Skip to main content

Kirghizistan, la Chiesa dei nipoti delle babushke

La testimonianza del gesuita padre Anthony Corcoran, amministratore apostolico del paese centrasiatico, da trent’anni missionario nell’ex Unione sovietica. Dove sono state le nonne a custodire il Vangelo

Poche centinaia di cattolici in un Paese di oltre 7 milioni di abitanti. Nipoti e pronipoti delle nonne che in epoca sovietica hanno tramandato la fede di nascosto. È il piccolissimo gregge di cui è pastore in Kirghizistan padre Anthony Corcoran, amministratore apostolico della piccolissima Chiesa che vive in questo Paese dell’Asia Centrale. Un pugno di cattolici che a Bishkek – capitale di una terra a maggioranza musulmana – ha il suo punto di riferimento nella minuscola e semplicissima chiesa di San Michele. E che, un passo alla volta, ha iniziato a costruire anche la sua cattedrale. Tappa significativa nella missione di questo gesuita 62enne originario del Texas, che nell’ex Unione Sovietica svolge il suo ministero ormai da quasi trent’anni.

«Sono arrivato a Novosibirsk in Siberia nel 1997 – racconta padre Anthony – appena otto anni dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Il nostro compito è stato fin dall’inizio quello di servire quei cattolici che qui, nonostante mille difficoltà, erano riusciti a conservare viva la fede: c’erano anziani che non vedevano un sacerdote dalla Seconda Guerra mondiale. Giovani che non erano mai stati a Messa o ricevuto i sacramenti, se non forse il battesimo proprio dalle nonne. In quegli anni ho toccato con mano le conseguenze dell’epoca sovietica; ma ho anche scoperto la testimonianza straordinaria dei cattolici che erano rimasti lì: la forza della loro fede e l’integrità nel custodirla per farne la chiave della propria vita».

Da dove vengono i cattolici che vivono nei Paesi dell’ex Unione Sovietica? «In Siberia la maggior parte appartenevano ai cosiddetti “tedeschi del Volga”, una minoranza etnica stabilitasi nel Settecento in Russia e che nel 1941 vennero arrestati da Stalin e deportati – spiega padre Corcoran -. Alla fine degli anni Novanta alcune di queste persone erano ancora vive, le ho conosciute. Altri erano polacchi provenienti dall’Ucraina orientale o da zone della Bielorussia, oppure lituani. Accanto a loro, poi, c’erano i figli e i nipoti che, naturalmente, si erano assimilati maggiormente nella società russa».

Con loro a Novosibirsk padre Anthony ha trascorso 13 anni, fino a quando nel 2010 è stato nominato superiore regionale dei gesuiti, responsabile di una presenza missionaria in un territorio vastissimo, che oltre alla Russia comprende anche l’Ucraina, la Bielorussia e l’Asia Centrale. Un ministero che include anche la sfida delicata dei rapporti ecumenici con le comunità ortodosse. Nel 2017, infine, Papa Francesco lo ha chiamato in Kirghizistan per essere appunto l’amministratore apostolico, cioè la guida di questa minuscola comunità cattolica che dal punto di vista del diritto canonico è ancora troppo piccola per avere un vescovo.

«Come in Siberia anche in Kirghizistan molti cattolici erano di origine tedesca o polacca, ma la maggior parte sono
emigrati, tornando nelle terre dei loro antenati – continua il gesuita -. Chi è rimasto vive la propria fede come in qualsiasi altro posto: abbiamo alcune parrocchie, il gruppo più numeroso nella capitale, ma siamo presenti anche in altre cinque città. Tutte comunità evidentemente in scala molto ridotta: in tutto siamo poche centinaia. Papa Francesco chiamava le nostre Chiese dell’Asia Centrale “il piccolo gregge” ed è un’immagine per noi molto bella».

«Servire queste comunità – continua padre Corcoran – mi ha insegnato la provvidenza di Dio e il suo agire attraverso la Chiesa. Penso a un’immagine che ho sentito da una babushka che parlava alla sua nipotina, ormai parecchi anni fa. Le mostrava una corona dell’Avvento che aveva ancora solo una candela accesa e le diceva: “Vedi? Se la spegnessi resterebbe tutto buio. Ma la prossima settimana le candele saranno diventate due e ci sarà tanta luce. Anche tu, se porterai questa fiamma con te, se la manterrai viva, quando incontrerai qualcun altro insieme formerete qualcosa che è molto più di due luci”. Quella donna aveva riassunto bene il compito di ogni cristiano. Non è una coincidenza il fatto che la Chiesa cattolica sia presente nelle terre di frontiera. Il nostro compito è stare lì, testimoniando la nostra fede e collaborando per il bene comune con ogni persona di buona volontà».

