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Se adesso siamo noi la terra di missione

Nel momento in cui i giovani non vengono più dal nostro interno, o sono comunque troppo pochi, è inevitabile che vengano da fuori. Compresi quelli necessari a “evangelizzarci”

Un vicino di casa mi provocava dicendo che presto sarebbero venuti “loro” ad evangelizzarci, vista la perdita di fede e di partecipazione nelle nostre comunità. Questo mentre mi preparavo al sacerdozio e alla vita missionaria quasi cinquant’anni fa. Ricordo che mi schernivo scettico a quelle parole di una persona semplice e impulsiva. Mi sono però tornate alla mente in occasione di un incontro informale a Manila tra i missionari italiani del Pime nelle Filippine (una decina) e don Sergio Gamberoni, direttore del Centro Unitario Missionario di Verona (Cum), un paio di settimane fa. Creato negli anni Sessanta per preparare e accompagnare soprattutto preti diocesani e laici prima in America Latina e poi anche in Africa e Asia, il Cum ora si occupa in prevalenza dei missionari che da quei continenti vengono a svolgere lavoro pastorale in Italia. I loro arrivi sono decisamente superiori agli italiani partenti. Una situazione molto simile e ancora più accentuata in altri Paesi europei. Qualcuno dice che in quel modo finalmente si realizza la cooperazione tra le Chiese. Ma ad altri pare più la corsa al capezzale di un anziano malato. L’attività missionaria tradizionale consisteva in un vasto sforzo di fondazione della Chiesa in altri gruppi e contesti umani, in larga parte nuovi per le comunità cristiane occidentali.

È vero. Va ormai superata la visione dei due mondi, il vecchio e il nuovo, quello di partenza e quello di arrivo, le Chiese antiche e quelle di recente fondazione, le missioni e la cooperazione tra le Chiese. Il terzo millennio presenta una realtà variegata con movimenti e impulsi in tutte le direzioni. Rimane ferma la dinamica di partenza, uscita, arrivo e ingresso in una nuova realtà. Si dice giustamente che i lavoratori migranti, indispensabili in molti contesti, assicurano sviluppo e futuro, oltre che a se stessi, alle comunità in cui si inseriscono. La Chiesa in Occidente condivide sempre più la situazione di altre realtà sul territorio, nell’imprenditoria e nei servizi: manca la “manodopera”. Chiamali missionari, se vuoi, perché lo sono, ma gli operatori pastorali che sempre più appaiono nelle parrocchie, nelle scuole e in altre realtà ecclesiali in Europa, ne assicurano pure la sopravvivenza, il servizio e la testimonianza.

Gli stessi Istituti missionari italiani, in passato protagonisti in Africa e altrove, sarebbero ora a gestire la ritirata e la chiusura senza candidati africani, asiatici e latino-americani. Sono processi storici che solo col tempo riveleranno la loro piena natura, le luci e le ombre, i contributi positivi e le inevitabili distorsioni. Non tutto ciò che è nuovo è facile. Ogni tentativo è parziale e limitato. In Occidente le realtà aggregative, non solo le Chiese cristiane, ma anche i partiti, i sindacati, le associazioni di ogni genere, si sono tutte contratte nel numero, nella partecipazione, e nell’impatto pubblico. Il privato e l’iniziativa personale, insieme all’individualismo, sono esplosi. L’invecchiamento della popolazione ha ridotto la vitalità sociale, la creatività e la voglia di fare e stare insieme tipica della società giovane che anche noi italiani in età da pensione abbiamo conosciuto. L’evoluzione dei media elettronici ha accentuato il processo. Ma se i giovani non vengono più dal nostro interno, o sono comunque troppo pochi, è inevitabile che vengano da fuori. Compresi quelli necessari ad “evangelizzarci”.

https://www.avvenire.it/rubriche/sguardi-missionari/se-adesso-siamo-noi-la-terra-di-missione_104955

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