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Dall’Africa nel segno della fratellanza

TABANCA: I villaggi della Guinea-Bissau si chiamano tabanca e sono luoghi di relazione e di condivisione.  Proprio come vorrebbe essere la nuova rubrica di suor Anna Marini, missionaria dell’Immacolata a Bissorã, dove promuove istruzione e crea amicizie

La Guinea-Bissau è un contesto di missione dove  si sperimenta a pieno il senso della “fratellanza”. Anche io, nel mio piccolo, nel lavoro quotidiano nei villaggi – che qui vengono chiamati tabanca – tocco con mano questa fratellanza che supera le divisioni e si fa voce profetica in un mondo segnato da conflitti e muri alzati. Ecco perché ho voluto dare anche a questa rubrica il nome tabanca.

La scuola elementare di N’panquinha, in particolare, è per me un esempio di convivenza, soprattutto tra le religioni. Nonostante sia laica, il mattino, nella sala professori, si comincia la giornata con una preghiera: un segno di croce e un “Padre nostro”, un’invocazione ad Allah da parte dei docenti musulmani, una preghiera di ringraziamento dalla voce di quelli evangelici e protestanti, il ricordo delle persone care da parte di coloro che praticano la religione tradizionale. Questo coro variopinto di voci, chi più flebile, chi più audace, è per me una testimonianza edificante nell’odierno assetto mondiale.

Comprendo sempre di più come “il senso di Dio” sia vivo in questo popolo. Ed è in questo contesto di missione che anche la mia fede si purifica, si fortifica e si interroga.

Umaro, direttore della scuola di Dame, è un giovane musulmano che con dedizione si occupa da più di quindici anni dell’insegnamento e della gestione della scuola coordinata da noi missionarie dell’Immacolata in un contesto in cui è maggioritario il popolo balanta e molti bambini praticano la religione tradizionale.

È attraverso la sua fede che consolido la mia. Umaro non manca mai di partecipare alle feste di questo popolo, lo crede un gesto di prossimità alle famiglie dei nostri alunni. Insieme, abbiamo preso parte anche alla cerimonia d’inizio del fanado, la più importante per questa etnia. È stato con me tutta la giornata, accompagnandomi di casa in casa (come vuole la tradizione) a salutare i responsabili della tabanca e i genitori degli alunni.

Nel maggio scorso, mi ha accompagnato a Farim, per recuperare l’atto di nascita di Alberto, un nostro professore cattolico che doveva sposarsi in giugno, ma a causa di una malattia non poteva uscire di casa. Abbiamo passato quattro ore a scartabellare registri consunti. Alla fine, mi ha detto: «Suora, abbiamo fatto un buon lavoro. Altrimenti Alberto non avrebbe potuto sposarsi!». 

Poco prima di partire per le mie ferie, è venuto a salutarmi: «Chiedo ad Allah che tu possa tornare, suor Anna. Abbiamo ancora voglia di lavorare con te, c’è tanto da fare!». Poi, con una lacrima in viso, mi ha consegnato un’intercessione. La porta di Umaro e di sua moglie Binta è sempre aperta per noi suore, qui a Bissorã dove viviamo. E questo senso di fratellanza universale, che si costruisce nella relazione, allarga il significato della nostra missione. 

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