Padre Ferdinand: un missionario, tre continenti
Originario della Costa d’Avorio, è il primo padre del Pime del suo Paese e il primo africano eletto nella Direzione generale. Ha Vissuto a lungo in Messico, dove ha realizzato un grande lavoro soprattutto sulla lingua dei mixtechi
Baulé, francese, italiano, spagnolo e almeno due varianti di mixteco, lingua indigena del Messico. Dall’idioma materno, parlato nel centro della Costa d’Avorio di cui è originario, passando per le lingue europee, per poi approdare a quelle indigene del Centroamerica, il percorso missionario di padre Ferdinand Kouadio Komenan ha attraversato continenti, popoli, lingue e culture molto diversi tra di loro. Sempre con il desiderio di andare più a fondo nella relazione con le popolazioni a cui è stato inviato, attraverso l’annuncio della Parola e lo studio delle parole.
Questo lavoro di scavo nelle lingue ha richiesto, specialmente per il mixteco, un grande impegno per arrivare a realizzare le prime grammatiche e, ora, la traduzione del Nuovo Testamento. «Un lavoro che in questo momento sto portando avanti a distanza, essendo stato richiamato in Italia». Dal luglio dello scorso anno, infatti, padre Ferdinand ricopre la carica di consigliere generale del Pime, primo africano a far parte della Direzione generale dell’Istituto. «È una grande responsabilità e una sfida – commenta -. Ma è anche il segno che il Pime stesso sta cambiando, dall’internazionalizzazione all’interculturalità sino alla mia elezione. Non è un inizio, non sarà la fine, è una tappa, un processo».
Un processo che parte da lontano, essendo padre Ferdinand originario di una grande famiglia, dove si praticava principalmente la religione tradizionale africana, ma c’erano anche membri musulmani, cattolici, protestanti, «senza particolari conflitti», tiene a sottolineare il missionario, che da bambino ha ricevuto anche un nome legato a un idolo familiare: Gna Kla (figlio di Kla).
«L’incontro con la Chiesa cattolica è avvenuto nela parrocchia di M’bayakro, dove erano presenti i missionari del Pime – racconta -. Alcune mie sorelle erano già cristiane e studiavano in scuole cattoliche. Una di loro mi ha iscritto al catechismo, a 16 anni sono stato battezzato da padre Carlo Ghislandi. Da lì, è cominciato un forte impegno in parrocchia». Una parrocchia che ora è stata consegnata alla diocesi, ma che resta fortemente legata al Pime anche perché da qui vengono i primi missionari ivoriani: dopo Ferdinand, sono seguiti i padri Joseph Kouadio, superiore regionale per le Americhe, Arnaud Touré, missionario nelle Filippine, e Constant Kouadio, referente per l’Algeria.
Trasferitosi a Bouaké per studiare giurisprudenza, Ferdinand continua a frequentare i missionari del Pime con cui avvia un cammino di discernimento. Figura decisiva per la sua formazione umana e spirituale è stata quella di padre Giovanni De Franceschi, grande appassionato della lingua e della cultura baulé, di cui ha raccolto più di mille proverbi. È stato proprio lui a trasmettergli anche la passione per lo studio delle lingue. L’italiano lo impara durante l’anno di spiritualità a Roma e la teologia nel seminario di Monza. «Sono stato ordinato nella mia parrocchia di origine nel luglio 2011 – ricorda – e sempre lì ho ricevuto il crocifisso missionario. È stato un momento forte di testimonianza in mezzo alla mia gente e di animazione missionaria».
Subito dopo, però, viene mandato all’altro capo del mondo. Destinazione: Messico. «Ero contento. Mi sembrava che fosse un contesto in qualche modo simile a quello della mia realtà africana». Arrivato nella diocesi di Acapulco, dopo lo studio intensivo dello spagnolo, ha lavorato prima nella parrocchia di Cuanacaxtitlán e poi in quella di La Concordia, sulle montagne dello Stato del Guerrero, una realtà difficile, segnata da grande povertà, ma anche da insicurezza per la presenza di narcotraffico e criminalità.
