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Il mistero delle spezie

IL CUCCHIAIO DEI POPOLI Nell’arcipelago adagiato sull’Oceano Indiano davanti alla Tanzania c’è un’isola meravigliosa dove l’aria profuma di spezie. Oggi tutti la chiamano Zanzibar, ma Unguja è il nome ufficiale. La straordinaria varietà di spezie esportate in gran parte del mondo è il suo tesoro più grande. Dal tempo dei tempi, noci moscate, zenzero, cannella, chiodi di garofano, cardamomo, curcuma, pepe, cumino esalano i loro profumi cui si aggiungono quelli fragranti dei frutti tropicali come mango e papaja, cocco e banane verdi, ananas e jack fruit (l’agrume più grande del mondo). Così, nell’ombra delle foreste, nella luce sfolgorante dei tipici mercati all’aperto e, oggi, nell’atmosfera cosmopolita delle spice farm, il turista si aggira stordito cedendo a una gran varietà di acquisti. Del cui sapore può avere un anticipo già negli assaggi dei piatti tipici della cucina zanzibarina. A cominciare dal wali wa nazi (riso al latte di cocco servito con carne o pesce) per passare al pweewa wa nazi (polpo cotto al cocco più curry, cannella, cardamomo, aglio e limone). Altre pietanze sempre speziate sono il sorpotel (bollito misto di carne, maiale escluso) e il boku-boku (spezzatino di agnello e manzo). Per gli spuntini veloci, tranci di “torta vegetale” (pane chapati a sfoglia sottile ripieno di verdure o pesce, formaggio e spezie), pane alle nocciole e datteri, vitambua (pancake di farina di riso) e, come street food, patatine fritte di manioca, pannocchie arrosto e fritti vari. Quanto ai dolci, cannella, chiodi di garofano, noce moscata e cioccolato rendono particolare la spice cake, torta con cui si festeggiano l’Eid al-Fitr  (la fine del Ramadam), il Mwaka Kogwa (segna l’inizio dello shirazi, il nuovo anno, alla fine di luglio) e non solo. Proibendo la religione musulmana gli alcolici, le bevande più comuni sono la birra locale, i succhi di frutta, il tamarindo e il piacevole tè speziato (vedi ricetta) con il suo seguito di kishette, invitanti dolcetti fritti al cocco

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