Noi li soccorriamo, loro ci salvano
Don Mattia Ferrari racconta l’esperienza di cappellano sulla nave Mediterranea: «Siamo chiamati a svegliare le nostre coscienze e a guardare i segni di speranza»
La missione a cui tutti siamo chiamati oggi, con umiltà e perseveranza, è quella di ricostruire una fraternità che si è spezzata. Ciascuno può fare la sua piccola parte e insieme le nostre piccole parti possono diventare una cosa grande. Lo vediamo su tanti fronti, non da ultimo quello delle guerre che imperversano nel mondo. Le guerre sono l’apice di tante crisi, che si manifestano anche in quella migratoria che vediamo nel Mediterraneo. Sono crisi dell’umanità, crisi della fraternità, dentro cui ci siamo smarriti. Non arriviamo più a riconoscere nemmeno la dignità delle persone; soprattutto non riconosciamo più una cosa molto banale e molto semplice: che siamo tutti fratelli e sorelle.
Reagire ai momenti di crisi
Nel corso della storia, l’umanità ha attraversato tante volte momenti di buio e di crisi. Ma lo Spirito Santo sempre ha suscitato risposte dal basso in credenti e non credenti, risposte per riscattare l’umanità dall’ingiustizia e dall’abbandono.
Tra il 2017 e il 2018 si è iniziata a creare una situazione per cui nel Mediterraneo le persone vengono spesso abbandonate a loro stesse: sono nostri fratelli e sorelle che, a causa delle guerre, delle persecuzioni, della crisi ecologica, del neocolonialismo, dell’ingiustizia globale e strutturale o di altre ragioni devono lasciare i loro Paesi. Purtroppo abbiamo chiuso i canali legali di accesso e questi migranti non possono viaggiare in modo legale e sono costretti a percorrere le rotte pericolose del deserto, passare per l’inferno dei lager libici, sino ad arrivare in mare, ultimo tratto di questi viaggi della speranza, dove a volte non c’è nessuno a salvarli. Altre volte vengono respinti in Libia sulla base di accordi firmati dal nostro Paese nel 2017.
Ricostruire la fraternità
Di fronte a questa situazione, nel 2018, alcune persone hanno sentito nel loro cuore che non potevano restare indifferenti e neppure limitarsi a manifestare il proprio dissenso. Bisognava agire. Perché? Perché sono nostri fratelli e sorelle, perché si tratta di ricostruire questa fraternità e di praticarla. Occorreva unirsi e fondare una piattaforma che non fosse di qualcuno ma di tutta la società civile. Nasce così Mediterranea Saving Humans, un’iniziativa per certi aspetti analoga a quella di altre realtà, storie diverse ma che hanno tratti in comune: sono risposte nate di fronte a questa crisi, risposte di riscatto dell’umanità in un contesto che è ancora difficilissimo.
Negli scorsi mesi c’è stata quella che potrebbe essere la strage più grande di questi anni nel Mediterraneo, con almeno mille dispersi. I naufragi continuano, i respingimenti pure. E tante persone, sempre di più, sembrano indifferenti o comunque assuefatte. Invece siamo chiamati a svegliare le nostre coscienze e a guardare anche i segni di speranza.
Purtroppo, in questi anni, la solidarietà in mare – e pure sulla terraferma – continua a essere criminalizzata. Si comincia nel 2017 con l’indagine su Riace, si inizia a parlare di “taxi del mare”, si aprono indagini, ci sono attacchi politici e campagne mediatiche diffamatorie molto violente. Dopo ormai nove anni qual è il risultato? Nel 2018, quando Mediterranea è nata, in mare le realtà di soccorso erano 3, adesso sono 21. La repressione non è riuscita a cancellare la solidarietà in mare, anche se continua a fare danni. Questo è un grande segno di speranza che ci dice che, per quanto sia difficile, gli esseri umani hanno comunque nel profondo del loro cuore la consapevolezza di cosa siano l’umanità e la fraternità.
No alla rassegnazione
Non dobbiamo mai rassegnarci a pensare che la disumanità prevalga anche perché quando si ha la grazia di vivere questa fraternità, abbracciando, ad esempio, le persone, si sperimenta davvero la gioia del Vangelo, la Evangelii Gaudium. Non è semplicemente una lotta tra due visioni del mondo alternative: è la lotta tra una visione che realizza veramente la nostra umanità e una che invece porta a un collasso di civiltà e a renderci prigionieri dell’individualismo e dell’egoismo. Quando Mediterranea è nata, il nostro slogan era “Prima si salva, poi si discute”. L’idea era di riaffermare con la pratica il primato del diritto, della dignità infinita di ogni persona, che deve precedere le discussioni politiche. Dopo le prime missioni di soccorso, è nato un secondo slogan, ispirato dall’esperienza: “Noi li soccorriamo, loro ci salvano”. Che cosa vuol dire? I nostri giovani, dopo le prime missioni di soccorso, ci hanno insegnato – e lo fanno tuttora – che anche noi abbiamo bisogno di essere salvati: salvati da questa società dell’individualismo, dell’indifferenza, della prestazione, una società malata che si chiude su se stessa e crea gabbie mentali che imprigionano e fanno star male. Quando i giovani fanno l’esperienza del soccorso in mare – ma vale anche per l’accoglienza sulla terraferma – ci dicono che si sono sentiti “salvati”. Salvati dalle relazioni con queste persone, con cui hanno condiviso sguardi e abbracci. Grazie a loro veniamo in qualche modo restituiti alla dimensione più autentica, vera e profonda della vita.
Lasciamoci evangelizzare dai poveri
L’esperienza in mare accentua tutto, perché in mare tutto è amplificato. Sperimentiamo uno dei grandi messaggi di Papa Francesco, quello di lasciarci evangelizzare dai poveri. Messaggio che anche Papa Leone ha fatto proprio nell’esortazione apostolica Dilexit Te.
Le missioni in mare, però, costituiscono solo l’apice del nostro impegno. La parte forse più difficile è quella quotidiana, quella delle relazioni, dei rapporti con le tante persone che ci chiamano dalla Libia o dalla Tunisia: a volte non possiamo aiutarle, ma solo accompagnarle. Spesso sono in condizioni terribili: noi proviamo a segnalarle alle autorità internazionali per aiutarle, però non sempre riescono a farlo.
Che sia la nave di soccorso, che sia l’esperienza a terra o nelle relazioni con le persone, il prete porta l’accompagnamento pastorale, la guida della preghiera e dei sacramenti, segno concreto della vicinanza della Chiesa. L’esperienza mia e di altri è che, per certi aspetti, noi portiamo il Vangelo, ma soprattutto lo riceviamo, perché in queste esperienze sei tu che vieni evangelizzato, prima ancora di evangelizzare. Cristo ci precede, come ha detto Papa Leone nel suo primo discorso, e questo è molto vero anche quando ti trovi in queste realtà; ti rendi conto che le persone, anche quelle non credenti o di altre religioni, a volte vivono il Vangelo più di te, perché vivono di più come Gesù. Non è una cosa facile, anzi è impegnativa, significa soprattutto essere capaci di amare come lui. Vedo che, a volte, queste persone hanno la capacità di amare con coraggio, passione e perseveranza molto più di me. Certo noi preti portiamo il Vangelo, ma soprattutto, in queste missioni e in tutte queste situazioni, il Vangelo lo troviamo e lo riceviamo.
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