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Icona decorativaIcona decorativa24 Febbraio 2026 Chiara Zappa

Se Gesù parla lakota

Don Andrea Benso, missionario fidei donum nelle terre dei nativi americani Sioux, racconta la sua esperienza in mezzo a un popolo che oggi vive sfide complesse, ma la cui spiritualità è una ricchezza per la Chiesa. Come dimostra la storia di Alce Nero. Ascolta anche il PODCAST

Tra le vaste praterie che circondano la riserva di Standing Rock, in South Dakota, l’epopea dei nativi Sioux echeggia ancora nei nomi dei luoghi che videro battaglie iconiche contro “l’uomo bianco” o in quelli dei siti naturali a cui il popolo Lakota attribuisce anche oggi un profondo valore spirituale, dalle Black Hills al monte Bear Butte. Proprio questi panorami hanno fatto da sfondo alla missione di don Andrea Benso, sacerdote 56enne della diocesi di Acqui che per tre anni ha operato come fidei donum proprio tra i nativi americani. «Un’esperienza atipica», ammette don Andrea, ricordando che «bisogna tornare alla seconda metà dell’800 per trovare missionari che si avventuravano tra questi territori». A quei tempi, nelle Grandi Pianure pascolavano ancora liberi i bisonti, mentre le tribù native spostavano ciclicamente i loro tepee per le battute di caccia o per radunarsi nei luoghi delle cerimonie religiose. Oggi, i discendenti di personaggi leggendari come Toro Seduto e Nuvola Rossa spesso hanno lasciato le loro terre ancestrali per le città – dove in cambio di maggiori opportunità hanno però perso un importante patrimonio culturale e identitario – oppure vivono nelle riserve.

Proprio questo è il contesto in cui ha operato il sacerdote, che il 25 febbraio aprirà gli incontri di Quaresima al Centro Pime di Milano: dal 2014 al 2017 don Andrea ha vissuto tra Standing Rock e la confinante riserva di Cheyenne River, facendo riferimento alla diocesi di Rapid City. «Sono stato io a chiedere di poter fare questa esperienza – racconta – perché negli anni avevo maturato il desiderio di conoscere meglio la spiritualità e l’antropologia di un popolo noto soprattutto grazie al cinema e alla cultura popolare e che oggi affronta problemi importanti come la perdita dell’identità, le dipendenze, la violenza contro le donne». Un incontro che per don Andrea è stato intenso e fruttuoso e che non ha smesso di influenzare il suo sguardo e la sua fede anche a distanza, grazie alle relazioni che continua a coltivare con amici e membri della comunità. Ma non solo: «Sono convinto che un cattolicesimo Lakota possa arricchire molto la Chiesa – afferma -. Si tratta di quel terreno ancora misterioso ma fertile che si chiama teologia indigena».

Non a caso, don Benso è coinvolto fin dall’inizio nel processo per la causa di beatificazione, avviata nel 2017 dalla diocesi di Rapid City e passata due anni dopo al Dicastero per le Cause dei santi, di uno dei capi Sioux più noti in assoluto: Alce Nero, il “medicine man” il cui carisma influenzò schiere di giovani americani ed europei negli Anni 60, soprattutto grazie al celebre libro di John Neihardt Alce Nero parla, uscito nel 1932. Un testo affascinante ma parziale, visto che ometteva del tutto un pezzo fondamentale della vita di Black Elk (Alce Nero): la sua conversione al cattolicesimo e la sua ventennale esperienza come catechista e missionario tra la sua gente: «È stato solo nel 1993 che il libro del gesuita-antropologo Michael Steltenkamp Alce Nero, il santo degli Oglala ha fatto finalmente conoscere al mondo, grazie alla testimonianza della figlia Lucy, la storia dell’Alce Nero cattolico. Una storia significativa per la capacità di non rinnegare le conoscenze e la saggezza ancestrali – rinunciò solo al rituale di guarigione del yuwipi – ma di oltrepassarle e arricchirle attraverso la fede in Gesù».

