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Icona decorativaIcona decorativa11 Febbraio 2026 Dario Salvi

Arabia Saudita, cristiani delle catacombe

Nel Regno dove ufficialmente c’è posto solo per l’islam vive un milione di cattolici, provenienti da tanti Paesi del mondo. Si radunano in modo discreto nelle case, in un contesto oggi un po’ meno ostile. Aspettando ancora la libertà di culto

Dall’esterno un edificio come molti altri fra i minareti della città, affacciato su un grande piazzale dove un tempo sorgevano case e palazzi ora demoliti per far posto a costruzioni moderne che stanno rimodellando il volto di Jeddah, metropoli costiera affacciata sul Mar Rosso. La città è già immersa nell’oscurità, mentre a poca distanza il traffico scorre ininterrotto fino a tarda notte. All’interno, in un appartamento all’ultimo piano, da un dispositivo provengono canti di una tradizione antica quanto attuale: parole dell’antica liturgia siro-malabarese in lingua malayalam, scandite nella funzione celebrata in una chiesa del Kerala, dall’altro lato dello schermo.

Il giorno dopo, in un’abitazione di un quartiere della periferia orientale, da un tablet a giungere è la voce di un sacerdote che, nell’omelia, si rivolge a un gruppo di fedeli indiani e filippini parlando di «persecuzioni, fede al prezzo del sangue, richiamo alla pace». Temi che più volte abbiamo rilanciato sulle nostre pagine in questi anni. Ma che, oggi, testimoniamo in prima persona in una città dell’Arabia Saudita. È «il miracolo di internet, che permette di assistere a Messe trasmesse via Zoom», ci confida un membro della famiglia che ci ospita. Anche se questa – continua – «è un’occasione speciale per la sua varietà e unicità», avendo riunito «persone provenienti da diverse parti del mondo».

Riti, tradizioni, popoli e culture diversi, uniti «grazie alla rete» a simboleggiare il significato più vero e profondo della cattolicità e della preghiera. Succede in un Paese, e in una società, in cui – almeno in linea teorica – non sarebbe ammessa alcuna fede diversa da quella musulmana sunnita. In realtà, dentro i confini dell’Arabia Saudita, oggi vive un popolo composto da circa un milione di persone che ricorda l’esperienza dei cristiani dei primi secoli: una Chiesa non fondata sui mattoni come i tradizionali luoghi di culto che siamo abituati a conoscere in Occidente, quanto su uomini e donne, giovani e bambini dalla fede profonda, viva e salda nonostante le difficoltà, i timori e le restrizioni. È proprio questa l’impressione che si ricava incontrando di persona i cattolici in Arabia Saudita, ascoltando le loro storie e condividendone le difficoltà, le sfide e le speranze.

La Monarchia del Golfo ospita la Mecca e Medina, le due città più importanti (assieme a Gerusalemme) per l’islam sunnita; ed è ogni anno meta di pellegrinaggio per milioni di fedeli. La religione musulmana resta la sola ufficialmente riconosciuta e praticata nel Regno; altri culti non sono ammessi. Ma l’espansione nel secolo scorso dell’industria del petrolio e i mega-progetti avviati negli ultimi anni hanno alimentato l’immigrazione da Oriente e Occidente. Europa e Stati Uniti, ma soprattutto Filippine e India, Pakistan e Bangladesh hanno trainato l’ingresso di una fetta consistente di expat che, seppur fra profonde restrizioni e pericoli, hanno cercato di vivere la loro fede in un’altra religione in modo discreto, fra le mura domestiche. Talvolta correndo il rischio di incappare nei raid e nelle perquisizioni della Muttawa, la polizia religiosa, con arresti, sequestri di materiale, carcere ed espulsioni; anche se, a partire dal 2018, si è registrato un parziale rilassamento nei controlli, pur in un quadro di continua sorveglianza. 

Il cristianesimo nelle sue diverse denominazioni, il buddhismo, l’induismo sono alcune fra le fedi che, sotto il manto dell’islam, sono oggi presenti in Arabia Saudita; si sono sviluppate nel tempo, sebbene ancora oggi non vi sia un riconoscimento ufficiale. Ed è proprio la possibilità di «poter praticare il culto» il desiderio «più grande» e uno dei motivi che «animano la preghiera» della gran parte dei cattolici che abbiamo incontrato nelle giornate trascorse fra Jeddah e Riyadh. Una speranza, forse, nemmeno troppo remota, considerando il quadro di profondi cambiamenti sociali ed economici impressi dalla leadership dell’Arabia Saudita e dal principe ereditario Mohammed bin Salman, nell’ambito del piano di riforme Vision 2030 tuttora in continua evoluzione.

