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title: "Dal Darfur all’Iraq: sei nuove «giuste» tra le nazioni"
description: L’8 marzo nel Giardino dei Giusti di Milano verranno piantati sei nuovi alberi con incisi i nomi di altrettante donne coraggiose – per lo più provenienti da Asia, Africa e Medio Oriente – che combattono senza sosta per il riconoscimento dei propri diritti nei loro Paesi. Ecco le loro storie. Sei don...
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date: 2016-03-03
modified: 2016-03-04
author: Ilaria Beretta
url: https://www.mondoemissione.it/asia/dal-darfur-alliraq-sei-nuove-giuste-tra-le-nazioni/
categories: [Africa, Asia, Medio Oriente]
tags: [diritti umani, donne, Gariwo, Giardino dei giusti, Tratta delle persone]
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# Dal Darfur all’Iraq: sei nuove «giuste» tra le nazioni

![Le sei donne che l'8 marzo diventeranno giuste tra le nazioni](https://www.mondoemissione.it/wp-content/uploads/Hello-Media.-1.png)

##### L’8 marzo nel Giardino dei Giusti di Milano verranno piantati sei nuovi alberi con incisi i nomi di altrettante donne coraggiose – per lo più provenienti da Asia, Africa e Medio Oriente – che combattono senza sosta per il riconoscimento dei propri diritti nei loro Paesi. Ecco le loro storie.

Sei donne per festeggiare l’otto marzo. A Milano infatti, proprio nella data simbolica della festa della femminilità, l’associazione **Gariwo**-Foresta dei Giusti darà vita a una cerimonia tutta «rosa» per rendere omaggio a quelle donne che si sono distinte nella** battaglia per il riconoscimento** dei loro diritti sociali e politici.

Per l’occasione, nel **Giardino dei Giusti** a Monte Stella – nato nel 2003 su iniziativa dello scrittore Gabriele Nissim e che raccoglie simbolicamente in una «foresta» i nomi di coloro che hanno lottato contro i crimini dell’umanità – saranno piantati sei alberi con incisi i riferimenti di altrettante donne, giovani e anziane, provenienti da diversi paesi del mondo.

Le loro storie, in effetti, sono diversissime tra loro nella genesi come nello sviluppo, eppure nelle biografie di queste donne si ritrova uno stesso e comune senso di responsabilità nei confronti della società.

Tra i nomi che figureranno tra i giusti delle nazioni dal prossimo 8 marzo, per esempio, c’è quello di **Halima Bashir**, un medico sudanese che ha denunciato più volte gli orrori del conflitto del Darfur, nel quale sono morte circa 300mila persone e che per questo è stato definito dalla corte dei diritti umani un «genocidio». Bashir ha accusato il governo di Khartoum di essere responsabile delle atrocità commesse nello scontro arabi e africani nella zona e per questo è tuttora **perseguitata dal governo del suo Paese**. La donna, che ora vive a Londra sotto copertura, nel libro-intervista *Tears of the Desert* ha raccontato la sua esperienza presso un piccolo ospedale nel nord del Darfur dove si è specializzata nella cura delle decine di ragazze vittime di violenza da parte dei militari. Per la sua attività Bashir stessa è stata rapita, maltrattata e violentata ma non ha smesso la sua opera tanto che nel 2010 [ha ottenuto](http://nobelwomensinitiative.org/2010/10/halima-bashir-wins-the-annual-reach-all-women-in-war-award/) il Premio Anna Politkovskaya per le donne che difendono i diritti femminili nelle zone di conflitto: «[Continuare](http://www.theguardian.com/world/2008/jul/22/sudan) a parlare è l’unica cosa che posso fare per il mio popolo. Ho scritto questo libro per raccontare quel che ho visto alle donne del Darfur».

