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title: "Cristiani e indù. La santità dell&#8217;altro"
description: Padre Yann Vagneux racconta in un libro il suo dialogo di venticinque anni con la spiritualità indù, tra bhakti, abbandono a Dio e fede cristiana
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date: 2026-10-20
author: Redazione
url: https://www.mondoemissione.it/ottobre-2026/cristiani-e-indu-la-santita-dellaltro/
categories: [Ottobre 2026]
tags: [cristianesimo, dialogo interreligioso, induismo, libro, padre Yann Vagneux]
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# Cristiani e indù. La santità dell&#8217;altro

![Cristiani e indù. La santità dell&#8217;altro](https://www.mondoemissione.it/wp-content/uploads/pexels-dineshlens-32316883-1024x721.jpg)

##### In un libro pubblicato da Qiqajon il missionario francese padre Yann Vagneux esplora i grandi temi della spiritualità indiana e li fa dialogare con la fede cristiana

Ha vissuto per oltre venticinque anni in India. E dopo aver animato a Varanasi il centro diocesano di dialogo interreligioso Maitri Bhavan, oggi opera a Kathmandu. È uno sguardo che nasce da un incontro profondo quello che padre Yann Vagneux, sacerdote delle Missions Étrangères de Paris, offre nel libro "La santità dell'altro. Induismo e cristianesimo in dialogo" (pp. 240, euro 22), da poco pubblicato in Italia da Qiqajon, la casa editrice della Comunità di Bose. Dal volume proponiamo qui sotto alcuni stralci del capitolo conclusivo.

Dei miei primi giorni in India ricordo una domenica di novembre del 1997 quando, seduto sui gradini della vasca di Mylapore a Madras, guardavo i fedeli immergersi nelle acque lustrali prima di entrare nel sagrato sacro del tempio. Ancora di più, mi rivedo un mese dopo, nella notte di luna piena di Karthikai, mentre scalavo le pendici dell'Arunāchala con migliaia di pellegrini per ricevere la visione del grande braciere luminoso in cima alla montagna.

Questo incontro inaugurale con l'incandescente devozione religiosa (*bhakti*) mi ha preservato da ogni riduzione intellettualistica dell'induismo, tentazione in cui cadono così spesso gli occidentali quando, con l'aiuto della ragione greca, cercano di classificare ciò che è inclassificabile e di comprendere ciò che è incomprensibile, perché al di là di un semplice *lógos* razionale. Al contrario, con la disponibilità interiore della giovinezza, mi sono lasciato trasportare dalla fede del mio nuovo popolo nelle sue manifestazioni più diverse e sconcertanti, come quella dei penitenti *tamil* con la lingua perforata da un grosso ago.

Così condotto in silenzio dal fervore religioso che commuove l'essere fino alle radici, sono stato in grado di raggiungere la soglia di ciò che abita l'anima indù, senza passare attraverso il filtro delle parole e delle idee. Ho così scoperto un po' del cuore ardente dell'induismo nel luogo a cui si accede attraverso il *prapatti*, l'"abbandono" di sé all'amore divino, un abbandono che non è affatto passivo, ma è, al contrario, animato da un desiderio insaziabile. Ho così "capito" che, in una tale bhakti, è proprio l'abbandono di sé a colui che ci supera che dà tutto il senso alle nostre vite nel cuore dell'universo. E il segno della grandezza di tale abbandono si trova nell'umiltà dell'offerta che l'essere umano fa al suo Dio: «Chi mi offre con devozione anche solo una foglia, un fiore, un frutto o anche solo un po' d'acqua, io accetto il suo dono perché è stato fatto con un cuore puro pieno d'amore» (*Bhagavadgītā* 9,26).

Catturato dalla forza interiore dell'induismo così come viene vissuto quotidianamente, mi sono mescolato alla folla dei pellegrini e ho camminato con loro verso i santuari delle pianure e delle montagne. Con gioia immensa ho vissuto le feste religiose che scandiscono mese dopo mese la vita dei miei amici. E così sono entrato nel potente flusso del grande fiume della devozione dove l'Amato si rende presente. (…)

Mi sarà sempre difficile dire quanto il mio percorso quotidiano con l'induismo abbia trasformato il cristianesimo che ho ricevuto in eredità come mia identità più profonda. Quello che posso dire con certezza è che l'India non ha smesso di purificare la mia fede da ciò che in essa potrebbe essere troppo intellettuale, per condurla verso quella profondità spirituale senza la quale ogni religione non è altro che un inganno che il mondo è pronto a smascherare. La folgorante alterità dell'induismo mi ha dato il desiderio di ritrovare le fonti vive delle due tradizioni che, in modo singolare, si mescolano in me. Per riprendere una parola molto appropriata di Christian de Chergé (1937-1996), devo senza sosta "scavare il mio pozzo", vivendo con l'induismo una vera e propria "emulazione della santità" attraverso il confronto diretto con la commovente devozione (bhakti) degli umili e l'intensità della ricerca della saggezza (*jñāna*) vissuta da tanti esseri incontrati lungo il cammino, siano essi pienamente impegnati nel mondo o già fuori dal mondo come i *samnyāsī*. Questa "ascesa nel profondo del cuore" si è tradotta in una maggiore spoliazione per raggiungere la semplicità interiore di coloro che sono chiamati a essere "come bambini" secondo il motto evangelico (*Mt 18,3*), coloro che sono *Krist bhakta*, "devoti di Cristo", il Figlio eterno del Padre. (…)

Oggi, nella santa Chiesa, siamo solo in pochi a essere esistenzialmente impegnati con l'induismo. Questo numero esiguo potrebbe sembrare irrisorio di fronte a più di un miliardo di credenti, ma non importa: dobbiamo andare avanti come una vox *in deserto*. Per me è in gioco la mia consacrazione all'India e la forma molto particolare che è stata data nel corso del tempo al mio sacerdozio. Di fatto, nel modo più generoso possibile, ho cercato di accogliere nella mia esistenza e nella mia fede cristiana l'alterità dell'induismo e mi sono lasciato trasformare da essa in un incessante dialogo spirituale, tanto più incarnato e ardente quando gli stessi indù sono venuti da me, chiamandomi con infinita tenerezza "padre Yann", rendendomi loro amico, loro fratello, loro padre e anche loro sacerdote. Contemplando i loro volti pieni di fiducia nei miei confronti, posso dire che le due tradizioni cristiana e indù sono ormai indissolubilmente legate nella mia persona, come se fossero una sola carne, pur rimanendo distinte. (…)

In questo strano matrimonio che caratterizza la mia vita, mi sento un po' come lo sposo indù che, la sera delle nozze, invita la moglie a sedersi accanto a lui sotto la volta celeste. Lì le indica la stella polare che brilla stabile nelle altezze e le dice: «Sii salda, o tu che ora vedo. Rimani salda al mio fianco, o tu che sei feconda! Tu, che Brhaspati mi ha dato, ricevi una discendenza da me, tuo sposo. E vivi con me un centinaio di autunni» (*Pāraskaragrhyasūtra* I,8,19). Indissolubilmente uniti nel silenzio dove non ci sono più parole da pronunciare, stiamo fianco a fianco, io nella preghiera cristiana, lei nella sua preghiera indù. E nel nostro amore indissolubile, vorrei indicarle la stella che contemplo misteriosamente nei cieli: il Signore che viene, colui che l'Apocalisse chiama "la stella radiosa del mattino" (Ap 22,16), la "stella che non conosce tramonto".
