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Icona decorativaIcona decorativa7 Maggio 2026 Maria Tatsos

San Maurizio, un santo africano nel cuore d’Europa

Un libro dello storico Giuseppe Albertoni ricostruisce il culto di un egiziano dalla pelle nera martirizzato sulle Alpi e divenuto patrono del Sacro Romano Impero e degli Alpini. Durante il Medioevo, quando il nero era il colore del diavolo e del peccato

È il patrono degli Alpini e delle Guardie Svizzere. Probabilmente pochi di quanti frequentano i lussuosi negozi e alberghi dell’esclusiva località alpina di St. Moritz, alla quale ha dato il nome, sanno che San Maurizio era un africano dalla pelle scura. Visse nel III secolo e fu un condottiero al servizio degli imperatori romani. La sua è una storia curiosa, alla quale Giuseppe Albertoni, docente di Storia medievale all’Università di Trento, ha dedicato il saggio “Il santo, l’etiope e il diavolo. Avere la pelle nera nel Medioevo”, appena pubblicato da il Mulino. Un testo davvero interessante perché non solo ricostruisce la vita del santo e dei suoi compagni, ma indaga anche su come erano viste e percepite le persone nere dagli europei nel Medioevo. San Maurizio è infatti strettamente legato a un imperatore, Ottone I di Sassonia. Era il 961 quando il sovrano fece arrivare le spoglie di San Maurizio a Magdeburgo, scegliendolo come protettore del Sacro Romano Impero. È quasi certo che lui e i suoi concittadini non avessero mai visto un nero africano in vita loro.

Da Tebe al Vallese

Per capire come sia nato il culto di un martire cristiano nero a nord delle Alpi, occorre conoscere la sua vicenda. Maurizio era a capo della Legione tebea, di stanza a Tebe, lungo il Nilo, non lontano dagli attuali confini fra Egitto e Sudan. Intorno al 286, l’imperatore Massimiano ordina a Maurizio e ai suoi uomini di lasciare Tebe e di raggiungerlo in Vallese, dove erano in corso combattimenti con popolazioni locali. Immaginiamo che i legionari si siano imbarcati sul fiume, abbiano poi attraversato il Mediterraneo e siano sbarcati da qualche parte, per raggiungere la Svizzera. Quando a Maurizio e ai suoi legionari viene richiesto di compiere dei riti pagani, il futuro santo e alcuni uomini a lui vicini si rifiutano. Si erano infatti convertiti al cristianesimo. Nel giro di pochi anni, con l’editto di Milano del 313, le persecuzioni contro i cristiani sarebbero finalmente finite. Ma nel 286 il paganesimo era ancora prevalente. Maurizio e i suoi fuggono nel villaggio di Agaunum – oggi Saint-Maurice-d’Agaune in Vallese – dove vengono sterminati. È così che un gruppo di martiri del profondo sud dell’Egitto diventano dei santi venerati nel cuore delle Alpi. Nel 515 il re di Borgogna, nel cui regno rientrava il Vallese, fece costruire un monastero dedicato a San Maurizio. In nome di questo martire, furono lanciate campagne di evangelizzazione delle popolazioni ancora pagane.

La statua nel duomo di Magdeburgo

Per arrivare a Ottone I, occorre fare un salto temporale fino al X secolo. Incoronato imperatore a Roma dal Papa nel 962, il sovrano rimase al potere fino alla morte nel 973. Fu seppellito nel duomo di Magdeburgo, la città che fu la sua principale residenza. È qui, come osserva Albertoni, che si può vedere una statua sorprendente posta in alto, a protezione della sepoltura, raffigurante un guerriero in dimensioni reali, con un’armatura del Duecento. Il viso di quest’uomo che fuoriesce dalla cotta è quello di un africano dalla pelle scura, con naso camuso e labbra grandi. La statua è successiva di due secoli alla morte di Ottone I, perché la cattedrale fu distrutta da un incendio nel 1207 e venne rifatta, statue incluse. Quest’uomo è San Maurizio. Siamo ormai nel XIII secolo e, come lo storico spiega nel libro, ormai la fisionomia degli africani non è più misteriosa. Merito delle crociate e dell’imperatore Federico II, che aveva vari africani nel suo seguito. Quindi, il volto del santo è incredibilmente realistico.