Tutt’altra storia – che con la precedente condivide però il prestigioso premio Politkovskaya, ottenuto in questo caso nel 2014 – quella di **Vian Dakhil** la donna «più ricercata» dall’Isis la cui taglia sulla testa sale ogni qual volta la fuggiasca riesce a **mettere in salvo donne e bambine** da rapimenti, torture e stupri da parte dei jihadisti. Dakhil infatti è un’irachena - che ha dedicato la vita a mettere in salvo gli appartenenti alla **minoranza Yazidi** perseguitati o costretti alla conversione dallo stato islamico, il cui unico rappresentante in Parlamento è Dakhil stessa. Tra i beneficiari dell’azione della “giusta” sono soprattutto le donne alle quali spesso viene imposto un matrimonio forzato con i miliziati dello Stato islamico. Nel 2014 la donna è sopravvissuta a un **incidente aereo** – poi rivendicato dall’Isis – sul monte Sinjar mentre [portava aiuti](http://www.mirror.co.uk/news/world-news/isiss-most-wanted-woman-arrives-6609107)umanitari ai profughi della sua etnia: «Mi vedo un po’ come Emmeline Pankhurst delle Sufragette. Questa è la lotta del XXI secolo».

Insieme a loro un albero ricorderà anche le due «madri coraggio» **Felicia Impastato** e **Azucena Villaflor** che – l’una dalla Sicilia, l’altra dall’Argentina – sfidarono il potere locale per conoscere e protestare contro la sorte dei figli uccisi per aver manifestato le proprie idee. Affianco anche l’avvocatessa indiana **Flavia Agnes**, che – lasciatasi alle spalle un matrimonio violento e dopo aver conseguito la laurea in legge – ha fondato l’organizzazione non governativa Majilis e offrre **pareri legali** a oltre** 50mila donne** di qualsiasi ceto e religione.

Ma più giovane tra i giusti nominati l’8 marzo è una **ragazza afghana** di vent’anni che è sfuggita al matrimonio combinato grazie al **rap**. **Sonita Alizadeh**, infatti, è originaria di Herat ma, emigrata a Tehran, ha iniziato a frequentare un’associazione no profit che le ha insegnato a leggere, scrivere e… cantare. Grazie all’incontro con una regista iraniana, Sonita ha girato i suoi primi video musicali e – a insaputa della famiglia – li ha fatti circolare sul web conquistando un buon numero di fan. Proprio quando la sua carriera avrebbe potuto decollare, però, la madre la informa del fatto che – proprio come succede al [15% delle adolescenti](http://www.lastampa.it/2015/10/28/esteri/il-rap-di-sonita-una-giovane-afgana-contro-i-matrimoni-forzati-N0SrT8bvz2tVwGenEzCvnI/pagina.html)afgane nonostante la [norma presidenziale](http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/musica-tattile-contro-il-fischio-allorecchio) che vieta il traffico di **spose bambine** – avrebbe dovuto sposarsi al prezzo di **9mila dollari**: una somma che la famiglia avrebbe a sua volta usato per comprare una moglie al fratello.

Solo grazie alla canzone ***[Brides for sale](https://www.youtube.com/watch?v=n65w1DU8cGU)*  **([qui](https://www.youtube.com/watch?v=n65w1DU8cGU) il video) – composta per l’occasione – Sonita è riuscita a scampare al suo destino: la composizione infatti ha fatto il giro del mondo ed è stata ripresa persino dalla **tv afgana** tramite la quale è arrivata alle orecchie dei genitori, che alla fine hanno capito la sua posizione e le hanno permesso di partire per gli Stati Uniti dove nel frattempo aveva vinto una **borsa di studio**. A chi le chiede se è arrabbiata con i suoi genitori, [risponde](http://www.vanityfair.it/news/mondo/15/10/22/afghanistan-intervista-sonita-alizadeh-sposa-bambina-salvata-con-il-rap): «So che mia madre ha cercato di vedermi, ma so che è stata obbligata a chiudere gli occhi per via della **povertà** e della** tradizione** che le impedivano di vedere un’altra strada». Ecco perché la battaglia di Sonita contro il traffico di spose – un problema che riguarda molte delle sue amiche afgane – non si esaurisce e continua anche oltreoceano.
