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title: "Grazie ai califfi per il risotto. E non solo!"
description: "La cultura, anche alimentare, si nutre di scambi. Come racconta Andrew M. Watson nel suo saggio \"La rivoluzione agricola araba\""
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date: 2022-07-14
modified: 2025-01-03
author: Maria Tatsos
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categories: [Cultura]
tags: [agricoltura, Andrew M. Watson, arabi, La rivoluzione agraria araba, medio oriente]
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# Grazie ai califfi per il risotto. E non solo!

![Grazie ai califfi per il risotto. E non solo!](https://www.mondoemissione.it/wp-content/uploads/cibo.jpg)

##### Grazie per il grano duro degli spaghetti, per i limoni, per gli spinaci e per molto altro. Come racconta Andrew M. Watson nel suo saggio "La rivoluzione agricola araba". La cultura, anche alimentare, si nutre di scambi

Questa vicenda c’è su tutti i libri di scuola. Nel Medioevo, gli arabi varcarono le porte d’Europa, occuparono buona parte dell’attuale Spagna e sarebbero dilagati nel resto del continente se i francesi non li avessero fermati a Poitiers nel 732. Qualche merito a questi conquistatori lo riconosciamo: nella penisola iberica, portarono architetture strabilianti e la loro arte dei giardini. A Baghdad, invece, i califfi abassidi assoldarono schiere di traduttori perché i testi greci potessero essere letti in arabo. Grazie a loro, **filosofi come Platone e Aristotele sono entrati a far parte del patrimonio culturale europeo**, così come molti testi di medicina, matematica e ingegneria.

Questi guerrieri venuti dal deserto dell’Arabia, che avevano occupato l’attuale Medio Oriente, la Persia e il Nordafrica nel nome di Maometto, realizzarono un’altra rivoluzione, tutt’ora poco raccontata nei libri di storia: **cambiarono il mondo dell’agricoltura e ampliarono gli alimenti disponibili sulle nostre tavole**. A sostenerlo è un breve ma illuminante saggio di Andrew M. Watson, pubblicato nel 1974 su *The Journal of Economic History *e ora riproposto da Slow Food Editore. Si intitola *La rivoluzione agricola araba. Tra Settecento e Millecento, alle radici di ciò che mangiamo oggi*, è di facilissima lettura ed esce corredato da un’introduzione dello storico Piero Bevilacqua e due contributi di Roberta Biasillo e Paolo Squatriti.

La tesi di Watson è semplice: prima della scoperta dell’America, che rese disponibili un’infinità di nuove piante commestibili - dal pomodoro alle patate - gli arabi favorirono tra il 700 e il 1100 la circolazione di idee, merci e anche di vegetali nell’enorme impero che crearono. Grazie a loro, secondo lo studioso inglese, piante originarie dall’India e dall’Asia e giunte nell’impero sasanide (cioè i possedimenti persiani dal 224 al 651 d.C.), arrivarono anche in Europa. Qualche nome? **Il riso, la canna da zucchero, gli spinaci, gli asparagi, le melanzane, le arance amare e i limoni, il lime, i cocomeri, il sorgo...** Ogni volta che gustate un risotto alla milanese o con gli asparagi, ricordatevi che è merito degli arabi che lo portarono in Sicilia. E, come ricorda Bevilacqua, il riso da lì prese una via che resta sconosciuta verso il nord Italia, per approdare in Lombardia e Piemonte. Documenti del Quattrocento testimoniano la presenza della pianta a Milano e a Mantova.

Anche quando mangiamo un piatto di pasta dovremmo essere grati agli arabi. Il grano duro (*Triticum durum*), originario dell’Abissinia, fu portato in Sicilia, dove i vermicelli detti *itriya* in arabo erano già fabbricati nel XII secolo, come racconta un geografo arabo. Certo, come scrive Squatriti, i contestatori di questa tesi di Watson si sono appigliati a ritrovamenti archeologici di grano duro in alcuni siti archeologici precedenti all’Islam. Ma ciò che conta davvero non è chi ha coltivato per primo il grano duro, ma chi ne ha favorito una diffusione ampia, facendo da apripista perché pasta e spaghetti diventassero un alimento importante. E qui la risposta è univoca: gli arabi.

Nella rivoluzione agricola araba, rientrano anche il cotone e la coltivazione dei manghi, della palma da cocco e del taro, che però nell’Europa dell’epoca non presero piede. Rimasero confinati in zone più calde, come l’Africa orientale e l’Arabia. In questo periodo di cambiamenti climatici, potrebbero tornare d’attualità: la produzione di manghi in Sicilia è già realtà. E **forse oggi dovremmo ripensare anche ai cereali che coltiviamo, puntare sulle specie e sulle varietà che richiedono meno acqua**. Watson cita il sorgo che se la cava bene anche in terreni asciutti e sabbiosi, e lo stesso grano duro, resistente alla siccità.

Oltre alle piante che diffusero, gli arabi portarono anche **nuove tecniche agricole**. Sembra bizzarro che un popolo del deserto sia riuscito a fare questo miracolo, ma forse proprio chi è abituato alla scarsità d’acqua diventa più attento a usarla. Da una parte, si diedero da fare per recuperare dighe e sistemi d’irrigazione caduti in disuso, ingegnosamente ideati in terre come la Mesopotamia. Dall’altra, inventarono nuove soluzioni: dalle ruote azionate da animali ai canali sotterranei, che potevano portare l’acqua su lunghe distanze. I nuovi metodi di irrigazione resero possibile un’agricoltura diversa. Se ai tempi dei romani si seminava d’autunno, si raccoglieva a primavera e l’estate era una stagione morta per i contadini, con le nuove colture introdotte da Paesi caldi come l’India si poteva produrre anche nella stagione più torrida. Canna da zucchero, riso, cotone, cocomeri, grano duro e sorgo potevano maturare d’estate, consentendo di avere altri raccolti in stagioni diverse. Insomma, la terra rendeva di più. E così, secondo Watson, in questo periodo d’oro dell’espansione araba crebbero la popolazione e le città.

Un’altra lezione che ci arriva dal passato e dal mondo arabo riguarda il modo in cui questa rivoluzione agricola fu gestita dalle autorità. Fino al 1100, oltre a provvedere alle grandi opere i califfi promossero il cambiamento con una politica che oggi definiremmo di **incentivi fiscali**. Un esempio? Watson cita il regolamento di Muhammad. Se un contadino avesse reso coltivabile un terreno incolto per tre anni, ne diventava proprietario, godendo di un regime fiscale agevolato: pagava solo un decimo del valore dei suoi prodotti. Rispetto all’Europa del Medioevo, fatta di grandi proprietà e di servi della gleba, il contadino mediorientale coevo stava molto meglio, perché poteva possedere un appezzamento sufficiente al benessere suo e della famiglia.

**Questo stato di grazia durò fino all’XI secolo, quando gradualmente iniziò un processo di decadenza**, coinciso con l’arrivo di nuovi invasori. Il breve saggio di Watson merita di essere riletto, perché ci offre una prospettiva diversa, in un’epoca come la nostra in cui l’immigrato è visto come un invasore, e non una risorsa. La presenza araba, benché imposta con le armi, fu un elemento d’innovazione. E gli stessi arabi in questo periodo della loro storia riuscirono a creare una società fiorente, grazie all’apertura mentale dei loro governanti, desiderosi di imparare da altre culture senza rinnegare la propria. Perché dallo scambio - di idee, di persone... - la storia dimostra che c’è sempre da guadagnarci.

 

 