Raccontando la realtà saudita monsignor Aldo Berardi, vicario apostolico dell’Arabia settentrionale (territorio che comprende anche Kuwait, Qatar e Bahrein, dove ha sede il vicariato) parla di una «Chiesa delle catacombe» in cui professare la fede può essere «a volte un rischio». «Per questo – prosegue il presule – quanti vogliono seguire Cristo lo fanno in modo profondo». E laddove non vi sono luoghi di culto, «le persone stesse diventano Chiesa». «A volte scherzando dico loro: “Non abbiate fretta di voler avere un edificio in cui pregare, perché poi sarete costretti a occuparvi dell’aria condizionata, di come pagare l’elettricità, di risvolti pratici che adesso non avete. Potete concentrarvi su formazione, vita spirituale, studio della Bibbia e catechismo”, anche perché oggi disponiamo di diversi mezzi come internet, le piattaforme di incontro e discussione, i social media che si possono utilizzare per approfondire la fede».

Filippini, indiani, libanesi: i cattolici in Arabia Saudita sono uniti dal desiderio di vivere nel profondo le celebrazioni e da una «fame di Eucarestia», come ci racconta Thomas (il nome è di fantasia, come tutti quelli citati nell’articolo a tutela della loro identità – ndr). A Jeddah vive una comunità cattolica di circa 300 mila fedeli: «Durante gli esami negli istituti superiori o nelle università – prosegue questo cattolico indiano – oggi non è raro vedere studenti cristiani che recitano il Padre Nostro prima della prova. E ogni incontro o conferenza cui si assiste in rete implicano uno scambio e una crescita spirituale».

A differenza delle parrocchie in Occidente dove sono i fedeli a recarsi in Chiesa – racconta un cattolico europeo che vive in Arabia Saudita – qui la sfida è «poter non dico incontrare, ma raggiungere in qualche modo le persone; rispondere alle loro esigenze, a partire dalla condizione di migranti in una terra che non è la loro. In questa prospettiva è ancora più significativo andare alle origini della fede e le festività diventano occasione per unire identità diverse, all’insegna della tradizione e della speranza, valorizzando i diversi riti».

Per illustrare il clima di condivisione e unità, un fedele da anni a Riyadh racconta un aneddoto sul Natale riguardante la comunità dello Sri Lanka. «Ogni anno – spiega – sono soliti preparare un concerto, con le musiche tradizionali della festa cui intervengono anche concittadini di altre fedi: buddhisti, indù e pure i musulmani. Lo scorso anno, pur non essendo cristiani, anche loro hanno voluto partecipare alle fasi preparatorie, allestendo la sala, mentre i bambini hanno riprodotto il presepe vivente. È stato un momento particolarmente toccante e significativo, nella sua estrema semplicità».

«Non ci possiamo riunire all’aperto – precisa Anthony, indiano – ma non manca la speranza; cambiamenti ne vediamo: rispetto al passato la situazione è migliorata anche se le precauzioni restano. Certo, le restrizioni rafforzano la fede e il desiderio di condivisione, ma l’augurio è quello di una maggiore libertà», pur nel rispetto delle norme e delle tradizioni di questo Paese.

«Generosità e carità – afferma una fonte istituzionale – sono elementi peculiari dei cattolici» in Arabia Saudita, che «oggi presentano una tendenza maggiore alla commistione fra indiani, filippini o fedeli di altre nazionalità» rispetto a un passato in cui ciascuno tendeva a restare isolato. Una separazione giustificata anche dai maggiori controlli e dal bisogno di non attirare l’attenzione delle autorità. «Quanto il clima sia diverso – spiega Fady, maronita libanese – è evidenziato dal fatto che, oggi, non è raro che colleghi di lavoro non cristiani ci rivolgano gli auguri per le nostre festività. Nel 2024, in un articolo pubblicato su Arab News (principale quotidiano anglofono – ndr) anche un leader religioso musulmano affermava che non è peccato dire “Buon Natale” a un cristiano».

«Oggi – afferma Ferdinand, filippino, da 30 anni nel Regno saudita – il modo di celebrare le nostre feste è diverso rispetto al passato; possiamo rivivere almeno in parte in questa terra gli elementi tradizionali della nostra fede». «Essere cristiani in Arabia Saudita – conclude Xavier, indiano, mentre ascolta in sottofondo il rito in lingua malayalam – vuol dire presenza e partecipazione. Due pilastri della fede oggi più forti della paura e della diffidenza».

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