Il “genocidio silenzioso” dei popoli incontattati
La denuncia di Survival International: almeno la metà dei 196 popoli riconosciuti rischia di essere sterminata entro dieci anni, a causa di contatti dall’esterno, che ne minacciano la sopravvivenza
I diritti dei popoli indigeni incontattati sono sempre più a rischio: è quanto emerge dal rapporto di Survival International, ong che si occupa dei diritti e della difesa delle popolazioni indigene, uscito lo scorso ottobre. Per questi popoli, vivere isolati dal mondo esterno è una scelta di vita e un modo per proteggere le loro comunità ed eredità culturali. Almeno la metà dei 196 popoli riconosciuti, però, rischia di essere sterminata entro dieci anni, a causa di contatti dall’esterno, che ne minacciano la sopravvivenza.
Il rapporto, intitolato “Popoli indigeni incontattati: frontiere di resistenza”, è il primo in assoluto su questo tema, frutto di anni di ricerche attuate da Survival in collaborazione con altre organizzazioni indigene. I popoli incontattati riconosciuti e di cui si è dimostrata l’esistenza vivono tra Sudamerica, Asia e Pacifico. Il termine “incontattati” si riferisce a tribù e gruppi che rifiutano di stabilire relazioni permanenti con chi non è parte della medesima comunità.
Come ha dichiarato Valmaine Toki, rappresentate del Meccanismo di esperti per i diritti dei popoli indigeni (Emrip) per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), «l’isolamento è considerato da molti una strategia di protezione collettiva, che permette ai popoli indigeni di mantenere i loro sistemi di pensiero, le loro culture, lingue e tradizioni, e di sopravvivere alle minacce causate dai contatti forzati con il mondo esterno. Inoltre, l’isolamento è un modo per esercitare il loro diritto all’autodeterminazione».
I contatti, infatti, possono essere per loro fatali. Francesca Casella, direttrice di Survival International Italia, spiega che «l’estrazione di risorse – che comprendono il taglio del legno, le attività minerarie e la prospezione di gas e petrolio – è il pericolo più grande e costituisce una minaccia per oltre il 96% dei popoli e gruppi incontattati in tutto il mondo. Le attività di estrazione devastano foreste e territori indigeni, avvelenando i fiumi con sostanze chimiche e rifiuti industriali o agricoli. Spesso sono anche accompagnate da violenze e violazioni dei diritti umani, con la distruzione di case e mezzi di sostentamento degli indigeni. Infine, consentono l’ingresso di lavoratori e coloni che possono trasmettere malattie verso cui questi popoli non hanno le difese immunitarie».
Secondo Survival, tra i casi su cui è più urgente intervenire «c’è la distruzione della foresta pluviale degli hongana manyawa, incontattati sull’isola indonesiana Halmahera, dovuta all’estrazione di nichel destinato alle batterie di auto elettriche, che in questo caso di “green” non hanno proprio nulla. Ngigoro, un uomo hongana manyawa nato incontattato, a dicembre ha viaggiato per la prima volta fino in Europa per fare pressione sul gigante minerario francese Eramet, comproprietario della Weda Bay Nichel, la più grande miniera di nichel del mondo».
Survival International è al fianco di Ngigoro e degli hongana manyawa e sta facendo pressione sulle compagnie automobilistiche affinché si impegnino a non acquistare minerali provenienti dalle loro terre. «Particolarmente a rischio sono anche i mashco piro incontattati in Perù – spiega ancora Casella – che subiscono minacce dovute all’attività del taglio del legno, e gravissimo è l’impatto dell’estrazione dell’oro illegale in Brasile e Venezuela su popoli come gli yanomami, o quello dell’allevamento di bestiame per la produzione di carne e pellame che minaccia gli ayoreo del Paraguay».
Come emerge dal rapporto, anche le azioni di alcuni missionari protestanti finanziati da Chiese evangeliche soprattutto statunitensi rappresentano un pericolo: la loro attività, infatti, mina i diritti dei popoli indigeni incoraggiando il contatto diretto, con il conseguente rischio di esposizione a malattie esterne. «Survival stima che tali missionari minacciano oggi direttamente un popolo incontattato ogni sei, che corrisponde al 16%. Alcune delle loro organizzazioni sono multimilionarie e forzano il contatto utilizzando aerei, elicotteri e altre tecnologie d’avanguardia».