La vicenda cristiana di Alce Nero rientra nel quadro più ampio dell’evangelizzazione dei Sioux, che si distinguono tra Dakota, Nakota e Lakota. «Questi ultimi si sono guadagnati una particolare notorietà per via della loro resistenza all’avanzata dell’uomo bianco – basti citare la battaglia del Little Bighorn, in cui il Settimo cavalleria del generale Custer fu sbaragliato – ma anche perché un gruppo di Lakota, tra cui lo stesso Alce Nero, tra il 1887 e il 1889 girò l’Europa con il Wild West Show di Buffalo Bill, che attirava le folle grazie al fascino dell’esotico e al mito della frontiera». Con un dettaglio significativo: per essere assunti nel grande circo bisognava dimostrare di essere “civilizzati”, e quindi anche battezzati. «Siamo nel periodo dell’assimilazione forzata, in cui le culture diverse erano viste come inferiori, primitive e dunque scoraggiate», spiega don Andrea.

Per diversi decenni, fino alla metà del Novecento, anche la religione cristiana rientra in questa prospettiva: «Dopo l’esperienza pionieristica del gesuita belga Jean-Pierre De Smet, che intorno al 1840 aveva vissuto da nomade insieme alle tribù Sioux guadagnandosi la loro fiducia, l’approccio dei missionari fu a lungo quello di sradicare un cerimonialismo indigeno che veniva visto come paganesimo».

Una visione in linea con quella delle famigerate boarding school, la prima delle quali fu fondata nel 1879 in Pennsylvania, in cui i bambini nativi venivano deportati per essere cristianizzati e formati alla scuola e all’etica del lavoro dell’uomo bianco. Tuttavia, «se è vero che i religiosi portavano un cattolicesimo tridentino fortemente dottrinale, dall’altra parte sacerdoti e suore impararono la lingua indigena e fondarono confraternite maschili e femminili che ricalcavano quelle indigene, in un tentativo iniziale di inculturazione». Una seconda, più significativa, ondata di inculturazione sarebbe poi arrivata a partire dagli Anni 70: «Molti nativi che avevano combattuto con l’esercito nella Seconda guerra mondiale erano tornati traumatizzati: si diffusero disagio e alcolismo, mentre il processo di perdita dell’identità fu accentuato dal programma governativo che puntava alla definitiva assimilazione, anche attraverso l’urbanizzazione forzata», racconta ancora il sacerdote. «Ma nel contesto del movimento per i diritti civili sorse anche l’attivismo dei giovani indiani americani, che di fronte alla povertà e all’abbandono del proprio popolo rivendicavano il recupero della lingua e della cultura indigene».

La Chiesa si inserì in questa nuova sensibilità. «La diocesi di Rapid City istituì un programma per formare diaconi Lakota. Nel corso della mia missione ho conosciuto uno di loro, Ben Black Bear, che ha tradotto i Vangeli nella sua lingua, mentre altri hanno lavorato sull’inculturazione della liturgia. Un movimento culminato nel 1999, con la pubblicazione di un documento realizzato da un gruppo di lavoro diocesano insieme ad alcuni leader spirituali Lakota, che contiene tra l’altro una serie di indicazioni sulla celebrazione della Messa». Qualche esempio? «L’introduzione della azilya, il tradizionale incenso prodotto dalla salvia, nel rito penitenziale, o l’uso dei tamburi e dei canti in Lakota, o ancora l’utilizzo delle tipiche trapunte con al centro la stella del mattino, che oggi è associata a Cristo».

Molto, tuttavia, è ancora da fare. Oggi, in reazione agli abusi del passato, tra i giovani si assiste a una sorta di rivendicazione delle origini pre-contatto e a volte anche a un rifiuto della fede cristiana. Che cosa significa, in questo contesto, essere missionari tra i nativi americani? «È un ministero di presenza, non c’è un’azione strutturata. La gente apprezzava molto le mie visite alle famiglie, o la partecipazione agli eventi comunitari, dai raduni powwow alle veglie funebri fino alle partite di basket nelle scuole. La chiave è stare in mezzo alla gente con una modalità rispettosa e umile». Pronti ad accogliere anche il contributo che una fede Sioux può dare alla Chiesa intera. Nel segno di Alce Nero, che da catechista portò al battesimo 400 nativi. «Un missionario che – chiosa don Andrea – ha lasciato un segno anche nella mia vita».

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