Russia: c’è chi dice pace
Una studentessa moscovita riflette sulle conseguenze della guerra dall’interno del suo Paese: «Qualsiasi dibattito geopolitico finisce quando sposti lo sguardo sui volti delle persone e sulla loro sofferenza»
«Non avrei mai pensato che sarebbe scoppiata una guerra. Quando un’amica straniera me lo ha chiesto, ho riso. E ho risposto che la Russia non avrebbe mai iniziato una guerra, soprattutto contro una nazione fraterna». T. è una giovane studentessa russa, che oggi non può rivelare la propria identità per ragioni di sicurezza sua e della sua famiglia. Quando il 24 febbraio 2022 è cominciata l’invasione dell’Ucraina è rimasta scioccata. E ancora oggi si interroga sui motivi e le ripercussioni di questo conflitto che continua a ferire tante famiglie e che ne divide molte altre. Ma è pure convinta – anche sulla base di una fede profonda – che restare oggi in Russia significa portare «una visione del mondo diversa che suscita inevitabilmente domande, dirette o interiori, sul perché qualcun altro la pensi diversamente».
Quando è scoppiata la guerra, dove eri e che cosa facevi?
«Quando frequentavo l’università di Mosca ho stretto amicizia con un gruppo di ragazze di Kharkiv, in Ucraina, due delle quali sono diventate le mie migliori amiche. Purtroppo, quando le restrizioni per il Covid-19 sono state in gran parte revocate, agli ucraini non è stato comunque permesso di rientrare in Russia, quindi le mie amiche hanno dovuto completare i loro studi on line. Nonostante fossimo lontane, siamo rimaste in contatto e abbiamo coltivato la nostra amicizia a distanza. Con una di queste ragazze, ci siamo scritte e chiamate quasi ogni giorno per tutto questo periodo. Il 24 febbraio 2022 mi sono svegliata e ho visto che mi aveva mandato un video di lei, sua madre e i suoi fratelli a casa, mentre preparavano l’essenziale per nascondersi in un rifugio antiaereo, con i proiettili che esplodevano sullo sfondo. Nel video mi diceva dove stavano andando via; ha inviato il video e poi la connessione è caduta per un po’. Ero paralizzata dallo shock e mi sentivo impotente, perché non avevo alcun controllo sulla situazione. I miei amici e familiari russi si sentivano allo stesso modo».
Vi aspettavate che scoppiasse una guerra?
«No. Né io, né la mia famiglia, né i miei amici seguivamo attentamente le notizie prima della guerra. Pochi giorni prima del conflitto, un’amica straniera mi ha chiamato e mi ha chiesto: “Pensi che ci sarà un conflitto?”. Ho riso e le ho risposto che la Russia non avrebbe mai iniziato una guerra, soprattutto contro una nazione fraterna. Questo è ciò che i nostri politici dicevano, ma anche per tutta la vita, fin dall’infanzia, quando a scuola ci parlavano della Seconda guerra mondiale, ci veniva detto che la guerra è un male e che non dovevamo permettere che accadesse di nuovo una cosa del genere. E io ci credevo».
Questo ha cambiato la tua vita e la tua quotidianità?
«Sì, la vita è cambiata. Durante il primo anno di guerra, la vita sembrava essersi fermata: la mia occupazione principale era leggere le notizie dal fronte. Inoltre, sono rimasta in costante contatto con le mie amiche ucraine. A casa, io e la mia famiglia parlavamo principalmente della guerra, discutendo molto su cosa fare. Abbiamo visto che le proteste a Mosca avevano portato solo a un gran numero di arresti, e persino le mie amiche ucraine mi dicevano di non partecipare a tali eventi in nessuna circostanza. Negli anni successivi, tuttavia, la vita si è stabilizzata. A un certo punto, la psiche si adatta, e ciò che un tempo sembrava terrificante diventa un fatto comune».
Ne parlate tra coetanei?
«Sì, tra i miei amici quasi nessuno sostiene sinceramente la guerra. Ma c’è sempre una paura di sottofondo, quindi parlare di guerra non è facile, soprattutto con gli sconosciuti».
Conosci persone che sono andate al fronte o famiglie che hanno perso i propri cari?
