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title: Azione e grazia
description: "Dopo trent'anni con i bambini di strada di Yaoundé, padre Maurizio Bezzi vive oggi la missione \"altrimenti\" in Algeria, tra malattia e nuova presenza."
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date: 2026-10-14
modified: 2026-10-12
author: Anna Pozzi
url: https://www.mondoemissione.it/ottobre-2026/azione-e-grazia/
categories: [Ottobre 2026]
tags: [Africa, Algeria, camerun, missione, padre Maurizio Bezzi, Pime]
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# Azione e grazia

![Azione e grazia](https://www.mondoemissione.it/wp-content/uploads/IMG_3497-1024x726.jpg)

##### Dopo trent'anni in Camerun al fianco dei bambini di strada, padre Maurizio Bezzi è stato costretto a tornare in Italia e poi ad andare in Algeria a causa della malattia. Che però non ha intaccato il desiderio di vivere la missione "altrimenti"

È sempre stato un uomo d'azione, padre Maurizio Bezzi. La missione vissuta soprattutto in strada, con i bambini e i ragazzi di Yaoundé, in Camerun, tra mille stimoli, problemi, sofferenze e anche tante gioie. Una vita intensa e frenetica, vivacissima e… «non senza rischi!», ammette oggi scherzando. Poi un nuovo orizzonte, geografico, ma anche esistenziale: da Yaoundé ad Algeri, da un Paese a grande maggioranza cristiano a uno quasi esclusivamente musulmano, dove la testimonianza si fa soprattutto con l'incontro e l'ascolto. Non solo però. In Algeria ritmi e modi diventano meno intensi, per il contesto, ma anche per la malattia: prima un lieve aneurisma, poi quattro *stent*, infine il Parkinson. Che si è insinuato in punta di piedi, trasformando silenziosamente il rapporto con il corpo, con il tempo e con il mondo. Gesti che diventano più lenti, tremori più frequenti, la parola che impiega un istante in più a farsi strada… Oggi padre Maurizio, bergamasco di Foresto Sparso, classe 1957, è una persona diversa, ma sempre piena di positività e di senso dell'umorismo, di fede e di attenzione agli altri. Una persona che, con una forza straordinaria, prova a vivere la sua missione "altrimenti".

«Non la sento come una limitazione, ma come un modo diverso di essere missionario, più monastico che di azione, con belle relazioni e tempi più propizi per la preghiera, la lettura, la meditazione e il silenzio. Essere in Algeria aiuta, in questo senso - riflette padre Maurizio -: non è un posto del fare, ma dell'esserci, è presenza che si fa incontro e che talvolta si trasforma anche in bene». Racconta di un migrante in una situazione particolarmente difficile, che non ha diritti perché non ha documenti; di una ragazzina che è riuscito a salvare dalla prostituzione coatta, ma anche delle persone detenute che incontra in carcere: «Sono l'unica persona che va a fargli visita. Sono tutti originari dell'Africa subsahariana, non hanno nessun parente o amico in Algeria. O, se li hanno, spesso sono in situazione irregolare e non possono certo avvicinarsi alla prigione. Molti vengono dal Camerun…», sospira.

Camerun che è stata la sua missione per tanti anni, dal 1987 al 2018. E che è sempre nel suo cuore. I ricordi sono vividi. Soprattutto del primo impatto quando, poco più che trentenne e con tanta voglia di fare, si è scontrato con un contesto culturale come quello dell'Estremo Nord, dove sembrava che nulla potesse cambiare. «Vedevo molte ingiustizie e tanto fatalismo. E mi sembrava di non poter fare niente. A quel tempo, ero pieno di energie e di voglia di affrontare le sfide. Ma era come se mi trovassi sempre davanti a dei muri, spesso fatti di pregiudizi e di paure. È lì che mi sono reso conto che il cristianesimo è davvero parola di liberazione».

Nonostante tutto, però, in quella savana arsa dal sole e disseminata di piccoli villaggi, cominciava ad ambientarsi e ad affezionarsi alle persone, entrando un po' alla volta nella lingua e nella cultura dei *tupuri*. «Mi sono trovato un po' spiazzato quando, dopo quattro anni, mi hanno proposto di andare a Yaoundé». Erano i tempi in cui, anche nel Pime, si rifletteva sulla possibilità di nuove forme di missione nelle grandi città. «L'idea però - precisa Bezzi - non era di andare in parrocchia, ma di sperimentare strade diverse».

L'occasione, come spesso succede, si è presentata attraverso alcuni incontri. Quello con padre Gabriele Matavelli, innanzitutto, carmelitano e cappellano del carcere di Yaoundé, dove operava già un'*équipe* dinamica di sacerdoti e religiose. «Padre Gabriele mi ha accolto volentieri, ma mi ha detto che c'era qualcuno che aveva più bisogno. È così che ho conosciuto fratel Yves Lescanne». Piccolo fratello di Charles de Foucauld, Yves operava già da molti anni nel settore minorile della prigione e con i ragazzi di strada. «È stato il primo a rendersi conto di un fenomeno che altri non vedevano o non volevano vedere - racconta padre Maurizio -. Era qualcosa che stava cominciando a emergere in maniera preoccupante ed era un segnale inequivocabile di un malessere economico, sociale e culturale. Gli ho detto che potevo dargli una mano: si è preso il braccio, la testa, tutto!», scherza padre Bezzi, che in quel servizio si è calato davvero con tutto se stesso, soprattutto dopo che fratel Yves si è trasferito al Nord, dove ha trovato la morte, il 29 luglio 2002, proprio per mano di uno dei "suoi" ragazzi.

