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title: La missione del saio
description: A 800 anni dalla morte di san Francesco, fra Giovanni Cropelli racconta lo stile missionario cappuccino tra le baraccopoli di Bangkok.
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date: 2026-09-30
author: Giuseppe Caffulli
url: https://www.mondoemissione.it/ottobre-2026/la-missione-del-saio/
categories: [Ottobre 2026]
tags: [francescani, Myanmar, Thailancia]
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# La missione del saio

![La missione del saio](https://www.mondoemissione.it/wp-content/uploads/IMG_0713_myanmar-v2-1024x768.jpg)

##### Lo stile francescano dell'annuncio è oggi «straordinariamente attuale»: a 800 anni dalla morte del santo di Assisi parla fra Giovanni Cropelli, che guida l'Ufficio Missionario della Provincia cappuccina del Nord Italia

A ottocento anni dalla morte di san Francesco d'Assisi, il modo più autentico per ricordare il Poverello non è forse quello di celebrarne soltanto la figura storica, ma di riconoscere come il suo carisma continui a generare vite capaci di parlare al presente e di percorrere la via dell'annuncio del Vangelo in ogni angolo della terra.

La missione, per Francesco, non è mai stata "conquista" o affermazione di sé. Nella *Regola non bollata*, parlando dei frati inviati «tra i saraceni e gli altri infedeli», indica una via sorprendente: vivere spiritualmente insieme agli altri, evitando liti e contese, «essendo soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio» e confessandosi cristiani attraverso la testimonianza della vita. Solo quando vedranno che ciò piace al Signore, dice Francesco, i frati potranno annunciare apertamente la Parola.

È un metodo disarmato, che parte dall'incontro e dall'ascolto. Un metodo che fra Giovanni Cropelli, oggi responsabile dell'Ufficio Missionario della Provincia cappuccina del Nord Italia (recentemente costituita e intitolata a Francesco d'Assisi), ha scoperto e verificato sul terreno, da missionario in Thailandia per oltre un decennio, tra le baraccopoli di Bangkok. Bresciano, ancor prima di vestire il saio Giovanni, falegname provetto, era "abitato" dal desiderio di mettersi al servizio dei più poveri. Una prima esperienza in Camerun, da volontario, impegnato in un progetto di cooperazione, sembrò però chiudere quella prospettiva. La tubercolosi contratta e il lungo ricovero in ospedale lo convinsero che l'avventura missionaria fosse finita prima ancora di cominciare.

Dopo aver scelto la vita francescana, per anni fra Giovanni è stato impegnato in una grande parrocchia milanese affidata ai frati cappuccini. Anni intensi e fecondi: il lavoro pastorale, l'accompagnamento dei giovani, la collaborazione con le Missionarie della Carità, l'impegno accanto alle donne che cercavano di uscire dalla prostituzione. Una vita piena, nella quale si sentiva profondamente realizzato.

Eppure, proprio allora, emerge un'inquietudine inattesa. «Devi andare là dove **nessuno vuole andare**»: così fra Giovanni sintetizza quella chiamata interiore maturata nella preghiera e nel discernimento. Quando i superiori gli chiedono quale fosse la sua destinazione ideale, risponde semplicemente: dove c'è più bisogno. Ecco allora la Thailandia: una lingua difficile, un contesto culturale e religioso molto distante da quello lombardo nel quale fra Giovanni è cresciuto. Parte così nel 2001 con una frase appuntata nel cuore: «Se vuoi trovare me, devi perdere te». E con le parole delle Costituzioni cappuccine che richiamano direttamente l'intuizione di san Francesco: i frati sono inviati «in povertà e in piena fiducia in Dio per annunciare ovunque con la vita e le parole la pace, sottomessi a tutti per amore di Dio». Proprio quest'ultima espressione, la sintesi del «metodo missionario» di san Francesco, diventa la bussola quotidiana.