«Ho conoscenti che sono andati a combattere durante la mobilitazione: tra questi, il figlio di un’amica di mia madre, morto in guerra l’anno scorso. Diversi conoscenti della mia famiglia si sono offerti volontari per il fronte: un caro amico di mio padre crede sinceramente nelle buone intenzioni del nostro governo. Un altro ha evitato così la prigione per frode finanziaria, perché lo Stato offre questa opportunità ai detenuti. Un altro ancora, che era un imprenditore di successo, si è offerto volontario questa primavera ed è morto ad agosto. C’è chi va al fronte per i soldi e chi crede davvero nella “pace russa” e vuole ripagare il debito con la patria».
Che cosa significa pace per te? Sia rispetto al conflitto in Ucraina sia rispetto alla tua vita.
«è una domanda importante per me e per i miei amici. Dall’inizio della guerra, abbiamo riflettuto a lungo su come costruire la pace senza avere strumenti che possano cambiare in modo decisivo la situazione. Durante questo periodo alcuni pensieri si sono formati chiaramente in me. Innanzitutto, credo che la nostra presenza sia essenziale per la costruzione della pace. Posso capire i russi che hanno deciso di lasciare il Paese dopo l’inizio del conflitto: non volevano essere parte di ciò che stava accadendo, non volevano che le loro tasse pagassero la guerra, volevano libertà di parola e sicurezza. Tuttavia, mi sono convinta che la presenza diretta di persone con una visione del mondo diversa suscita inevitabilmente domande, dirette o interiori, sul perché qualcun altro la pensi diversamente. Ad esempio, la mia presenza e la testimonianza della mia amicizia con alcune studentesse ucraine impediscono ai miei parenti di accettare semplicemente tutto ciò che ci viene trasmesso. Qualsiasi riflessione e dibattito geopolitico finiscono quando la conversazione si sposta sui volti concreti degli amici e delle loro famiglie, sulla loro sofferenza e sul loro dolore».
Non è facile vivere questa situazione neppure in famiglia…
«Non lo è. A questo proposito, vorrei condividere una storia su mia nonna. È la donna che mi ha cresciuto, mi ha trasmesso i fondamenti della fede, mi ha insegnato a pregare e a sperare sempre in Dio, ed è una persona molto gentile e premurosa. Ma è anche una donna dell’Unione Sovietica, una militare e moglie di un militare, completamente ignorante di politica, ma abituata a servire il bene della patria. Crede sinceramente a ciò che vede in televisione e, come molti in Russia, trova difficile accettare l’idea che potremmo sbagliarci. Quando tutto è iniziato, le nostre chiese ortodosse offrivano ai parrocchiani attività di volontariato, che consistevano nel tessere reti mimetiche per i soldati al fronte. Così, mia nonna trascorre sei giorni a settimana in chiesa, tessendo queste reti con altri parrocchiani e pregando per i soldati russi e per la vittoria. Mia nonna parla molto duramente degli ucraini e del loro presidente, e vedo come la propaganda le faccia dimenticare che sono, prima di tutto, delle persone. All’inizio è stato molto difficile per me parlare con lei: il mio cuore si riempiva di rabbia e non riuscivo a capire come potesse pensarla in quel modo».
Che cosa ti aiuta ora nel tuo rapporto con lei?
«Mi aiuta ricordare che Cristo la ama, come ama me, indipendentemente dalla posizione politica. Mi abbraccia con la sua misericordia, e attraverso il suo abbraccio io posso abbracciare mia nonna. Quando prego Dio per la pace, non chiedo che qualcuno vinca o perda, ma che Cristo riempia i cuori delle persone di vera umanità, capace di resistere alla propaganda. E credo che tale umanità sia l’unica via per la pace».
Quanto è importante per te l’esperienza di fede?
«Sono ortodossa e, a causa della guerra, mi sono allontanata dalla Chiesa. Era doloroso sentire le dichiarazioni ideologiche dei preti a sostegno della guerra. Ciononostante, la fede resta molto importante per me e per i miei amici. Nella vita attuale in Russia è molto facile perdere di vista il bene e il male, ma proprio questo è ciò che bisogna continuare a distinguere, anche se non pubblicamente o apertamente, ma almeno nel proprio cuore. Dobbiamo essere attenti a ciò che accade realmente intorno a noi, rimanere vigili e fare questo lavoro interiore: distinguere il bene dal male. Tuttavia, se si cerca di farlo da soli, secondo le proprie misure, guardando tutto il male intorno a sé, si viene inevitabilmente sopraffatti dalla disperazione e dall’odio. L’unico che può aiutarci a vedere con chiarezza e a non essere distrutti è Gesù».

