Tutti in classe!
Coordinatrice di dodici scuole in Guinea-Bissau, suor Anna Marini è una missionaria dell’Immacolata impegnata nell’educazione e nell’inclusione. Da questo mese, ci accompagnerà per tutto il 2026 con la rubrica “Tabanca“
La passione per il mondo ce l’ha sempre avuta. E infatti si è laureata in Scienze politiche per la cooperazione, lo sviluppo e la pace all’Università Cattolica di Milano. Quella per la missione è maturata e ha preso forma un po’ alla volta. «Era come se mi mancasse qualcosa», riflette oggi suor Anna Marini, 37 anni, missionaria dell’Immacolata in Guinea-Bissau. Dove le sue due “vocazioni” sono diventate una cosa sola.
Originaria di Inzago (Mi), prima di emettere la professione perpetua aveva vissuto due anni in questo piccolo Paese dell’Africa occidentale, così caro al Pime e alle Missionarie dell’Immacolata. Paese che, dal 2020, è diventato casa anche per lei.
Testimone di fede e di speranza in mezzo a una delle popolazioni più povere al mondo, suor Anna ha investito se stessa in un ambito che da sempre le sue consorelle hanno ritenuto prioritario: quello dell’educazione. «Già nel 1987 – racconta -, grazie alla lungimirante idea di suor Gianna Rosolin, è stata inaugurata la prima scuola, a cui ne sono seguite moltre altre, realizzate anche dai padri del Pime». Nel 1993-1994, poi, l’allora vescovo di Bissau, il francescano Settimio Ferrazzetta, riesce a far riconoscere le scuole cattoliche in autogestione anche dallo Stato grazie a un “concordato”. Oggi, quelle sotto la responsabilità di suor Anna sono 12 e si trovano tutte nelle tabanca – come vengono chiamati i villaggi in Guinea-Bissau – di Bissorã e Mansoa. «Il modello è quello delle origini – spiega la religiosa -: si tratta di scuole in autogestione, che poggiano su tre pilastri: la missione cattolica, nel nostro caso le Missionarie dell’Immacolata, la comunità locale e il ministero dell’Educazione. Il modello in autogestione vede un forte coinvolgimento della popolazione a tutti i livelli. L’obiettivo è che possano diventare del tutto autonome anche dal punto di vista finanziario entro il 2030, oltre che ben gestite».
In questi anni sono stati fatti molti passi avanti. Innanzitutto le famiglie hanno compreso un po’ alla volta l’importanza dell’istruzione per i loro figli, bambine incluse. «Attualmente abbiamo quasi 4.600 alunni e la maggioranza sono femmine – fa notare suor Anna -. Sino a qualche anno fa era una cosa tutt’altro che scontata!». Ancora oggi, infatti, circa metà delle donne guineane sopra i 40 anni è analfabeta. Ma le cose stanno cambiando, grazie anche a questo servizio educativo fondamentale che le missionarie offrono al Paese. E i risultati si vedono. «Molti dei nostri ex alunni sono diventati docenti o hanno proseguito gli studi in ambito sanitario. Quelli che sono rimasti a lavorare con noi mostrano grande dedizione e svolgono un ruolo educativo fondamentale che va oltre l’insegnamento delle materie curricolari. Noi stesse cerchiamo di offrire continue occasioni formative per allargare gli orizzonti sia degli studenti che degli stessi insegnanti».
Suor Anna, infatti, promuove varie attività extracurricolari, giornate dedicate ai temi dell’ambiente, del clima e della biodiversità, o sulla violenza, in particolare quella domestica. Inoltre, organizza gite di istruzione, soprattutto nella capitale Bissau, che offrono ai bambini e ai ragazzini la possibilità di scoprire la storia del loro Paese e le figure di spicco che hanno contribuito alla sua indipendenza.
Una particolare attenzione è rivolta anche alla formazione degli insegnanti, sia attraverso le iniziative proposte dalla diocesi, sia con altri corsi che hanno lo scopo di potenziare le loro conoscenze e le capacità pedagogiche. «Il ruolo degli insegnanti è fondamentale ovunque. E qui più che altrove – dice suor Anna -. Spesso, infatti, rappresentano l’unico riferimento per lo studente che a volte ha un rapporto più stretto con l’insegnante che con il suo stesso padre. Tra di noi poi, a livello di coordinamento, si è instaurato uno spirito di collaborazione molto positivo e fruttuoso, che ha permesso di stabilire un clima di fiducia e di tessere bellissime relazioni». E anche di creare sempre qualcosa di nuovo e di particolarmente sfidante, come l’attenzione per le persone con disabilità. «È qualcosa che mi porto dentro da tutta la vita!», ammette suor Anna, che nel 2021 ha iniziato a inserire i primi bambini con problemi fisici e mentali nelle scuole. Non è stato facile e non lo è neppure oggi. «Mi sono sentita molto supportata dalle mie consorelle. Tutte erano concordi nel portare avanti questo impegno perché lo riteniamo un settore particolarmente importante su cui investire anche per cambiare la mentalità della gente». Attorno a questo tema, infatti, permangono ancora forti pregiudizi e paure. La disabilità, come pure la malattia, sono viste come una maledizione, un castigo divino, l’espiazione di un peccato. «Le tradizioni e le credenze culturali in questo senso sono ancora molto radicate, ma anche qui le cose stanno cambiando sia nelle famiglie e soprattutto tra i docenti che hanno fatto passi avanti da gigante», conferma la religiosa.
In questo percorso è stato fondamentale – e continua a esserlo – anche il sostegno di Fondazione Pime, che ha finanziato il progetto “Scuola inclusiva / Senza di me che scuola è”. E così oggi 41 bambini con disabilità sono stati inseriti nelle scuole di Bissorã e, dallo scorso settembre, anche in quelle di Mansoa. «Nel Paese non esistono insegnanti di sostegno specializzati e non ci sono scuole di formazione. Noi ne abbiamo preparati cinque che stanno facendo un lavoro straordinario. Inoltre, con il loro aiuto e con quello di altri insegnanti, continuiamo a fare una grande opera di sensibilizzazione nei villaggi affinché questi bambini non vengano marginalizzati, ma possano avere accesso all’istruzione ed essere riconosciuti e valorizzati per i loro talenti».
Ma se per gli adulti il tema è ancora un grande tabù, per i bambini tutto è più facile. A suor Anna si illuminano gli occhi quando lo racconta: «Alla fine dello scorso anno scolastico, in una delle nostre scuole hanno fatto fare l’alzabandiera a un bambino con disabilità, dopo che lo avevano preparato in segreto. Lui lo ha fatto in modo impeccabile e tutti gli altri lo hanno applaudito con grande calore. È stato un momento davvero commovente!». È così che questi bambini e questi insegnanti raccontano oggi una storia diversa: una storia di fatica, certo, ma anche di speranza. Una storia che parla di una prospettiva di futuro dentro un orizzonte che non esclude nessuno.
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