Joana Osman: tutti possiamo contribuire alla pace
Esce in Italia il libro “Dove danzano le anime” della scrittrice tedesco-palestinese, da anni impegnata a far dialogare ebrei e palestinesi, per non guardarsi più come nemici
«L’esilio consiste nel vivere in un luogo sognandosi altrove», scrive Shahram Khosravi, iraniano, profugo in Svezia. Generazioni di palestinesi dal 1948 potrebbero sottoscrivere questa frase. Hanno lasciato la loro terra e le loro case, spesso portandosi in tasca la chiave, con la speranza di poter fare ritorno. Quel giorno tanto sognato non si è avverato mai. Chissà quante di quelle chiavi saranno finite ai nipoti, oppure dimenticate in un cassetto. Diventate senza senso come le vite di chi perde con l’esilio anche parte di se stesso.
Una di queste storie, così simili e al contempo così diverse nei modi in cui ciascuno vive il suo dramma, è stata raccontata nel libro “Dove danzano le anime. La storia della mia famiglia palestinese”, appena pubblicato da tre60. L’autrice è Joana Osman, classe 1982, figlia di madre tedesca e padre palestinese. L’esilio non l’ha mai vissuto sulla sua pelle: vive in un paesino bavarese, in cui è cresciuta e in cui ha le sue radici. Ma il legame con il padre, prematuramente scomparso, e la famiglia paterna è rimasto vivo. Nasce così questo romanzo di autofiction, che racconta anche i drammi più cupi con lievità e un pizzico di ironia, integrando i dettagli che non l’autrice non conosce con il suo talento narrativo. Il risultato è una saga familiare emblematica delle vicende del popolo palestinese dopo la nakba, ovvero la catastrofe, l’espulsione forzata dalle loro terre.
Tutto incomincia a Giaffa, dove una diciottenne di nome Sabiha, analfabeta – perché alle donne non serviva andare a scuola, tanto si devono sposare, così sosteneva suo padre – e uno scapolo quarantaduenne, Ahmed Osman, si sposano. È il 1943 e all’inizio per la giovane famiglia tutto va a gonfie vele. Ahmed gestisce un cinema, nascono due figli maschi, Mahmoud e Ibrahim. Ma la convivenza con gli ebrei sempre più numerosi diventa problematica. Con la nascita dello stato di Israele, gli Osman – ai quali si è aggiunto Ismael – è costretta ad andarsene. Sabiha e i tre figli si imbarcano per Beirut, mentre Ahmed, all’ospedale per una ferita, è costretto a restare. Il Libano è la prima tappa dell’esodo. Ad accoglierli, campi profughi o in alternativa misere case sovraffollate, dove i piccoli sono perennemente affamati. Quando Ahmed li raggiunge a Beirut, la famiglia decide di andare a Mersina, nel sud della Turchia. Un conoscente di Ahmed gli ha promesso di aiutarlo a ottenere un lavoro. Le condizioni di vita non migliorano. La povera Sabiha perde il suo quarto figlio, che muore subito dopo il parto, e non tollera più di vivere fra estranei. Vuole tornare a Beirut, dove ci sono le sue sorelle. Ma la capitale libanese riserva loro le stesse difficoltà della volta precedente. Sono profughi, ospiti indesiderati. La famiglia continua a crescere, con altri tre figli maschi. Di loro, Mohammad è l’unico a capire che per affrancarsi da quel mondo di miseria e di dolore c’è un’unica via d’uscita: studiare. E vincerà una borsa di studio per la Germania.

Le vicende del passato si intrecciano con gli spazi in cui Joana Osman racconta la genesi del libro, i suoi contatti con gli zii superstiti e i cugini, i suoi viaggi in Israele – dove lei può entrare, perché ha un passaporto tedesco – e l’attrazione per questa terra che sente parte di sé.
