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Icona decorativaIcona decorativa11 Febbraio 2026 Dario Salvi

Non solo ospiti

Il vicario apostolico Aldo Berardi racconta la vitalità di comunità che si sentono eredi dei cristiani vissuti qui prima dell’avvento dell’islam

Una Chiesa che cresce nonostante le criticità, in Bahrein, in Kuwait, in Qatar e anche in Arabia Saudita. Il vicario apostolico dell’Arabia settentrionale monsignor Aldo Berardi – sacerdote dell’Ordine della Santissima Trinità e degli Schiavi, 62 anni, missionario che vive in questa regione dal 1998 – racconta così il territorio dei quattro Paesi del Golfo di cui è pastore da ormai tre anni.

Eccellenza, come sta la sua Chiesa?

«Progredisce nei numeri e speriamo anche in spiritualità e vocazioni. Dipendiamo molto dalle circostanze politiche o economiche, ma a livello di base la nostra Chiesa sta bene, le celebrazioni sono partecipate. A seconda dei Paesi vi sono difficoltà a livello locale, ma la sfida principale è l’unità, mettere assieme fedeli con lingue, tradizioni e riti diversi».

Osservando da vicino le diverse comunità emerge forte l’elemento della devozione…

«Facciamo il massimo perché tutti possano celebrare secondo la propria cultura e la propria storia. Purché non ci si fermi lì: un rito non deve essere da “museo”, ma dinamico perché la Chiesa è viva. Non contesto riti e tradizioni, ma chiedo sempre di trovarne l’elemento peculiare. Ai filippini dico: “Con il Santo Niño volete solo ballare o approfondire come questa tradizione ha modellato il vostro cristianesimo?”. Altrimenti il rischio è diventare una Chiesa solo “devozionale”. Ma dobbiamo essere molto delicati: non si tratta di togliere qualcosa, ma di promuovere una vita cristiana più profonda».

Vi è anche l’aspetto dell’inculturazione: è davvero rinata una Chiesa d’Arabia?

«È il motivo per cui nel 2023 abbiamo celebrato il Giubileo di sant’Areta e dei suoi compagni. Erano martiri originari dell’antica città di Najran, nell’attuale Arabia Saudita, e furono uccisi nel 523 (cioè prima dell’arrivo dell’islam – ndr) per la loro fede: ricordare il loro centenario è stata un’occasione per approfondirne la storia, scoprendo il passato cristiano della Penisola arabica e dando un senso alla nostra presenza. Non siamo solo ospiti che stanno qui qualche anno a lavorare e poi ripartiamo. Siamo parte di una lunga tradizione, è importante approfondire il nostro legame con la storia e la cultura locali. Non dobbiamo soltanto pregare per il re o per l’emiro, come facciamo ogni domenica, ma anche amare il Paese nonostante la componente locale non sia molto aperta e sia difficile ottenere la cittadinanza».

Com’è stata vissuta dai suoi fedeli la guerra a Gaza?

«Con grande partecipazione e sofferenza: le Messe, soprattutto quelle in lingua araba, sono sempre orientate alla pace. Abbiamo promosso momenti di preghiera, seguendo le orme di Papa Francesco e di Papa Leone XIV. Sono emerse sensibilità diverse fra quanti chiedevano di pregare per la Terra Santa e quanti invocavano preghiere solo per i palestinesi. Altri ancora ricordavano le sofferenze patite anche dagli israeliani. Così abbiamo deciso di pregare per la Terra Santa nel suo complesso, sebbene fra i gruppi arabi sia sempre rimasta un’attenzione particolare per la popolazione palestinese di Gaza».

Che cosa spera oggi per la Chiesa d’Arabia?

«Che mantenga il suo spirito di creatività e di missione. E poi che possa sentirsi parte della Chiesa universale, soprattutto i fedeli dell’Arabia Saudita. In questo senso è stata significativa la partecipazione di piccoli gruppi alle Giornate mondiali della gioventù: ogni volta i ragazzi hanno portato con loro una statua della Madonna d’Arabia, che hanno donato alla parrocchia che li ha accolti».

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