Come vivere questo impegno in un Paese come il Kirghizistan? «Anche qui – risponde padre Corcoran – facciamo i conti con i cambiamenti che attraversano il mondo di oggi. Nella nostra società, per esempio, affiora la ricerca della propria identità. I modelli e le risposte del passato non bastano più, le persone cercano di capire che cosa significhi vivere nel mondo. Questo porta noi cristiani a impegnarci insieme a tutti gli altri su alcune grandi sfide: la formazione e l’educazione dei giovani, la cura delle persone vulnerabili, sia economicamente sia in ogni altra dimensione».

Il tutto in un crocevia tra la Russia, la Cina e l’Europa verso cui – per ragioni anche geopolitiche e commerciali – l’attenzione è cresciuta molto negli ultimi anni. «L’Asia Centrale è una regione affascinante, anche se molte persone non solo in Occidente la conoscono ben poco – commenta il missionario gesuita -. Ha una propria cultura, una storia, un modo unico di vivere la religione. Il passaggio dell’antica Via della seta attraverso queste terre ha lasciato tracce profonde, rendendole un luogo affascinante non solo geograficamente, ma anche dal punto di vista demografico, economico, religioso e sociale. Ed è una regione che vede vivere fianco a fianco gruppi etnici dalle caratteristiche tra loro anche molto differenti».

Lo stesso cristianesimo in Kirghizistan ha radici molto più antiche di quanto si pensi. «Dal punto di vista archeologico – ricorda – sono state trovate prove della presenza di cristiani siriaci nel primo millennio. Ho sentito uno studioso locale dire che più si cerca, più si scopre che la loro presenza era diffusa e forse addirittura più antica di quanto si pensasse. Del resto allora i confini erano labili: lungo la Via della seta religioni diverse convivevano tra loro. Sono state trovate comunità che vivevano una accanto all’altra, con cimiteri vicini, mercati comuni. Tutto questo ha influenzato il carattere dei popoli della regione».

Si tratta di una caratteristica preziosissima nel mondo di oggi: «Pur mantenendo la propria cultura – osserva padre Corcoran – i kirghizi tendono a cercare i punti in comune con gli altri popoli. Non lo dico per fare un complimento: l’ho sperimentato di persona in questi anni. Sono sanamente fieri della loro storia, ma non amano il radicalismo. Questo permette loro di collaborare con una certa facilità con altri popoli e altri gruppi». Vale anche, ovviamente, per l’islam locale: «La grande maggioranza dei musulmani kirghizi ha buoni rapporti con noi. Il governo vigila affinché non vi siano influenze esterne radicali. Se esiste qualche forma di estremismo religioso o politico, probabilmente è importata. Ma non è comunque la corrente dominante».

Dentro questo contesto la Chiesa resta un minuscolo seme, felice però di sentirsi parte anche di qualcosa di più grande. «I nostri cattolici – racconta padre Anthony – ormai hanno tutti genitori o nonni nati in Kirghizistan, si riconoscono a pieno titolo cittadini di questo Paese, contribuiscono allo sviluppo della società locale. Ma sentono di appartenere anche alla Chiesa universale. E questo è fondamentale per la loro identità: per loro è un’esperienza molto bella quando capita di incontrare cattolici di altri Paesi. Ricorda loro che non stanno seguendo un gruppo come tanti, ma Cristo».

Questo “piccolo gregge” ha anche un’altra cosa interessante da dire a tutti sulla missione. «La nostra Chiesa – commenta l’amministratore apostolico del Kirghizistan – non ha grandi numeri o successi da vantare. La nostra esperienza, però, forse può servire a ricordare a tutti che se siamo cristiani è perché un giorno qualcuno ha detto una parola che ci ha dato vita, speranza, significato in questo mondo, aprendoci persino alla prospettiva di una vita eterna. Noi cattolici tendiamo a pregare poco per chi ci ha trasmesso la fede. Vivere in Kirghizistan mi ha fatto capire che la missione non è solo una questione di Paesi più o meno sperduti; è anche una geografia dei cuori, delle menti e delle anime da riscoprire. Per essere davvero discepoli di Gesù».

Articoli correlati

Speranza per l’Africa

Icona decorativa15 Aprile 2026
Icona decorativaAnna Pozzi
Dopo l’Algeria, Papa Leone si reca in tre Paesi subsahariani: Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Contesti molto di…

Io, musulmana, sulle orme di Agostino

Icona decorativa13 Aprile 2026
Icona decorativaNadjia Kebour
Il vescovo di Ippona ci ricorda che «la ricerca della verità, la giustizia e la carità sono valori che superano ogni …

Il primo Papa in Algeria

Icona decorativa13 Aprile 2026
Icona decorativaAnna Pozzi
Sarà una visita storica quella di Leone XIV nel Paese nordafricano, al crocevia di mondi, culture e religioni diverse…