La coesistenza? Ridiamoci su
Un documentario racconta la storia della comica israeliana Noam Shuster Eliassi, che dopo aver lavorato nella diplomazia ha scelto la satira «per poter parlare a tutti»
«Parlo tre lingue: ebraico, arabo e inglese. In teoria dovrei essere un ponte. In pratica, dipende sempre da chi sta cercando di bombardare chi quel giorno». Noam Shuster Eliassi apre il suo show con battute che spesso spiazzano il pubblico, con quel misto di candore e provocazione che alla fine strappa a tutti una risata liberatoria. Lo stesso sollievo – seppure in molti casi amaro – che prova lei nel poter affrontare argomenti tabù senza peli sulla lingua.
Noam, 38enne ebrea israeliana, ha lavorato per anni in organizzazioni impegnate nella riconciliazione e nella diplomazia, tra cui Interpeace, un ente fondato dall’Onu grazie al quale incontrava i coloni residenti nei territori palestinesi occupati. «Partecipavo a progetti che contrastano l’estremismo nella società israeliana. Spoiler: ho fallito -, scherza oggi nei suoi spettacoli -. Così, quando la direzione mi ha detto che avevo 30 giorni prima di chiudere il programma, in quell’ultimo mese ho potuto finalmente usare, durante le conferenze, tutte le battute che avevo scritto su argomenti sensibili, su ebrei e arabi, ebrei di origine europea e orientali… e ho notato come le persone ascoltassero in modo diverso».
Era il 2017. Oggi questa donna, nata a Gerusalemme da un padre la cui famiglia romena era sopravvissuta alla Shoah e da una madre proveniente dalla comunità ebraica dell’Iran, è una delle protagoniste più interessanti della stand-up comedy mediorientale. La sua storia è al centro del documentario Coexistence, My Ass!, vincitore del Premio speciale della giuria per la Libertà di espressione al Sundance Film Festival, in cui la regista libanese-canadese Amber Fares segue la nascita dell’omonimo show di Shuster Eliassi ma anche l’evoluzione dolorosa del suo percorso di fronte a una realtà che supera ogni satira. Girato nell’arco di cinque anni, tra il 2019 e il 2024, il film parte dall’Università di Harvard, dove Noam si trova per motivi di studio e dove decide di mettere in scena una stand-up dedicata al conflitto israelo-palestinese con l’idea di provocare l’uditorio con il sorriso. Ma, dopo il 7 ottobre 2023 e la conseguente distruzione della Striscia di Gaza, il registro del film cambia: le risate lasciano spazio alla disperazione, l’umorismo cede il passo alle domande inascoltate, e il palco diventa un luogo di testimonianza. Vediamo Noam piangere al funerale dell’attivista per la pace Vivian Silver, uccisa negli attacchi, poi la sua disperazione per la carneficina a Gaza, la vediamo lottare con il dolore, il senso di colpa e di impotenza, eppure restare ferma nella sua convinzione: la coesistenza non è uno slogan teorico da lasciare a qualche celebrità ma deve essere sinonimo di giustizia, uguaglianza, verità. Le sue battute sulla violenza, l’occupazione, il cinismo della politica vogliono essere «colpi» contro l’indifferenza e la complicità.
«Con la satira posso parlare a chi non vuole sentire», afferma la comica. «Posso salire sul palco davanti a un pubblico israeliano che ha votato per Netanyahu e il giorno dopo avere di fronte palestinesi che hanno perso tutto». Qualche anno fa, Shuster Eliassi è stata la prima ebrea invitata a un festival comico palestinese. «Mentre il presentatore mi annunciava – racconta – ho visto in prima fila due ragazzi dall’aria imbronciata che mi guardavano a braccia conserte, come a chiedersi: “Che cosa vorrà questa?”. Sono salita sul palco e per prima cosa ho detto a uno di loro: “Habibi (“tesoro” in arabo) rilassati: starò qui per sette minuti, non per settant’anni”. E la tensione nel pubblico si è subito allentata».
La peculiare sensibilità di Noam affonda le radici nella sua infanzia, trascorsa nel villaggio di Neve Shalom Wahat as-Salam, in cui dagli anni Settanta famiglie di origine ebraica e palestinese, ebree, musulmane e cristiane vivono insieme e mandano i loro figli nelle stesse scuole. La pionieristica esperienza, nata dall’intuizione profetica del domenicano Bruno Hussar, si è sviluppata e continua ancora oggi nella convinzione che la convivenza debba essere una scelta concreta, basata su relazioni reali. La comica è cresciuta dunque in un contesto bilingue e biculturale, “testimonial vivente” di una pace possibile nelle sue forme quotidiane, a partire dall’amicizia tra ragazzi con radici diverse. Ma anche – come sottolinea lei stessa – da una coscienza politica: fin da piccola sapeva che la festa celebrata il 14 maggio per ricordare la nascita dello Stato di Israele coincideva, per i suoi amici palestinesi, con la ricorrenza della “nakba”, la catastrofe dello sfollamento di 750 mila persone espulse al di fuori dei nuovi confini. Quell’infanzia condivisa le ha insegnato che la pace non è un’idea astratta e che parlare con un vicino, rispettarne la storia, ascoltarne la sofferenza, sono già atti radicali. E le ha donato una consapevolezza: convivere non è abbastanza se la struttura alla base della disparità rimane intatta. Così, nei suoi spettacoli, Noam parla della sua numerosa famiglia, ride di sua madre che, come da stereotipo delle “mamme ebree”, si intromette nella sua vita sentimentale, e dei tic degli israeliani di sinistra, ma poi allarga lo sguardo e va dritta alle contraddizioni dello scenario sociale e politico. Gli sketch puntano ad aprire gli occhi del pubblico e a chiamarne in causa la responsabilità. Ma sono anche un modo per lei stessa di reagire, di non restare in silenzio, lasciando alla disperazione l’ultima battuta.
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