Anche padre Maurizio ha subìto minacce, furti, pressioni… Ma chi lo ha conosciuto al Centro Edimar o nelle strade di Yaoundé sa che quello era davvero il suo posto, la sua casa. «Abbiamo accolto tanti bambini e ragazzi, ma sin dall'inizio, nel 2002, abbiamo concepito il Centro come un luogo aperto solo di giorno, un punto di riferimento dove potevano incontrare adulti di cui fidarsi, disponibili ad ascoltarli e a guidarli». Realizzato grazie all'aiuto di un caro amico francese e ai fondi della Fondazione monegasca dedicata alla principessa Grace, il Centro Edimar accoglierà in questo mese di ottobre la visita del Principe Alberto, che ha continuato a sostenerlo. «Sarà l'occasione per tornare a Yaoundé!», sorride felice padre Maurizio. Questa volta però non finirà (probabilmente) nelle strade più malfamate della capitale che per tanti anni sono state l'altro polo della sua missione. «Ci andavamo regolarmente e chi voleva incontrarci sapeva che poteva trovarci lì. La familiarità con la strada è stato il nostro punto di forza. È così che sono nate tante relazioni».

Attorno a questi due poli - Centro Edimar e strada - sono cresciute anche molte amicizie e collaborazioni. Un po' alla volta, la missione di padre Maurizio si è arricchita non solo della presenza e dell'aiuto del suo confratello padre Marco Pagani (che ora si trova pure lui in Algeria), ma anche di quella di tanti giovani camerunesi, che hanno deciso di condividere il suo percorso di fede e di impegno sociale. Una su tutte: Mireille Yoga, donna straordinaria, piena di energie e di carisma, che oggi continua a portare avanti tutte le attività.

«L'ischemia nell'aprile 2018 e il Parkinson diagnosticato un paio di anni dopo, con in mezzo un periodo in Italia per il Covid, mi hanno costretto a un taglio drastico. È stata l'occasione di buttare addosso tutto a Mireille!», dice scherzando. Ma aggiunge subito: «Lei era molto cresciuta, avevamo condiviso tutto, e tutti la conoscevano e l'apprezzavano. È stato un naturale passaggio di responsabilità». «Mi è pesato? - riflette -. Sì e no. Ho sempre visto in questa storia un filo rosso che è quello della Provvidenza divina. E ho sempre vissuto la mia missione e il mio servizio come qualcosa che mi è stato dato per essere ridonato. Non ho mai voluto che fosse la consistenza della mia vita, che la esaurisse: la consistenza è Cristo».

Questa convinzione lo ha accompagnato anche in Algeria, dove si è trasferito nel 2023. Ma il Camerun, in qualche modo, lo ha inseguito sin lì. «Un giorno - racconta - mi ha chiamato un ex ragazzo di strada di Yaoundé, che avevo conosciuto in prigione e che aveva frequentato per un po' il Centro Edimar. Aveva deciso di emigrare ed era arrivato in Algeria. Dopo tanti anni, aveva conservato il mio numero!».

Seraphine, invece, l'ha conosciuta a Orano, dove aveva frequentato l'università e lavorava in una scuoletta, che il vescovo aveva ristrutturato per i figli dei migranti affinché il loro passaggio in Algeria non avesse effetti troppo negativi sui bambini. Anche lei era rimasta bloccata lì. Non era riuscita a fare l'attraversata del Mediterraneo e pensava di tornare in Camerun. «Ho visto come lavorava e sono rimasto meravigliato. L'ho messa in contatto con Mireille. Hanno scoperto di essere originarie dello stesso villaggio, ma soprattutto hanno trovato una sintonia straordinaria. Seraphine è tornata a Yaoundé e hanno iniziato a lavorare insieme. È bravissima con i ragazzi e tutti le vogliono molto bene!».

Anche se il legame con il Camerun rimane forte, oggi la sua missione è convintamente in Algeria, un contesto molto diverso, per molti versi più difficile, «ma dove ho meno responsabilità personali», fa notare padre Maurizio. Le cose da fare, però, non mancano: gli incontri in prigione, il servizio settimanale nella biblioteca della Casbah, il volontariato nel centro d'accoglienza per i migranti, le visite nella casa di riposo, i servizi nelle strutture diocesane e la celebrazione della Messa per i pochi cristiani presenti nella capitale, tutti stranieri. Poi ci sono le relazioni con le persone. «La gente qui è molto accogliente. Generalmente abbiamo buoni rapporti con tutti. Anche negli incontri occasionali, che spesso faccio sui taxi collettivi, si vivono belle avventure!».

Poi, quando si va un po' più in profondità e ci si conosce meglio, si superano anche molte barriere e pregiudizi. «In prigione, ad esempio, ho sentito una delle guardie dire al suo collega: "Queste sono persone di pace!". Mi ha colpito molto. Con altri con cui c'è più familiarità si fanno anche discorsi più profondi. Un giorno si parlava con un vicino di preghiera e libertà. A un certo punto ha esclamato: "Vorrei che educassero anche noi a questo!"». Chi gli vuole bene, invece, è dispiaciuto che… non vada in paradiso! Nella tradizione musulmana, infatti, è riservato solo ai fedeli dell'islam. «Una volta un uomo mi ha detto: "Che peccato, un signore così simpatico e buono!"».

I ricordi, l'affetto, l'ironia, la capacità di amare e di soffrire: padre Maurizio continua a essere davvero "un signore simpatico e buono", anche quando il corpo fatica a esprimersi. Ma la mente è sempre focalizzata sull'essenziale, su quello che conta davvero: «Un'esperienza molto bella che vivo qui ad Algeri è quella della comunità Pime. Attualmente siamo in quattro, tre presbiteri e una laica, e ospitiamo un diacono algerino. C'è un buon clima, molto sereno, che aiuta a dare senso e significato a una modalità molto particolare di testimonianza che, a tutti gli effetti, chiamiamo missione».