Joana è per metà palestinese di seconda generazione. Da quando insieme a uno zio dal Libano ha raggiunto la frontiera e ha guardato per la prima volta verso la terra dei suoi nonni, non è più riuscita a togliersela dalla testa. Ha cercato di capire il conflitto che contrappone palestinesi ed ebrei. Nelle sue ricerche online, ha conosciuto Ronny e Michal, una coppia di israeliani pacifisti che avevano creato uno spazio di incontro fra israeliani e iraniani sui social. Come ha raccontato in un TED talk tenuto ad Amburgo nel 2018, Joana li ha contattati e insieme hanno creato una pagina Facebook, PalestinelovesIsrael, con lo stesso spirito: parlarsi e conoscersi per scoprire che il nemico non è poi così diverso da te. È il primo passo per infrangere i tabù e per ripudiare la guerra. «Ogni conflitto si basa sulla disumanizzazione dell’altro e sulla vittimizzazione di se stessi», ha dichiarato Osman. «La soluzione è ri-umanizzare le persone del Medio Oriente». Come? Facendole incontrare, online e anche di persona. Joana Osman e i suoi amici tramite la loro organizzazione The Peace Factory (thepeacefactory.org) ci erano riusciti. Poi, c’è stato il 7 ottobre 2023, la guerra a Gaza e ora un conflitto con l’Iran che si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto il Medio Oriente.
In occasione dell’uscita del suo libro, abbiamo chiesto a Joana Osman come sta procedendo il suo progetto di fronte a quanto sta accadendo.
«The Peace Factory è un progetto online partito su Facebook in virtù del modo unico che ha il social di unire immagini e commenti. Quando Facebook ha cambiato il suo algoritmo e altri social sono diventati più popolari – per esempio, TikTok e Snapchat – abbiamo perso gran parte della nostra visibilità. Quindi ci siamo concentrati sui workshop dal vivo e sui podcast. Le pagine su Facebook continuano a esistere, ma come archivio. Sono www.facebook.com/the.Peace.Factory,
www.facebook.com/IranlovesIsrael.OfficialPage, www.facebook.com/palestinelovesisrael.peacefactory».
Ha ancora senso parlare di pace fra le persone dopo il 7 ottobre 2023 e quello che ne è seguito, con oltre 72 mila morti a Gaza?
«Tutto è cambiato dopo il 7 ottobre 2023. È stato come un 11 settembre e le conseguenze sono visibili nella situazione attuale. In Medio Oriente, specialmente in Israele e in Palestina, da allora nessuno parla più di pace. La stessa parola “pace” è diventata una sorta di tabù. Se osi parlare di pace, non sei più ridicolizzato, ma sei visto come un traditore. Ma cosa succede in una società quando persino parlare di pace è vissuto come un tradimento? Si ottiene una società corrotta dalla guerra. Tutti noi abbiamo raggiunto questo punto, come società e singoli individui. Ecco perché, secondo me, è più che mai necessario non solo parlare di pace, ma di lavorare attivamente per raggiungerla. Non malgrado le guerre, ma proprio a causa di esse. Se non parliamo di pace, la guerra avrà vinto. Su questo tema, ho scritto un nuovo libro, uscito in Germania a settembre 2025 e intitolato “Frieden, eine reale Utopie” (Pace, un’utopia reale)».
L’espansione del conflitto in Iran, Libano e nei Paesi del Golfo rischia di diventare una guerra totale, se non lo è già. Come può la gente comune rompere la spirale dell’odio?
«Tutti possono contribuire a un futuro migliore e più pacifico, e a una società più sana. Poiché tutti questi conflitti e guerre sono collegati fra di loro, il modo in cui parliamo e trattiamo dell’odierna guerra nel Golfo fa la differenza. Dobbiamo capire che il clima attuale di politica fascista, imperialista e autoritaria può portare solo alla catastrofe. E dobbiamo abbracciare l’idea che il cambiamento non avverrà dall’alto verso il basso, ma sempre dal basso verso l’alto. Non possiamo cambiare quanto sta succedendo: noi europei siamo di testimoni di un’altra orribile guerra in Medio Oriente, ma possiamo impegnarci perché le nostre società in Europa siano più sane, più democratiche, meno prone verso il populismo di destra».
Lei racconta attraverso la sua storia familiare la tragedia del popolo palestinese. È possibile a suo parere riconciliarsi mettendo una pietra sopra a quanto è accaduto? O è più giusto non smettere di ricordare?
«Possiamo riconciliarci senza dimenticare. In effetti, accettare quanto è accaduto a entrambi, ebrei e palestinesi, e rendersi conto che entrambe le parti sono in qualche modo responsabili per quanto è successo e succederà in futuro, è l’unica via per la pace».
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