Nella cultura thailandese, come in altri contesti asiatici, il sacerdote gode spesso di una posizione sociale elevata. Ma il francescano, per sua vocazione, non può abitare quel ruolo in termini di privilegio. Fra Giovanni comprende ben presto che il primo annuncio consiste nello stare accanto agli altri come fratello. Lavare i piatti insieme ai giovani in formazione, pulire i pavimenti, condividere i lavori quotidiani: gesti semplici, ma capaci di mettere in discussione una concezione gerarchica delle relazioni. La missione non inizia dal pulpito. Inizia dal vivere tra gli ultimi.

L'esperienza che più profondamente ha segnato il suo ministero è quella vissuta nelle baraccopoli di Bangkok. In collaborazione con i missionari del Pime, i cappuccini decidono di abitare periodicamente uno dei quartieri più poveri della capitale. Nessuna struttura imponente, nessun centro multifunzionale. Solo una piccola baracca adattata a luogo di vita, preghiera e accoglienza. Tre giorni alla settimana, in mezzo alla gente; gli altri in convento. Una scelta precisa: condividere, non semplicemente assistere.

I giovani thai che vivono questa esperienza insieme ai frati sono invitati a piccoli servizi concreti. Visita agli anziani, agli ammalati... Nessuno inizia parlando di Cristo. «La cosa importante era essere una presenza umile», ricorda fra Giovanni. La domanda religiosa nasce subito dopo. Sono gli abitanti stessi della baraccopoli a chiedere: perché siete qui? Perché fate questo? Chi è Gesù? Chi è san Francesco? L'annuncio cristiano emerge così da una relazione di fiducia. Non come imposizione, ma come risposta a una domanda suscitata dalla testimonianza.

In questo, l'esperienza di fra Giovanni appare straordinariamente fedele all'intuizione originaria di Francesco d'Assisi. Il santo non aveva immaginato missionari conquistatori o protagonisti solitari. Aveva inviato i suoi frati a due a due, chiedendo loro di mostrarsi anzitutto fratelli. La fraternità stessa doveva diventare annuncio. Anche oggi, chiamato a occuparsi delle missioni cappuccine in varie parti del mondo e a sostenere innumerevoli progetti di sviluppo, fra Giovanni insiste sull'importanza di non agire mai da soli. «La gente deve poter vedere il bene che i frati si vogliono, il rispetto reciproco, la capacità di condividere la vita. In poche parole: il Vangelo vissuto».

Un altro aspetto che fra Giovanni tiene a sottolineare è l'utilizzo di beni e risorse. La tentazione di costruire opere sempre più grandi e strutture sempre più complesse può riguardare anche la missione. Eppure Francesco ha vissuto «la leggerezza evangelica». Fra Giovanni ne è convinto: ciò che trasforma realmente le persone non è la potenza organizzativa, ma la vicinanza autentica.

L'esperienza nelle periferie thailandesi («ma questo vale anche nelle nostre città», tiene a sottolineare) suggerisce pure un'altra verità, particolarmente cara alla spiritualità francescana. I poveri non sono soltanto destinatari della missione; diventano maestri di umanità e di fede. Del resto, nell'episodio decisivo della vita di san Francesco, è il lebbroso a rendere possibile la conversione del santo. L'incontro con chi è fragile cambia anzitutto chi pensa di portare aiuto. Per questo la missione è un lasciarsi trasformare.

Nell'ottavo centenario della morte di san Francesco, la testimonianza di fra Giovanni Cropelli ricorda come il cuore del carisma francescano rimanga sorprendentemente attuale. In un tempo segnato dalla ricerca della prestazione, del consenso e della visibilità, la via della minorità continua a rappresentare una provocazione radicale: andare là dove nessuno vuole andare, vivere accanto agli ultimi senza pretese di superiorità; lasciarsi evangelizzare dai poveri; testimoniare **il Vangelo attraverso** **la fraternità**. È questa l'eredità che Francesco consegna ancora oggi ai suoi figli e alla Chiesa intera: non "conquistare il mondo", ma abitare le sue ferite da fratelli. Affinché, attraverso la semplicità di una vita donata, altri possano intravedere il volto di Cristo.