Una delle organizzazioni più note è la cristiano-evangelica statunitense Ethnos 360 (prima New Tribe Mission, Ntm), che sarebbe stata responsabile di devastanti operazioni di contatto e di brutali “cacce all’uomo” in Sudamerica negli anni Settanta e Ottanta. Casella spiega che «oggi, questa e altre organizzazioni sembrano avere una particolare ossessione per le aree a più alta concentrazione di popoli incontattati, come la Valle Javari in Brasile e l’isola di Nuova Guinea».
È quanto si legge anche in un reportage, pubblicato su The Guardian nel luglio 2025, sul caso del popolo korubo, che vive proprio nella Valle Javari, al confine tra Brasile e Perù. Benché la Costituzione brasiliana riconosca ai popoli indigeni il diritto di avere una propria organizzazione sociale, usi, costumi, tradizioni e differenze culturali, molte comunità non sono esentate dalle mire delle Chiese evangeliche. Secondo gli autori del reportage, i religiosi coinvolti sono entrati in contatto con il gruppo attraverso l’utilizzo di dispositivi audio che riproducevano le parole della Bibbia e le predicazioni di un battista americano, benché simili strategie di proselitismo non sarebbero ammesse dalle leggi brasiliane.
Come evidenzia Casella, «oggi, sebbene siano molte le organizzazioni religiose responsabili che lavorano in prima linea per sostenere i diritti indigeni senza contattare questi popoli, ve ne sono altre che nel perseguire la loro missione agiscono in modo sconsiderato». Questo può avere conseguenze pericolose sul loro stile di vita e la loro identità. Oltre ai predicatori, anche i comportamenti degli influencer che raggiungono i territori indigeni costituiscono una minaccia crescente, ampiamente indagata nel rapporto.
«È importante chiarire che, quando i loro diritti vengono riconosciuti e rispettati, i popoli incontattati sopravvivono e prosperano. Eppure le violazioni sono ancora troppe, come accade nel territorio dei piripkura incontattati nell’Amazzonia brasiliana, in attesa da 40 anni di essere demarcato, mentre nel frattempo è invaso da accaparratori di terra, trafficanti di legname e allevatori che mettono a rischio la sopravvivenza degli ultimi membri di questo popolo. Inoltre, spesso chi viola i diritti di questi popoli resta impunito».
I popoli indigeni, contattati e non, sono una presenza importante per il pianeta. Alla Cop30 di Belém in Brasile, diversi rappresentanti delle comunità indigene hanno partecipato ai processi decisionali per le azioni contro i cambiamenti climatici. «La lotta per i diritti indigeni è inestricabilmente connessa alla lotta alla crisi climatica – ha spiegato Casella -, anche perché i popoli indigeni si prendono cura di molti dei luoghi a più alta biodiversità del pianeta. Lo hanno spiegato chiaramente durante la Cop30 con la loro campagna “A resposta somos nós” (“La risposta siamo noi”), chiedendo una mobilitazione globale guidata dai popoli indigeni: il modo migliore per proteggere le foreste, i diritti e le vite dei popoli che vi abitano – sia contattati sia incontattati – è riconoscere e rispettare tali diritti sui territori che gestiscono e proteggono da millenni».
Oggi, come detto, le libertà fondamentali di questi popoli sono regolate dal Diritto internazionale. «I principi sono molto chiari: questi popoli hanno il diritto assoluto di vivere incontattati (“principio del non-contatto”), hanno diritti di proprietà sui loro territori, e sulle loro terre non è consentita nessuna attività o sviluppo perché, per definizione, nessun popolo incontattato è nella condizione di poter esprimere il proprio “Consenso libero, previo e informato”, necessario agli esterni per operare».
Questo, però, non basta. «Le leggi sono inutili se non vengono applicate – riprende Casella -. Spetta ai singoli Paesi attuarle e farle rispettare, garantendo finanziamenti e sostegno politico -istituzionale per la protezione dei territori dei popoli incontattati e per prevenire le invasioni. Nel rapporto proponiamo un piano di azione che contiene richieste e passaggi precisi non solo per i governi, ma anche per aziende, enti di settore e organismi di certificazione, che devono rispettare il Diritto internazionale, garantendo che nelle loro catene di approvvigionamento non ci siano materie prime provenienti dai territori dei popoli incontattati».
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