Operatori umanitari nel mirino
Nei conflitti contemporanei, coloro che portano soccorso specialmente nelle situazioni di emergenza sono sempre più presi di mira intenzionalmente. L’appello per la loro protezione in vista della Giornata mondiale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa dell’8 maggio
Hassan Badawi aveva 31 anni quando è stato ucciso, il 12 aprile 2026, mentre prestava soccorso nella città di Beit Yahoun, nel sud del Libano, colpita dai bombardamenti israeliani. Paramedico volontario della Croce Rossa libanese, insieme a lui un altro collega è rimasto ferito nello stesso attacco proveniente da un drone israeliano. Una storia che si aggiunge a quella degli oltre mille paramedici e operatori umanitari uccisi negli ultimi tre anni mentre lavoravano nelle zone di guerra. Le maggiori organizzazioni sanitarie internazionali chiedono un’urgente azione da parte dei leader politici mondiali.
Numeri record
In una dichiarazione pronunciata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite all’inizio di aprile, il Sottosegretario generale dell’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha), Tom Fletcher, ha rivelato che nel 2025 sono stati uccisi, almeno 326 operatori umanitari in 21 Paesi, portando la cifra dell’ultimo triennio a 1.010. Di questi, più di 560 paramedici sono stati uccisi a Gaza e in Cisgiordania, 130 in Sudan, 60 nel Sud Sudan, 25 in Ucraina e 25 nella Repubblica Democratica del Congo.
Sono numeri dietro i quali ci sono i volti e le vite di persone che, come Hassan Badawi, sono state colpite a morte nel pieno svolgimento della loro missione umanitaria. «Non si tratta di un’escalation accidentale, ma del fallimento della loro protezione», ha denunciato Fletcher davanti al Consiglio di Sicurezza. «Questi operatori sono stati uccisi mentre distribuivano cibo, acqua, medicinali, riparo. Sono morti in missioni coordinate direttamente dalle autorità. E, troppo spesso, sono stati uccisi per mano di Stati membri delle Nazioni Unite».
Il team con cui Badawi si trovava sul campo ha dichiarato che, come da prassi, tutti i paramedici presenti indossavano la consueta divisa della Croce Rossa, riconoscibile grazie al simbolo dell’organizzazione. Anche la loro ambulanza era debitamente contrassegnata. Ma ciò non è bastato, e il veicolo è stato comunque colpito. In modo non dissimile a quanto era accaduto a Rafah a marzo 2025, quando vennero rinvenuti in una fossa comune i corpi di otto paramedici della Mezzaluna Rossa palestinese, colpiti a morte dalle forze israeliane. Con loro c’erano anche altri sette operatori della Protezione civile e dello staff dell’Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa), che viaggiavano sui rispettivi veicoli, tutti riconoscibili, ma diventati un bersaglio.
Risoluzioni non rispettate
Le organizzazioni sanitarie internazionali sono ben consapevoli dei rischi che comporta soccorrere le vite dei civili in zone di conflitto. È il motivo per cui sono state adottate dalle Nazioni Unite, negli anni passati, specifiche risoluzioni conformi al diritto internazionale, con l’obiettivo di tutelare e proteggere la presenza delle organizzazioni e del loro personale su questi territori.
La Risoluzione Onu 2286, emanata nel 2016, prevede che ogni parte coinvolta nei conflitti armati rispetti gli obblighi internazionali: devono garantire cioè la piena sicurezza al personale medico e umanitario impegnato nelle proprie missioni di assistenza. Non solo: la deliberazione impone anche la tutela dei mezzi di trasporto per il soccorso, delle attrezzature, degli ospedali e delle altre strutture mediche.
La denuncia di Cicr, Oms e Msf
Proprio il 3 maggio 2026, a dieci anni dall’emanazione della Risoluzione, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (Cicr), l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e Medici Senza Frontiere (Msf) hanno rilasciato un comunicato congiunto, con il quale hanno denunciato che, dal 2016, la condizione per gli operatori sanitari e umanitari è peggiorata drasticamente. Nel comunicato si legge che «la protezione dell’assistenza sanitaria nei conflitti è fallita e gli attacchi, in molti contesti, si sono intensificati».
Come dimostrano le immagini divulgate da Mdf, infatti, gli obblighi dettati dalla risoluzione non sono stati adempiuti. Ospedali e cliniche vengono ridotti in macerie in Ucraina come in Sudan o nella Striscia di Gaza. I mezzi di trasporto vengono attaccati e distrutti, impedendo ai team medici di raggiungere le zone che necessitano di assistenza.
Gli attacchi indiscriminati verso coloro che hanno il compito di assistere i feriti impediscono ai volontari e alle volontarie di portare a compimento le loro missioni, mettendo così ancora più a rischio le vite dei civili. Le donne sono costrette a partorire senza le cure adeguate, in edifici adibiti a rifugio come scuole o stadi sportivi, mentre altri pazienti muoiono per ferite che, in condizioni normali, sarebbero curabili.
Giornata internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa
Mentre l’8 maggio si celebra la Giornata internazionale della Croce Rossa e del Movimento della Mezzaluna Rossa, istituzione con un impatto importantissimo sui Paesi più fragili entro i quali opera, non si può ignorare la gravità della situazione attuale. La presenza di questi volontari nei contesti di guerra è essenziale. Nel report del 2024 pubblicato dal Cicr, si evince che le loro attività hanno permesso l’accesso al cibo ad almeno 3 milioni di persone; hanno contribuito al supporto di più di 1.400 strutture sanitarie, con oltre 700 ospedali, molti dei quali si trovano in aree di guerra, assicurando l’accesso alle cure alle persone ferite.
Sono dati che dimostrano quanto il lavoro del soccorso d’emergenza e dei professionisti sanitari sia fondamentale, e quanto sia importante che i leader internazionali agiscano per la loro protezione, visti gli attacchi sempre più violenti che li coinvolgono. Nel comunicato di Cicr, Oms e Msf si legge ancora: «Quando l’assistenza sanitaria non è più sicura, spesso è il segnale di allarme più evidente che le regole e le norme volte a limitare i danni della guerra stanno venendo meno. Quando gli ospedali e chi fornisce assistenza vengono attaccati, ci troviamo di fronte non solo a una crisi umanitaria, ma a una crisi di umanità».
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