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Icona decorativaIcona decorativa3 Febbraio 2026 Anna Pozzi

La vita davanti a sé

Alle spalle ha un’esperienza di traffico di esseri umani e di gravi abusi. Ma quella del gambiano Yusuphe Djatta è pure una storia di riscatto, in cui si è rimesso in gioco anche nell’equipaggio di terra della nave ResQ

Dalle carceri del Gambia all’equipaggio di terra di ResQ-People saving People, l’ong che effettua operazioni di soccorso in mare dei migranti. La storia di Yusuphe Djatta è simile a quella di molti africani che sono stati costretti a lasciare il loro Paese per violenze e persecuzioni. Ma è anche speciale per il risvolto che ha preso in Italia, dove – dopo molte vicissitudini e sofferenze – è entrato a far parte del team che sensibilizza sulla ricerca e il salvataggio in mare e che cerca di creare una cultura del rispetto dei diritti umani e della dignità di tutti. «Anche se – dice – mi piacerebbe andare a bordo della nave, perché so cosa vuol dire fare quella traversata…». Intanto, dopo aver incontrato Papa Francesco a fine 2024, lo scorso 7 dicembre, ha ricevuto l’Ambrogino d’oro – la più alta onorificenza del Comune di Milano – insieme a tutto lo staff di ResQ.

Yusuphe, cominciamo dall’inizio. Come e perché hai lasciato il Gambia?

«Mio cugino era impegnato in politica. Faceva parte del Partito Democratico, che in quel periodo era all’opposizione. Era stato deputato ed era finito in prigione. Anch’io ero un militante del partito. Durante un congresso ci hanno arrestati tutti. Ci hanno tenuti in carcere per una settimana. In quell’occasione io non sono stato torturato, ma altri sì e molte persone sono morte. A quel tempo, se non stavi dalla parte del potere, finivi male. Oggi, in Gambia, una commissione sta ascoltando le confessioni dei soldati su quello che è successo: stanno emergendo cose agghiaccianti».

È stato allora che hai deciso di andare via?

«Sono partito da solo, senza dire niente a nessuno, nemmeno alla mia famiglia. Ho attraversato il confine con il Senegal, poi sono arrivato in Mali. Lì ho capito davvero che stavo lasciando il mio Paese. Tutto era diverso: la lingua, il modo in cui ti guardavano e ti trattavano. Ai posti di blocco la polizia ti fermava, ti chiedeva documenti e soldi, specialmente se eri straniero. Non immaginavo cosa significasse attraversare l’Africa. Pensavo che tra africani ci fosse solidarietà, invece ho scoperto una violenza che non mi aspettavo. Se non avevi denaro, ti picchiavano, ti umiliavano, ti mettevano in prigione. Io ero partito con pochissimi soldi, giusto il necessario per i mezzi di trasporto».

È stato un viaggio molto lungo?

«Ho dovuto fermarmi in vari posti per lavorare e guadagnare qualche soldo per proseguire. In Niger sono rimasto tre settimane, prima di arrivarer ad Agadez nel deserto. Per entrare in Libia siamo saliti in quindici su un camion, sopra la merce che ci avevano fatto caricare. Non ci avevano detto quanto sarebbe durato il viaggio. Avevamo portato poco cibo e pochissima acqua. Sono finiti subito. Il viaggio è durato più di una settimana. Eravamo sfiniti. Abbiamo chiesto aiuto al camionista. Ci ha dato una tanica con dell’acqua dove prima c’era benzina. Ho iniziato a stare malissimo».

La tua destinazione era la Libia?

«Sì, perché lì c’era già un cugino che lavorava. Dicevano che dopo la guerra c’era bisogno di tanta manodopera. Alla frontiera però il camionista ci ha venduti a degli uomini armati. Ci hanno messi in fila e hanno iniziato a picchiarci senza ragione. Poi ci hanno chiesto i soldi. Chi non pagava rischiava di essere chiuso in un container sotto il sole: ci hanno detto che il gruppo che era passato prima di noi era morto così. Dopo aver pagato, siamo stati caricati su un pick-up e portati in una piccola località, dove siamo finiti subito in prigione».

È lì che ti sei imbattuto nei trafficanti di esseri umani?