Un santo “militare”

Perché Ottone aveva scelto proprio questo martire? Come spiega Albertoni, in un periodo in cui ancora si dovevano affrontare dei barbari pagani, era fondamentale «la mediazione dei santi, in particolare di santi “militari”, che spesso avevano subito il martirio con le armi in pugno per difendere la loro fede. Quale fosse l’origine geografica di questi santi poco importava». C’è poi un’altra vicenda interessante. Quando Ottone I sconfigge gli ungari nel 955, impugna una sacra lancia, che si diceva includesse alcuni dei chiodi usati per la crocifissione di Gesù. Dall’XI secolo, questa lancia inizia a essere conosciuta come lancia di San Maurizio.

Ottone I conosceva la storia del santo, ma non poteva immaginarsi il suo aspetto fisico, non essendo mai stato in Egitto, né avendo mai visto un egiziano. Ancor più improbabile che avesse incontrato una persona dell’Africa subsahariana. La cultura dell’epoca era basata sull’Antico Testamento e sulle opere scritte nell’alto Medioevo, spesso ispirate alla tradizione classica.

Il colore del diavolo

Dell’Africa non si aveva un’idea precisa, tutti gli africani erano chiamati “etiopi”, gente che a causa del clima torrido avevano la pelle bruciata dal sole, a tal punto da diventare nera. La ricostruzione storica fatta da Albertoni nel libro ci offre l’idea di una certa ambivalenza. Da una parte, l’essere cristiani cancella ogni differenza e la comune origine da Adamo avvicina tutti gli esseri umani. Dall’altra, l’Antico Testamento – parte integrante della tradizione giudaico cristiana – accende i riflettori sulla storia di Noè e dei suoi figli Sem, Cam e Iafet. L’episodio incriminato è quello di Cam, che avrebbe visto il padre Noè ubriaco e nudo. Lo raccontò ai fratelli, che corsero a coprirlo. Da qui la famosa maledizione su Cam e i suoi discendenti, progenitori dei neri. Fin dalla prima affermazione dell’islam, questo passaggio diventa la base ideologica nel mondo arabo per giustificare l’inferiorità e la schiavitù dei neri. E verrà poi mutuato anche dagli europei, quando inizieranno la tratta e, da cristiani, dovranno trovare un pretesto per lo schiavismo.  

Con il passare del tempo, però, a questi testi – letti da pochi, la popolazione per lo più era analfabeta e i libri in circolazione erano pochissimi – si affiancano i messaggi per la gente comune espressi dai pittori negli affreschi di cattedrali e chiese. «La rappresentazione del diavolo o di esseri “mostruosi” che i fedeli potevano vedere sui portali, sui capitelli, sulle pareti dei luoghi in cui si recavano a pregare trasmetteva a tutti una rappresentazione fisica del male per la quale il colore nero era centrale – scrive Giuseppe Albertoni -. Il diavolo, i peccatori erano ai loro occhi “neri come etiopi”». Si diffonde così l’idea che il colore “normale” è quello più chiaro. L’ambiguità dei testi sacri e dei loro interpreti continua a confondere le acque. I neri, uomini e donne, vengono visti come seducenti e tentatori. Peccatori che però, secondo San Girolamo, potevano redimersi e dunque “sbiancarsi”. Tant’è che possono diventare santi. A far compagnia a San Maurizio c’è il santo nero Mosé l’Etiope, un ladrone pentito che diventa eremita. Ma ci sono anche altre figure di neri visti come figure esemplari: la Regina di Saba e Baldassarre, il re magio nero, e il mitico prete Gianni. 

L’idea di razzismo nel Medioevo

Insomma, avere la pelle nera era negativo, avvicinava ai diavoli, ma se una persona di colore era un cristiano esemplare poteva diventare un’eccezione. Questa visione ambivalente attraversa tutto il Medioevo, che rimane nella totale ignoranza geografica del continente africano, ma anche dell’esistenza concreta di un regno di Etiopia cristiano, con il quale a lungo l’Europa non ha nessun contatto. La statua di San Maurizio a Magdeburgo, visibile a tutti, era «un simbolo vivente della conversione dei pagani e della loro redenzione attraverso il cristianesimo», scrive Albertoni. Il saggio “Il santo, l’etiope e il diavolo. Avere la pelle nera nel Medioevo” non è solo una miniera di informazioni su come l’immagine del nero sia mutata nel corso dei secoli in un periodo complesso come il Medioevo. Include anche un’interessante appendice bibliografica che racconta come si è diviso nel tempo il mondo degli storici sul tema dell’esistenza o meno di un’idea di razzismo nel Medioevo.

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