Dai giovani sauditi la spinta al cambiamento
Dietro alle riforme del principe Mohammed bin Salman c’è un Paese dove il 70% della popolazione ha meno di 35 anni e ha potuto viaggiare all’estero. L’equilibrio delicato tra annunci e compromessi con la “vecchia guardia”
«Una chiave per interpretare i cambiamenti degli ultimi anni in Arabia Saudita è guardare i giovani». Lo suggerisce una fonte diplomatica europea – dietro garanzia di anonimato – mentre percorriamo in auto le vie centrali di Riyadh, trafficate a ogni ora del giorno e della notte. Oltre il 70% dei cittadini sauditi ha meno di 35 anni, con la fascia di età tra i 15 e i 34 che rappresenta una parte consistente. L’età media è di 26,6 anni, con le donne saudite che nel 2024 hanno avuto in media 2,7 figli.
«L’Arabia Saudita si apre a se stessa attraverso i suoi giovani – continua il nostro interlocutore -, soprattutto nelle aree urbane. È interessante osservarli non solo in occasione dei grandi eventi sportivi, della cultura o dello spettacolo, ma nella quotidianità. In molti casi i loro interessi assomigliano a quelli dei coetanei occidentali. Anche se è un discorso che non vale per tutti: una parte resta pur sempre legata alla fazione conservatrice e restia ai mutamenti. Bisogna, quindi, trovare un equilibrio e questo risulta difficile. Perché le aperture devono essere assorbite e digerite, anche se i cambiamenti sono spesso rapidi».
Un esempio è il passaggio del fine settimana dal “giovedì e venerdì” al “venerdì e sabato”, per allinearsi ai mercati finanziari internazionali: «La decisione – commenta la nostra fonte – è stata presa in pochi giorni. Altre riforme richiederanno tempi più lunghi e incontreranno forse maggiori difficoltà a essere accettate». Tra i fattori che hanno contribuito a un progressivo mutamento della società, in particolare dei più giovani che hanno «una mente più aperta», un elemento importante sono state «le esperienze all’estero, il vivere immersi nel mondo del business e degli affari. La gran parte di loro – sottolinea il diplomatico – sono millennial usciti dal Paese per motivi di studio o lavoro e che poi hanno fatto ritorno in patria».
Una coppia libanese da oltre 40 anni in Arabia Saudita fa risalire i primi segnali di reale cambiamento al periodo fra il 2017 e il 2018. In passato «la polizia della morale cercava di imporre la frequenza della moschea, anche gli expat dovevano indossare l’abaya, l’abito femminile, o il thobe (dishdasha, la versione maschile della lunga tunica tradizionale dei Paesi del Golfo – ndr). Durante il Ramadan, il mese sacro islamico di digiuno e preghiera, nelle aziende ci si doveva fermare, era impossibile mangiare per strada o in pubblico senza il rischio di sanzioni. Si dovevano rispettare alla lettera gli obblighi del Paese e della religione».
«Fra i primi segnali di apertura – ricorda la coppia – c’è stato il permesso di guida per le donne, oggi libere di poter uscire di casa da sole, viaggiare all’estero e trovare un lavoro senza l’obbligo di tutela maschile». Pure in tema di abbigliamento, la libertà ora è «molto maggiore: alcune donne portano il velo integrale, altre lasciano il volto scoperto, altre ancora ricordano le ragazze in Occidente». In quest’ottica la leadership cerca di «mostrare all’esterno un’immagine diversa da quella stereotipata, fornita dai media stranieri».
Visitando l’Arabia Saudita si ha la netta percezione di una realtà in evoluzione sia a livello di infrastrutture – con cantieri aperti ovunque, dalla capitale al Mar Rosso – che culturale e umano, sebbene la religione musulmana resti pur sempre il punto di riferimento. Parlando con diplomatici o lavoratori migranti che vivono da decenni nel Regno, l’opinione comune è che la mente di questo cambiamento, che non rinnega ma ripensa la tradizione, sia proprio il principe Mohammed bin Salman. Nato a Riyadh il 31 agosto 1985, dall’età di 32 anni ricopre la carica di crown prince; di fatto è il vero leader di uno Stato guidato ormai solo nominalmente dal padre re Salman, asceso al trono nel 2015. Il primo incarico pubblico di Mbs (come viene chiamato il principe) risale a quasi 11 anni fa come ministro della Difesa. Poi, ad aprile 2015, è diventato vice principe ereditario e due anni più tardi erede a pieno titolo, mentre nel 2022 ha ottenuto anche la nomina a primo ministro.