«Lì hanno iniziato a chiamare le nostre famiglie, chiedendo i soldi del riscatto. Hanno telefonato anche a mio fratello. Chiedevano circa 1.500 euro. Io sapevo che la mia famiglia non aveva quei soldi. Dopo tre giorni, un uomo del Gambia ha pagato per me e per un altro ragazzo molto giovane di circa 17 anni. Ci ha portati a casa sua, chiedendoci di ripagare il debito con gli interessi: eravamo diventati una sua proprietà. Un giorno il ragazzo è uscito da solo ed è stato accoltellato. L’ho portato in spalla verso l’ospedale. Dopo quasi mezz’ora un anziano libico si è fermato con la macchina e ci ha aiutato. In ospedale però non potevano fare nulla. Dovevamo andare in un’altra città. Ho dovuto pagare un taxi costosissimo. Lì un medico ci ha aiutati, ma non è bastato: il ragazzo non ce l’ha fatta. È stato uno dei momenti più duri della mia vita. In quel periodo ho visto morire altre persone: incidenti nel deserto, corpi abbandonati senza nemmeno un funerale. Ho capito che cos’è la tratta di persone e di quanto complessa sia la rete dei trafficanti».

Come sei riuscito a fuggire dal tuo sfruttatore?

«Quando il ragazzo è morto ho deciso di non tornare indietro, anche se avevo molta paura. Ho lavorato in diverse località come muratore, spesso senza essere pagato. Poi a Tripoli mi hanno arrestato e sono finito di nuovo in prigione per due mesi».

Perché?

«Per nessuna ragione. Solo per il colore della pelle. Lì ti prendono e ti buttano dentro e poi cominciano le violenze e le torture. Ci picchiavano continuamente con i tubi dell’acqua, senza motivo. E facevano tante altre cose orribili che non voglio più ricordare».

E come ne sei uscito?

«Un poliziotto mi ha portato con sé per lavorare alla costruzione della sua casa insieme ad altri due gambiani. Ci dava solo da mangiare e un materassino in terra per dormire. Alla fine era contento del nostro lavoro e ci ha liberati. Mi ha detto però che se fossi rimasto in Libia sarei finito di nuovo in prigione. Quindi mi ha messo in contatto con chi organizzava le partenze per l’Italia».

Come è stata la traversata?

«Una notte ci hanno portati vicino al mare. C’erano centinaia di persone, sorvegliate da uomini armati. Ci hanno costretti a gonfiare un gommone e a salirci sopra. Sul mio eravamo in settantacinque: era dicembre e il mare era cattivo, faceva freddo e noi eravamo tutti bagnati. Dopo poche ore il motore si è rotto. Siamo rimasti tre giorni alla deriva, senza acqua né cibo. Abbiamo chiamato più volte la guardia costiera italiana. Ci hanno detto che eravamo troppo lontani e di tornare indietro. Ma tornare significava l’inferno. Abbiamo chiamato molte volte ancora e alla fine ci ha salvati la nave di una ong».

In Italia, come sei stato accolto?

«Non è stato per nulla facile. La burocrazia è troppo complicata. Ho ricevuto due volte il diniego dalla Commissione e sono stato buttato fuori da un momento all’altro dal centro di accoglienza. Non conoscevo nessuno e non sapevo dove andare. Così sono finito in strada, finché qualcuno non mi ha detto di rivolgermi alla Caritas. Da lì, è cominciato un altro capitolo della mia vita».

In che senso?

«Innanzitutto avevo da mangiare e da dormire, ho iniziato la scuola di italiano e ho cominciato a fare del volontariato al Centro farmaceutico missionario di Valmadrera, vicino a Lecco, e il lavapiatti la sera. Ho conosciuto tante persone e anche quella che poi sarebbe diventata mia moglie, con cui oggi ho due bambini».

E come sei venuto in contatto con ResQ?

«Il Centro farmaceutico missionario aderisce agli equipaggi di terra. Così ho iniziato a fare volontariato anche con loro, andando soprattutto nelle scuole per fare incontri di sensibilizzazione, banchetti e iniziative di fund raising. Con tutto lo staff di ResQ siamo stati ricevuti da Papa Francesco l’11 dicembre 2024. E anche se sono musulmano per me è stato emozionante incontrare quest’uomo grande. Così come è stato commovente sentire l’applauso della gente quando siamo stati chiamati per ricevere l’Ambrogino d’oro a Milano. Ho sentito che tante persone ci sono vicine e ci sostengono. Poi magari un giorno potrò andare anch’io sulla nave. Perché so cosa vuol dire fare quel viaggio e quella traversata».

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