«Qui sono entrato in contatto con i popoli indigeni che appartengono principalmente a due gruppi: mixtechi e tlapanecos. Mi sono reso conto della mancanza di materiali linguistici e liturgici cattolici in lingua mixteca, e così ho iniziato un intenso lavoro di studio della lingua, ispirato dall’esempio di padre De Franceschi. Non essendoci scuole o testi, ho cominciato a imparare inizialmente ascoltando e ripetendo. Poi, con l’aiuto di un maestro locale, ho cercato di sviluppare un metodo originale, partendo da alcuni testi scolastici in inglese tradotti nella lingua locale».
Il mixteco (o tu’un savi) è una lingua antichissima e difficile, una lingua tonale, glottale e nasale, con oltre ottanta varianti. Padre Ferdinand se ne rende conto a sue spese. Dopo aver studiato e realizzato una grammatica mentre si trovava a Cuanacaxtitlán, si reca a La Concordia dove la gente parla una variante molto diversa. Ricomincia da capo, applicando in maniera più rigorosa anche gli studi linguistici che nel frattempo ha compiuto e le indicazioni ufficiali che provengono dal governo. Realizza così una seconda grammatica. Ne fa stampare cinquemila copie che distribuisce gratuitamente nelle comunità.
Nel 2018 deve lasciare repentinamente la diocesi per ragioni di sicurezza. Dopo una parentesi in Italia, però, vi fa ritorno nel 2022, con un profilo più basso, ma anche «per vincere la paura che ci toglie il futuro missionario», dice. Viene assegnato alla nuova parrocchia affidata al Pime di Ayutla de los Libres, che si estende su un territorio vastissimo e montagnoso con ben 68 cappelle. «Spesso si celebravano 8 o 9 Messe al giorno!», ricorda padre Ferdinand, che qui decide di creare una vera e propria équipe di linguisti e traduttori, grazie anche al sostegno di Fondazione Pime di Milano. L’idea è di realizzare testi di catechismo in lingua mixteca e di valorizzare i canti delle comunità affinché non vengano dimenticati. «Non solo – precisa -. Abbiamo iniziato a lavorare sulla traduzione del Nuovo Testamento. Come cattolici non avevamo nessun testo. E così, con la nostra équipe, abbiamo cominciato il lavoro di traduzione e, una volta al mese, ho iniziato a celebrare la Messa in lingua mixteca. Nella città di Ayutla e nei villaggi intorno è stata come una rivoluzione!». Tutto ciò ha contribuito a restituire dignità e orgoglio identitario a una popolazione indigena che, ancora oggi, viene spesso marginalizzata e sminuita, ma anche a far penetrare più in profondità nei cuori delle persone la parola del Vangelo, finalmente nella loro lingua: «Questo lavoro – riflette padre Ferdinand – mi ha permesso di avvicinarmi meglio al popolo mixteco, anche se non è facile capirne la cultura, la mentalità, i modi di fare e di pregare, le tradizioni… Dopo tanti anni, non posso dire di conoscerli bene. Sono molto diversi, anche dal punto di vista della fede. Sono quasi tutti cattolici, ma hanno riti tradizionali e credenze ancora molto vivi. C’è da andare più in profondità nella fede, nel rispetto della loro identità. Il missionario non può essere un altro colonizzatore».
In questo senso, la sua sensibilità di africano gioca un ruolo fondamentale, ma anche la capacità di avere uno sguardo
aperto e allo stesso tempo inclusivo. Padre Ferdinand tiene molto a quello che sta facendo e alle persone con cui lo sta facendo. Ecco perché, non avendo finito tutto il lavoro di traduzione, continua ora a fare la sua parte anche dall’Italia. «Ci siamo dati dei compiti – precisa -. Io ho da poco terminato la traduzione del libro dell’Apocalisse, che è stata molto impegnativa e sfidante, ma anche entusiasmante. Adesso sto lavorando alla Lettera agli Efesini. Anche questo mi permette di tenere vivo il legame con la mia gente».
Pur lontano dalle montagne del Guerrero e dal popolo mixteco, padre Ferdinand continua a servire la missione anche a distanza, convinto che tutto il suo cammino – tra Africa, Europa e America Latina – sia sempre stato attraversato dal filo della Provvidenza.
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