Il fattore sciita
L’islam iraniano non coincide con il regime degli ayatollah: «Rappresenta una tradizione ricca, che va separata dalla politica», spiega lo studioso Amir-Moezzi
Al centro del mirino, nel caos mediorientale, è oggi la Repubblica islamica iraniana. Ma l’islam sciita, religione di Stato nel Paese, va molto oltre il regime teocratico istituito dall’ayatollah Khomeini nel 1979: rappresenta invece una ricca tradizione spirituale e culturale che oggi è sommersa dalle macerie, ma non smette di avere un valore cruciale per milioni di fedeli, persiani e non solo. Lo sa bene Mohammad Ali Amir-Moezzi, docente di Islamistica all’École pratique des Hautes Études di Parigi, tra i massimi esperti al mondo del pensiero sciita duodecimano.
Professore, chi sono gli sciiti?
«Si tratta della famiglia minoritaria dell’islam: circa un quinto della comunità musulmana mondiale, ossia tra i 200 e i 250 milioni di fedeli, ripartiti tra l’Iran e diversi altri Paesi. In alcuni lo sciismo è maggioritario – Iraq, Azerbaijan, Bahrein… – ma gruppi importanti sono presenti anche nel subcontinente indiano, in India e Pakistan, dove ci sono più sciiti che in Iran. Sebbene esistano credenze e pratiche comuni tra le due grandi correnti dell’islam, ciò che caratterizza lo sciismo, dal punto di vista dei suoi testi fondanti che risalgono al IX e X secolo, sono gli hadit, parole attribuite al profeta Muhammad e ai dodici imam. Queste fonti mostrano la centralità proprio della figura dell’imam, che se nel sunnismo è chiunque diriga la preghiera, nel mondo sciita si riferisce alla “guida santa”, la prima delle quali fu Ali, genero e cugino di Muhammad».
Qual è il ruolo dell’imam?
«Si tratta di una figura teofanica, che cioè nella sua vita e nei suoi insegnamenti è manifestazione di Dio. Nello sciismo tutto – dalla mistica alla filosofia, dal diritto all’esegesi coranica, dalla cosmologia all’escatologia – ha senso rispetto alla figura centrale dell’imam. Ma questo “uomo divino” ha anche una dimensione interiore: nella mistica sciita l’imam storico ha una sorta di riflesso nel cuore di ogni credente, che è chiamato a scoprirlo. L’obiettivo ultimo della spiritualità è la realizzazione della dimensione divina dell’uomo che ognuno porta in sé».
Come si è evoluto l’islam sciita?
«All’origine è una dottrina essenzialmente mistica ed esoterica. Ma nel X secolo, con il suo arrivo al potere nel mondo musulmano, assistiamo a un’evoluzione importante, nata dalla necessità di esercitare l’autorità su una popolazione sunnita e portata avanti dai teologi nei centri della politica a cominciare da Baghdad, cuore dell’impero. Nasce così lo sciismo duodecimano, secondo cui il dodicesimo imam si è occultato e resterà nascosto fino al suo ritorno alla fine dei tempi. Nel frattempo, a poco a poco il giurista teologo prende il posto dell’imam fisico. Si crea così una nuova tradizione: razionale, centrata su questioni giuridiche».
Quella che si affermerà in Iran.
«Nel XVI secolo, sotto la dinastia Safavide, lo sciismo duodecimano viene dichiarato religione di Stato in Iran e rapidamente nasce un clero, un apparato teocratico. Un fenomeno che raggiunge in un certo senso l’apice con l’ayatollah Khomeini, promotore del cosiddetto velayat-e-faqih, sistema in cui il giurista supremo rappresenta una figura santa. Per la prima volta un uomo può fregiarsi del titolo di
“imam” al di fuori di quelli storici. Se letteralmente questo sistema si traduce come “l’autorità del giurista teologo”, il termine velayat nello sciismo designa la natura dell’imam e può alludere alla sua santità, persino alla sua dimensione divina. Khomeini ha giocato su questa ambiguità sapendo che, in un contesto sciita, velayat-e-faqih avrebbe potuto suonare come “la santità del giurista teologo”».
E nessuno, nel mondo sciita, ha avuto da ridire?
«Certo: questa forzatura ha creato forti resistenze all’interno dello stesso clero degli ayatollah e soprattutto tra le altre correnti sciite, in particolare le confraternite sufi, che si rifanno allo sciismo esoterico delle origini. Semplificando, possiamo dire che in Iran si sono storicamente scontrati i fautori di un’ortoprassia giuridica molto letteralista e, dall’altro lato, i mistici spirituali, che in molti casi sono stati repressi violentemente dal clero, anche nelle proteste più recenti».
A opporsi al regime, dunque, non c’è solo chi critica l’islam?
«Nei movimenti di protesta, a fianco di giovani completamente laici o perfino atei, ci sono anche dervisci e fedeli che si rifanno alla tradizione spirituale e si rivoltano contro una religione diventata strumento di potere. In tanti non accettano ciò che vedono come un doppio tradimento della fede: la politicizzazione di Dio e un potere politico che si pretende divino e massacra in nome di questo. Molti credenti non considerano simboli esterni, quali il velo o la barba, come segni obbligatori della fede».
Una laicità sana è possibile in Iran?
«Io ne sono convinto, anche perché la popolazione è molto istruita e in grado di distinguere tra l’ambito temporale e quello spirituale. Se è vero che la religione è sempre collettiva, essa tuttavia non deve partecipare all’esercizio del potere. Credo che dopo quasi cinquant’anni di rivoluzione islamica gli iraniani, anche i credenti, abbiano imparato che mischiare politica e religione può creare effetti mostruosi».
Ma il mondo sciita come vede l’aggressione a quello che è comunque un riferimento religioso?
«Penso che la deriva di questi decenni abbia causato una rottura tra la popolazione mondiale sciita e il clero al potere in Iran, per il quale la religione è ormai una vernice superficiale. A parte i proxy del regime iraniano, dall’Iraq al Libano, penso che la maggioranza degli sciiti vorrebbe la fine di un regime che strumentalizza la fede».
Qual è l’eredità positiva che lo sciismo rappresenta per l’Iran di oggi e di domani?
«Direi la dimensione spirituale, questo concetto della guida interiore attraverso il modello di Ali e dei suoi descendenti, e la sottolineatura della dimensione divina dell’uomo. E poi la filosofia, che è una disciplina fiorente in Iran e nel mondo sciita. Storicamente si dice che la filosofia è morta nell’islam a partire dal XIII secolo, ma in Iran è rimasta viva. Nel XVI secolo nacquero importanti scuole filosofiche a Shiraz, Isfahan, Sabzevar, e più tardi a Teheran. Questa tradizione, insieme alla mistica, rappresentano un patrimonio prezioso».