Il suo fiore all’occhiello è la Vision 2030, una sorta di programma politico, economico e sociale che pone al centro le nuove generazioni, pur non mancando al suo interno elementi di criticità, fra cui le morti sul lavoro e la reale fattibilità di mega-progetti come Neom, futuristica città costiera in costruzione sul Mar Rosso. Lo stesso principe aveva sottolineato il valore delle giovani generazioni al momento del lancio del piano nel 2016. «La nostra vera ricchezza – dichiarava – risiede nell’ambizione della nostra gente e nel potenziale della nostra generazione più giovane. Sono l’orgoglio della nazione e gli architetti del futuro».
Il programma strategico di sostegno allo sviluppo prevede un rafforzamento dell’istruzione e della formazione specializzata, progetti tecnologici, sport ed e-sport (le nuove discipline interamente digitali – ndr), cultura ed energie rinnovabili. In questo senso va inquadrato il boom dell’industria dell’intrattenimento, sport e spettacolo, con concerti impensabili fino a pochi anni fa, come le esibizioni dei Guns and Roses o Christina Aguilera. Infine, il turismo, non solo quello religioso dei pellegrinaggi alla Mecca, ma anche quello legato a svago e vacanza, con una «vera e propria impennata da diverse aree, compreso l’Occidente», conferma un operatore locale.
I numeri sembrano confermare il potenziale cui fa riferimento bin Salman: le principali economie mondiali – Giappone e Cina solo per citarne alcune – entro il 2100 perderanno fra il 20 e il 50% della popolazione per l’invecchiamento. Discorso opposto per la Monarchia del Golfo che ha raggiunto i 35,3 milioni nel 2024 (i sauditi sono il 55% della popolazione reale) e un tasso di crescita del 2,52% trainato da nascite e immigrazione.
Sul fronte internazionale, bin Salman sembra soprattutto aver allontanato le ombre dei primi anni della sua ascesa al potere, fra il 2015 e il 2018: lo scontro con l’Iran e la rottura delle relazioni diplomatiche dopo l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran, poi rientrato con la mediazione cinese; ma anche la “crisi” del Golfo con il Qatar, oltre alla guerra agli houthi in Yemen. In tema di diritti e repressione interna due i principali episodi controversi: l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, voce critica del governo di Riyadh e del principe ereditario, consumato all’interno del consolato saudita a Istanbul; e poi quella che viene ricordata come “la notte dei diavoli della paura”, con l’arresto di numerosi componenti della famiglia reale. «La svolta di Mbs è arrivata dopo – chiosa la fonte diplomatica – con la trasformazione da uomo della guerra a principe della diplomazia, delle riforme e dello sviluppo» per traghettare la nazione oltre la dipendenza dal petrolio.
«È interessante cercare di capire la visione politica e internazionale di Mohammed bin Salman – racconta uno studioso europeo camminando in Deera Square, la piazza della Giustizia, dove un tempo si eseguivano le condanne a morte in pubblico per decapitazione -. Vuole rendere il Paese un attore globale credibile e un partner diplomatico, sostenendo i cambiamenti interni. Con la Vision 2030 l’approccio è cambiato, dopo avere però ridotto i margini di azione di quanti potevano fargli ombra». Restano comunque diversi elementi controversi: in tema di diritti e libertà – anche religiosa – c’è ancora tanta strada da fare; la pena di morte «è tuttora in vigore», ricorda la nostra fonte, ma «il processo è avviato. La “vecchia guardia” è sempre presente ma ai margini in un Paese che sembra aver superato la visione radicale e conservatrice».
Sono segni dei tempi che cambiano e che emergono anche da alcuni indizi che, altrove, potrebbero apparire insignificanti. Ad esempio, la probabile apertura a Riyadh, entro il 2026, di un “luogo specializzato” dove sarà possibile «la vendita di alcolici, seppur di grado moderato, come il vino o la birra, mentre resteranno esclusi quelli ad alta gradazione», racconta un funzionario di ambasciata (i soli luoghi in cui sinora è possibile portare bevande alcoliche). «Musica, cinema, sport e ora le bevande alcoliche – sottolinea la fonte – sono tutti segnali di una società che muta, secondo una filosofia ben precisa: quella degli annunci. Il governo usa questa tecnica per “testare” la reazione della popolazione in tutte le sue fasce ed età. Dopo aver verificato anche quelle negative, decide se introdurre o meno determinate riforme o leggi».
«Riguardo alla vendita di alcol – spiega il funzionario – sono apparsi diversi articoli sui giornali sauditi. Ora attendiamo la risposta finale con un unico vero timore: che in una metropoli come Riyadh, già caotica e con un traffico spesso anarchico, la guida in stato di ebrezza non finisca per contribuire a un aumento del numero di decessi e di sinistri…». Del resto, anche il tema delle vittime della strada, conclude, «è una delle grandi questioni che hanno guidato la Vision 2030. E nel Paese c’è già stato un crollo del 50% di queste morti dal 2016 a oggi».
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