dovrebbe essere fattibile nel cuore dell’Amazzonia. Lo stesso vale per il premier canadese Justin Trudeau: potrebbe spiegare quali responsabilità ha intenzione di assumersi rispetto alle compagnie minerarie canadesi che sono tra i giganti dell’industria estrattiva in Amazzonia come in tante altre periferie del mondo di oggi. Che risposte è disposto a dare alle popolazioni indigene locali che protestano contro questi mega-impianti che alterano irreparabilmente gli equilibri della foresta tanto quanto il fuoco degli incendi? Alcuni degli incendi in Amazzonia, poi, non aprono la strada alla soia ma alle foglie di coca delle piantagioni dei grandi gruppi criminali. E allora che tipo di azioni è disposta la comunità internazionale a mettere in campo per stroncare la domanda e combattere davvero in maniera coordinata questa piaga? Sono solo alcuni esempi di un elenco che potrebbe evidentemente essere molto più lungo.

Tutto è collegato” è la frase chiave dell’Instrumentum Laboris del Sinodo che si aprirà tra poco più di un mese in Vaticano. Questa prospettiva di un’ecologia integrale suggerita da papa Francesco è l’unico sguardo realistico per dare risposte alla crisi profonda dell’Amazzonia. L’idea di una difesa dell’ambiente inseparabile dalla giustizia nei confronti delle popolazioni locali che non sono gli intrusi ma i custodi della foresta. Perché le strade per uno sviluppo sostenibile anche in Amazzonia esistono, ma sono percorribili solo al prezzo di una conversione profonda degli stili di vita che deve avvenire anche a migliaia di chilometri da Manaus. E il primo passo è un interesse vero per il futuro del grande polmone del mondo, non facili emozioni diffuse via social.

Non è a Bolsonaro che occorre costruire un’alternativa, ma al modello di sviluppo fondato sull’ingiustizia nei confronti dei fratelli e del creato che oggi non è certo solo lui a incarnare. Il Sinodo di ottobre arriva provvidenziale a ricordarcelo. Come credenti sapremo cogliere l’occasione per aprire gli occhi davvero?

 

P.S. Sabato 14 settembre di tutto questo parleremo a Milano al convegno “Il grido dell’Amazzonia” promosso dal Pime nell’ambito della campagna che sta portando avanti in vista del Sinodo. Un’ottima occasione per fare qualcosa davvero per l’Amazzonia