Incubo Ebola
L’epidemia scoppiata nell’Est della Repubblica Democratica del Congo aggiunge una nuova emergenza in una regione dove la situazione è catastrofica a causa di trent’anni di conflitto e di una crisi umanitaria gravissima
«Non c’è limite al peggio!». Suor Pierelia Bonetti, religiosa lombarda dell’Istituto dell’Annunciata Cocchetti (noto come Suore di Santa Dorotea di Cemmo), sintetizza in una frase lapidaria una situazione che, ancora una volta, è catastrofica. La nuova epidemia di Ebola, che dallo scorso maggio si sta accanendo sulle popolazioni dell’Est della Repubblica Democratica del Congo, ha aggiunto sofferenza, dolore e tanta preoccupazione in una terra che da trent’anni non conosce pace. E non solo perché qui operano più di un centinaio di gruppi armati e perché da gennaio 2025 è in gran parte occupata dal Movimento M23, sostenuto dal vicino Ruanda, ma anche per la situazione umanitaria devastante, che l’epidemia di Ebola, scoppiata nella provincia dell’Ituri, sta ulteriormente aggravando. Secondo Medici senza Frontiere, che è presente sul posto e si sta prodigando per contenere la diffusione di questa letale febbre emorragica, «la situazione è profondamente allarmante e rappresenta una legittima fonte di preoccupazione sia per le comunità sia per il personale sanitario in prima linea. Mai prima d’ora un’epidemia di Ebola aveva registrato così tanti casi in così poco tempo».
«Siamo bloccate qui», interviene suor Pierelia da Bukavu, capoluogo del Sud Kivu, dove è arrivata nel 2020, in piena pandemia-Covid e da allora ha vissuto un’emergenza dopo l’altra. Quella attuale ha provocato anche la chiusura delle frontiere con i Paesi limitrofi – Uganda, Ruanda e Burundi – infliggendo un duro colpo alla piccola economia di sussistenza basata sui commerci transfrontalieri. Per le religiose, come per molti altri, questo significa anche l’impossibilità di accedere alle banche che, nell’Est del Congo, continuano a essere chiuse dopo l’occupazione del territorio da parte dell’M23, entrato a Goma nel gennaio 2025 e poi dilagato verso il Sud Kivu. «Come molti altri – dice suor Pierelia – avevamo aperto un conto a Kigali. Adesso non possiamo più accedere neppure a quello. Questo provoca grandi difficoltà in particolare per la gestione del centro nutrizionale di cui ci occupiamo all’interno del reparto di pediatria dell’ospedale di Bukavu». Attualmente accolgono dai 70 ai 90 bambini spesso in situazione gravissima. «In questo periodo siamo costretti a unire i letti per mettere tre o quattro bambini insieme, altrimenti non ci stanno tutti».
Le religiose gestiscono un altro centro nutrizionale e una maternità alla periferia di Bukavu e un centro per bambini malnutriti nel villaggio di Kavumu, dove però le condizioni di sicurezza sono pessime. «Qui in città la situazione è abbastanza tranquilla anche se siamo sotto il controllo dell’M23 – ammette suor Pierelia -, ma fuori ci sono continue violenze commesse un po’ da tutti: ribelli, banditi, miliziani… Chi ha un’arma si accanisce contro la popolazione, saccheggia il poco che ha, commette violenze inaudite e se qualcuno cerca di opporsi viene ucciso così, su due piedi».
Questa situazione di insicurezza e di estrema povertà, oltre alla mancanza di strutture e infrastrutture – il sistema sanitario, in particolare, è al collasso -, rende molto difficile prevenire e contrastare qualsiasi malattia e, a maggior ragione, un’epidemia come quella di Ebola. «Molta gente qui neppure crede all’esistenza del virus – conferma suor Pierelia -. È troppo impegnata a cercare di sopravvivere tra mille difficoltà per potersi permettere di preoccuparsi anche di questo». Organizzazioni internazionali, ong e Chiese stanno cercando di fare un’opera di sensibilizzazione per aiutare le persone a proteggersi. «Al termine delle Messe non è raro che il prete faccia un appello perché molti qui credono che Ebola sia un’invenzione e non prendono nessuna precauzione per evitare il contagio».
