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Una casa di tutti i colori

Nel noviziato internazionale delle Missionarie dell’Immacolata, a Roma, giovani provenienti da tutti i continenti si formano insieme: «Imparare a convivere nella diversità è un arricchimento per la missione», dice suor Alessandra Camatta

In una strada silenziosa del quartiere Parioli, a Roma, sorge un villino circondato dal verde. A curare le siepi e le rose del giardino sono le giovani residenti della casa, che è sede di un progetto profetico: il noviziato internazionale delle Missionarie dell’Immacolata. L’iniziativa, istituita ufficialmente il 18 ottobre 2021, è un laboratorio di convivenza globale nato per promuovere l’interculturalità e una formazione condivisa tra ragazze provenienti da tutti i continenti. L’idea di unificare la formazione in un unico centro risponde a una precisa volontà dell’XI Capitolo generale della Congregazione. «Fino al 2020 – spiega la responsabile, suor Alessandra Camatta – avevamo noviziati in Bangladesh, Papua Nuova Guinea, India e, in passato, anche in Brasile. Nel tempo è però maturata nella Congregazione l’idea di una formazione internazionale». I motivi dietro questa scelta sono duplici. Da un lato, il calo delle vocazioni in alcuni Paesi renderebbe le comunità troppo esigue. Dall’altro, vi è la ferma «convinzione che vivere insieme fin dall’inizio, nella diversità delle culture, sia un arricchimento anche per la missione». In fondo, l’internazionalità è scritta nel Dna delle Missionarie dell’Immacolata che, istitui­te nel 1936, hanno visto accogliere le prime vocazioni in India già nel 1948.

Il percorso che prepara le giovani alla prima professione religiosa dura complessivamente tre anni, il primo dei quali si svolge a Monza ed è interamente dedicato allo studio della lingua italiana e all’inserimento nel contesto del Paese. Solo dopo questo “anno linguistico” le giovani tornano a Roma per iniziare il noviziato vero e proprio, della durata di due anni. Durante questo tempo, come sottolinea suor Alessandra, «la giovane capisce meglio qual è il nostro carisma, cos’è la consacrazione e come vivere i voti. Infine, sceglie liberamente se continuare, fare la professione religiosa e diventare suora missionaria». Oggi, tra le mura di questo originale noviziato vivono 13 ragazze: 6 provengono da diversi Stati dell’India, 3 dalla Papua Nuova Guinea, 2 dal Bangladesh e 2 dall’Italia. Le storie delle novizie sono tessere di un mosaico variegato. Valentina, milanese di 32 anni, ha incontrato i missionari attraverso un Cammino per i giovani organizzato dal Pime nella sua città: «Sentivo già all’epoca la domanda vocazionale ma non l’avevo mai espressa apertamente, soprattutto a me stessa. L’incontro con la vita missionaria mi ha messo un po’ in discussione. Ho capito che la fede che sento non è una cosa da tenere per me, ma va estesa e condivisa».

Dall’India arriva Pavithra, 25 anni: racconta di aver avuto il desiderio di consacrarsi solo dopo aver conosciuto le suore. Un incontro avvenuto quasi per caso, seguendo il padre insegnante trasferitosi in un nuovo villaggio, proprio là dove le missionarie operavano. «All’inizio avevo dei pregiudizi rispetto alle altre culture – ammette -, che sono però spariti una volta arrivata in Italia, vivendo insieme alle altre. Ora sono felice, perché ho capito che la realtà non è quella che temevo». Più tormentato è stato il cammino di Joyce dalla Papua Nuova Guinea. Nata da madre cattolica e padre protestante, ha dovuto affrontare l’opposizione di quest’ultimo per seguire la propria vocazione. Fre­quentava di nascosto la parrocchia finché, un giorno, ha trovato il coraggio di entrare in convento, ma non quello di dirlo al padre, che lo ha appreso da una lettera che Joyce gli ha fatto recapitare. Nonostante i dissapori iniziali, lui ha cambiato idea, tanto che i suoi genitori si sono anche sposati con il rito cattolico.

La preparazione delle novizie non si esaurisce tuttavia all’interno della comunità. Due volte a settimana frequentano la Scuola Intercongregazionale (Sic) di Albano Laziale, poco distante dalla capitale, dove condividono le lezioni con circa 60 giovani di 11 diversi Istituti religiosi. Suor Alessandra ne evidenzia l’importanza ecclesiale: «C’è la bellezza, si respira un po’ la Chiesa. Incontrandosi, hanno la possibilità di capire che non sono gli unici a fare questo cammino, che ci sono altri che fanno le stesse fatiche e vivono le stesse gioie».

Le attività spaziano dallo studio della Teologia e delle Scritture a momenti di servizio concreto, come la raccolta delle olive, nel territorio dei castelli romani, per aiutare le suore del posto, impegnate nell’assistenza di anziani bisognosi. A queste attività si aggiungono le missioni popolari, l’animazione nelle parrocchie e – racconta Marina del Bangladesh – «il servizio alla Caritas della stazione Termini per la distribuzione dei pasti». Altra particolarità di questo noviziato è l’esperienza comunitaria apostolica prevista già al secondo anno. Per alcuni mesi le giovani lasciano Roma per vivere nelle diverse comunità missionarie. Per quasi tutte la destinazione è l’Italia, ma per Valentina la sfida sarà invece il Brasile. Anche Audette vive questa fase come una grazia che l’ha portata a «uscire da se stessa» per sperimentare l’accoglienza.

A guidare un gruppo tanto eterogeneo c’è un’équipe di tre suore formatrici che hanno trascorso decenni nelle terre di missione. Oltre alla responsabile, ci sono suor Rosetta Cereda che, dopo 40 anni in Camerun, oggi insegna alle ragazze il cucito, proprio come faceva in Africa, e suor Emanuela Romano, con 23 anni di esperienza tra Camerun e Papua Nuova Guinea, che funge da economa e “infermiera” della casa, come dicono scherzando le ragazze. Per loro «la diversità non è una barriera. Basta “aggiustarsi” l’un l’altra». E, in questo, il noviziato internazionale si conferma una vera e propria «scuola di comunione».

Nel prepararsi alle loro professioni – le prossime a settembre – le novizie dimostrano infatti che la missione non inizia quando si parte per terre lontane, ma nel momento esatto in cui si accetta di condividere la stanza, la preghiera e un tratto di strada con chi è diverso da noi.

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