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L’isola dei tesori

Le mire di Trump sulla Groenlandia hanno messo sotto i riflettori un Paese sempre più strategico, non solo per la geopolitica. La parlamentare inuit Mariane Paviasen racconta le peculiarità del suo popolo e indica le potenzialità su cui puntare

«Noi siamo sempre stati abituati a essere invisibili, raramente eravamo anche solo menzionati dai media internazionali, oggi invece ci troviamo sotto i riflettori del mondo: certo questo non risolve i problemi, però essere visti è importante, contribuisce all’autostima, specialmente quella dei nostri giovani, che sono il futuro della Groenlandia». Le parole di Tupaarnaq Kopeck, fondatrice di Money Masterlabs, impegnata per l’empowerment delle donne inuit attraverso l’educazione finanziaria, danno un’idea dell’aria nuova che tira sui ghiacci della grande isola artica finita al centro delle mire del presidente statunitense Donald Trump.

Due milioni di chilometri quadrati per una popolazione di 57 mila abitanti, in larga maggioranza di origine inuit, la Groenlandia è in buona parte inaccessibile all’uomo, con l’80% della sua superficie coperta dai ghiacci. Qui non ci sono strade: per raggiungere i villaggi ci si sposta con i motoscafi che costeggiano i fiordi a picco sul mare, su cui galleggiano gli iceberg. Un ambiente suggestivo quanto estremo, in cui l’equilibrio tra le comunità locali e la natura è sopravvissuto solo in parte a secoli di colonizzazione. L’isola, strategica durante la Guerra fredda per la sua vicinanza alla Russia, è rimasta poi a lungo marginale, povera e afflitta da problemi sociali come disoccupazione, alcolismo e un alto tasso di suicidi. Ma la recente escalation con lo scontro diretto tra Europa e Usa ha reso evidente la rilevanza, non solo geopolitica, che quest’area del mondo è destinata a rivestire in misura crescente. Secondo la Nasa, la calotta groenlandese perde ogni anno circa 270 miliardi di tonnellate di ghiaccio a causa dell’aumento della temperatura, il che rende più facilmente accessibili le enormi quantità di risorse naturali nascoste sotto il permafrost: minerali, petrolio e gas, ma soprattutto uranio e quelle terre rare di cui oggi la Cina ha quasi monopolizzato l’esportazione.

Ricchezze che, tuttavia, rappresentano un’opportunità per la popolazione locale «solo a condizione che vengano sfruttate senza danneggiare la natura e le comunità»: a sostenerlo con forza è Mariane Paviasen, attivista per la difesa dell’ambiente eletta nel 2021 all’Inatsisartut, il Parlamento groenlandese creato nel 1979, un anno dopo l’ottenimento dell’autogoverno. Per secoli, infatti, questo vasto lembo di terra ghiacciata a poche miglia marine dalle coste canadesi era stata una colonia, prima sotto la Corona norvegese e poi, dal 1814, quella danese.

Negli ultimi decenni il movimento indipendentista ha ottenuto crescenti concessioni da Copenhagen, che dal 2008 controlla solo finanze, politica estera e, formalmente, la difesa, anche se l’unico vero presidio militare è la base statunitense di Pituffik, la sola rimasta tra quelle installate dagli Usa dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

«Noi viviamo della nostra natura: siamo cacciatori, pescatori, agricoltori e per questo è così importante per noi proteggere l’ambiente e la cultura dei nostri antenati, secondo cui dovunque si vada si è tenuti a lasciare il posto pulito come al proprio arrivo», afferma Mariane Paviasen, che fa riferimento al partito Inuit Ataqatigiit (“Comunità Inuit”), lo stesso del giovane premier Múte Bourup Egede. È stato proprio il suo governo ad approvare norme più rigorose sulla gestione delle risorse naturali, tra cui il divieto alle esplorazioni petrolifere (che ha sollevato le dure reazioni delle compagnie) e le restrizioni allo sfruttamento minerario, in particolare quello dell’uranio. Un tema, questo, che sta molto a cuore a Paviasen, fin da quando, anni fa, la società australiana Energy Transition Minerals ottenne la licenza per esplorare il giacimento alle spalle del suo villaggio, Narsaq, nella regione di Kvanefjeld. «Di fronte ai rischi di contaminazione della terra e delle acque, fondai l’associazione “Urani Naamik”, “No all’uranio”, che riuniva tutti noi cittadini per combattere contro quella minaccia». Fu la prima lotta importante dell’attivista, che le avrebbe poi spianato la strada verso l’impegno politico: «Lo vedevo come l’unico modo per farci ascoltare», racconta.

Perché per fare il bene del popolo groenlandese – sostiene – bisogna conoscerne da vicino l’indole e le potenzialità e non permettere che qualcuno entri a gamba tesa in un contesto delicato e assolutamente peculiare: «Siamo gente pacifica, amichevole, accogliente; siamo abituati a collaborare di fronte alle difficoltà – esordisce -. Viviamo in una grande nazione con insediamenti umani isolati e qui non è possibile spostarsi in auto da una città all’altra come nel resto del mondo, quindi dipendiamo ognuno dalla propria comunità. Sap­piamo pescare e cacciare per procurarci il cibo e ci aiutiamo a vicenda. L’unità è un valore ereditato dai nostri antenati».

Quali sono, al di là delle materie prime, le potenzialità della Groen­landia? «Oggi la pesca è la nostra principale fonte di reddito, ma abbiamo spazi di crescita nell’agricoltura, specialmente a sud dove in estate c’è tanto verde: abbiamo molti allevatori di pecore e bovini e sempre più persone coltivano ortaggi. Per non parlare del turismo: la nostra natura è unica, chi viene qui se ne innamora. E poi ci sono le attività tradizionali come il kayak, che per noi è legato alla caccia ma oggi è diventato uno sport apprezzato».

La parlamentare sottolinea anche la varietà culturale, che si apprezza visitando i villaggi più isolati, oltre la capitale Nuuk «in cui ci si sente come in una città europea». Con i suoi 17 mila abitanti, Nuuk fu fondata nel 1728, quando il sacerdote danese-norvegese Hans Egede vi portò il cristianesimo protestante: oggi il 95% dei groenlandesi fa riferimento alla Chiesa luterana danese, mentre le poche centinaia di cattolici sono soprattutto immigrati filippini, arrivati in cerca di impiego. La piccola capitale dove le lunghe notti invernali sono rischiarate dall’aurora boreale sta vivendo una notevole crescita edilizia: alle vecchie case in legno si alternano palazzi moderni, mentre la scena culturale, artistica e culinaria è vivace.

«Certo non possiamo negare problemi sociali come la diffusione di alcool e droghe tra i giovani, che per alcuni sono anche conseguenza dei traumi del colonialismo», ammette Paviasen. «Tuttavia ci stiamo impegnando per affrontare queste criticità e stiamo ottenendo i primi risultati, ad esempio sul consumo di alcolici».

In questo contesto di rapidi mutamenti, il terremoto provocato dalle mire statunitensi rischia di destabilizzare il fragile equilibrio di un popolo in cerca della propria autonomia. Secondo i sondaggi, la maggioranza dei cittadini si oppone all’annessione pretesa da Trump, un tema su cui la parlamentare commenta in modo netto: «Siamo ancora parte della Danimarca e non infrangeremo le regole solo per un po’ di denaro. D’altra parte, non vogliamo essere né danesi né americani, perché siamo groenlandesi. E, personalmente, ne sono orgogliosa».

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