Anche le frontiere – per quanto ufficialmente chiuse – restano porose per la gente del posto, ma non per chi, come il dottor Massimo Del Bene si è recato a Goma e Bukavu con il suo staff, per una missione ispettiva in vista di possibili nuovi viaggi più strutturati per operare in particolare bambini vittime della guerra. Ex primario di chirurgia dell’Ospedale San Gerardo di Monza, il dottor Del Bene è fondatore e presidente della Fondazione War Children Hospital, nata nell’aprile del 2025. Grazie al contatto con le suore dorotee di Bukavu e al Rotary di Goma, il medico è stato in questa zona a fine maggio, insieme a un altro chirurgo, il dottor Antonio D’Elia, e a un collaboratore della Fondazione, Alberto Meda.
«Siamo potuti tornare in Ruanda per poi rientrare in Italia da Kigali solo perché siamo personale sanitario e solo grazie all’intervento della diplomazia italiana», racconta il medico che, pur essendo esperto di contesti di guerra, si è ritrovato in una situazione in cui si sovrappongono vari elementi di criticità, non ultima, appunto, l’epidemia di Ebola.
Dopo aver viaggiato per molti anni e in diversi Paesi dell’Africa – dove ha conosciuto anche figure leggendarie come i coniugi Corti, anima dell’ospedale di Gulu in Uganda – e dopo aver collaborato con varie organizzazioni, come la Croce Rossa Internazionale, il dottor Del Bene – che è un chirurgo plastico – ha iniziato, nel 2018, a operare giovani uomini e donne vittime di torture lungo le rotte del Sahara e nei campi della Libia. «Un’esperienza che ci ha messo di fronte a brutalità inaudite. Ma ci siamo anche resi conto che, più noi riuscivamo a togliere a queste persone i deficit funzionali e le orribili cicatrici provocati dalle torture, più loro riuscivano a lasciarsi alle spalle quella terribile esperienza e a riprendere anche una vita relazionale più “normale”».
Nasce da qui anche l’idea di creare una Fondazione per dedicarsi in particolare ai bambini vittime delle guerre da operare possibilmente sul posto o da far venire in Italia, nei casi più gravi (e nonostante le molte difficoltà burocratiche). «Siamo una realtà molto giovane, ma con chirurghi molto esperti – precisa il medico – Abbiamo fatto una prima missione in Tigray, nel Nord dell’Etiopia, nel giugno 2025, e poi in Siria nell’ottobre dello stesso anno». Nonostante questo bagaglio di esperienza, l’impatto con l’Est del Congo è stato particolarmente forte. «A Goma abbiamo potuto operare solo grazie al coordinamento del Rotary Club locale che ha organizzato visite e interventi con i responsabili dell’ospedale provinciale del Nord Kivu a Goma». La maggior parte di quelli che sono finiti sotto i ferri dei due chirurghi erano ragazzi reclutati – più o meno a forza – dall’M23. Molti sono stati feriti durante gli scontri con l’esercito governativo. «Erano tutti giovanissimi, dai 14 ai 16 anni, con lesioni da arma da fuoco. Erano stati mandati allo sbaraglio, senza alcun addestramento. Almeno quattro di loro avevano ferite alle mani autoinflitte perché non erano capaci di maneggiare correttamente il fucile. Sembravano poco più che bambini».
A Bukavu non è stato possibile praticare nessun intervento, ma il chirurgo e i suoi colleghi non escludono di tornarci: «Ebola permettendo! – dicono -. I bisogni sono enormi e volentieri ci metteremmo a disposizione per operare bambini e ragazzi che hanno subìto varie forme di violenza. Adesso la situazione non lo permette. È stato molto difficile lasciare il territorio della Repubblica Democratica del Congo. Ma speriamo di poterci tornare presto».
17a epidemia di ebola in Repubblica democratica del congo
A fine giugno, dati ufficiali dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) registravano 1.300 casi e 377 decessi a causa di Ebola. Si tratta della 17a epidemia di questo virus in Repubblica Democratica del Congo, dove l’ultima si era conclusa solo lo scorso dicembre.
La prima segnalazione di un virus a elevata mortalità nella provincia dell’Ituri era stata fatta il 5 maggio dalle autorità congolesi all’Oms. In pochi giorni la malattia aveva causato la morte di quattro operatori sanitari, i cui campioni di sangue hanno permesso di identificare il ceppo Bundibugyo del virus Ebola. Il 15 maggio, il ministero della Sanità congolese ha dichiarato ufficialmente l’epidemia nelle zone sanitarie di Mongbwalu, Rwampara e Ituri. Lo stesso giorno l’Uganda ha confermato i primi due casi nella capitale Kampala. Diversi casi sospetti e confermati sono stati poi notificati nella provincia del Nord Kivu, in particolare a Goma. Il 17 maggio l’Oms ha classificato l’evento come «emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale».
