Torna l’incubo fame
Il conflitto in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno ridotto anche le esportazioni di fertilizzanti da cui dipende il 50% dell’agricoltura mondiale. Il Pam lancia l’allarme per livelli record di insicurezza alimentare
Simon Bol non sa quasi nulla della guerra in Medio Oriente, ma sa benissimo che il suo piccolo raccolto rischia di essere ancora più scarso dello scorso anno, perché non ci sono fertilizzanti o costano troppo. Tutto, del resto, costa troppo in questa regione centrale del Sud Sudan, dove i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 200%. In questi mesi, tra aprile e luglio, oltre 7 milioni e mezzo di persone (su una popolazione di 11,3 milioni) stanno affrontando livelli gravi di insicurezza alimentare. E a peggiorare la situazione, oltre ai conflitti interni, agli shock climatici e allo spostamento forzato di persone, ci si è messo pure lo stretto di Hormuz che Bol non sa neppure dove si trovi esattamente. Ma sa che lui e la sua famiglia stanno già soffrendo per la mancanza di cibo (cfr. p. 24).
Non sono i soli. L’escalation del conflitto in Medio Oriente e l’impatto della guerra in Iran hanno fatto riemergere in modo drammatico l’incubo fame, che il mondo ha già vissuto nel 2022 all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina. Lo scenario è inquietante e non riguarda solo Paesi vulnerabili come quelli dell’Africa subsahariana o nazioni asiatiche particolarmente dipendenti dalle importazioni, ma il mondo intero. Stati Uniti inclusi. Nel Paese più ricco del pianeta l’insicurezza alimentare è arrivata colpire nel 2024 quasi il 14% delle famiglie e ora rischia di aggravarsi ulteriormente.
«Circa 45 milioni di persone potrebbero essere spinte verso livelli di fame acuta quest’anno se il conflitto dovesse persistere», stima il Programma alimentare mondiale (Pam): 45 milioni che andrebbero ad aggiungersi ai 318 che attualmente già soffrono per l’insicurezza alimentare: «Si potrebbero raggiungere livelli visti l’ultima volta all’inizio della guerra in Ucraina» quando «la fame nel mondo ha raggiunto numeri record, colpendo 349 milioni di persone».
L’estendersi del conflitto in Medio Oriente e nel Golfo Persico e la prolungata chiusura dello stretto di Hormuz hanno infatti provocato un aumento non solo dei prezzi dell’energia e di conseguenza della produzione e del trasporto di qualsiasi merce – generi alimentari inclusi – ma anche quello di un prodotto fondamentale per l’agricoltura: i fertilizzanti. Circa metà di tutta la produzione mondiale di cibo è, infatti, legata all’utilizzo di concimi chimici che vengono prodotti principalmente a partire dal gas naturale liquefatto attraverso un processo di sintesi dell’ammoniaca. Attualmente circa il 35% delle esportazioni mondiali di urea transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Paesi come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Oman sono, insieme all’Iran, tra i maggiori fornitori di fertilizzanti azotati. L’attacco all’impianto di Raf Laffan in Qatar, lo scorso 18 marzo, ha ulteriormente aggravato la situazione a causa della drastica riduzione della produzione di gas naturale liquefatto, interrompendo anche le linee
della Qatar Fertiliser Company (Qafco), una delle principali imprese mondiali del settore, con sei impianti che producono 3,8 milioni di tonnellate di ammoniaca e 5,6 milioni di tonnellate di urea all’anno pari al 14% della produzione globale. Tutto ciò ha già provocato un notevole aumento dei prezzi dei fertilizzanti che sono passati in breve tempo da circa 450 dollari a tonnellata a oltre 800.
«Se questo conflitto dovesse continuare, le sue ripercussioni si propagheranno in tutto il mondo e le famiglie che già non possono permettersi il prossimo pasto saranno le più colpite – ha dichiarato il vicedirettore esecutivo e direttore operativo del Pam Carl Skau -. Senza un intervento umanitario adeguatamente finanziato, potrebbe rappresentare una catastrofe per milioni di persone già sull’orlo del baratro».
Le conseguenze sono già drammaticamente visibili anche a migliaia di chilometri di distanza dal Medio Oriente. Secondo il Pam, i Paesi dell’Africa subsahariana e dell’Asia sono i più vulnerabili anche a causa della dipendenza dalle importazioni di cibo e carburante. Le proiezioni indicano un aumento del 21% delle persone in condizioni di insicurezza alimentare in Africa occidentale e centrale e del 24% in Asia.
Tra i più a rischio si trova inevitabilmente il Sudan, dove si sommano gli effetti nefasti della guerra, della carestia e di una grave crisi umanitaria, che potrebbe peggiorare ulteriormente visto che il Paese importa circa l’80% del grano di cui ha bisogno: «Un aumento del prezzo di questo alimento di base – fa notare il Pam – spingerà un numero ancora maggiore di famiglie verso la fame». Lo stesso vale per la Somalia, che ha conosciuto una simile situazione di crisi alimentare all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina e che attualmente è colpita da una pesante siccità. «Il prezzo di alcuni beni essenziali è aumentato di almeno il 20% dall’inizio del conflitto», sostiene il Pam sulla base di fonti locali: «Entrambi sono Paesi con alti livelli di insicurezza alimentare che hanno anche subito carestie negli ultimi anni».
In Asia, sono l’India e lo Sri Lanka i Paesi più a rischio, a causa della forte dipendenza da fertilizzanti, gas e carburanti importati per l’agricoltura. L’India, in particolare, è il secondo consumatore mondiale di fertilizzanti dopo la Cina, con oltre 60 milioni di tonnellate all’anno, di cui 25-40 milioni di urea, la cui produzione dipende dalle importazioni di gas naturale. Nel biennio 2023-2024, il Paese ha speso il corrispondente di 22 miliardi di dollari in sussidi per i fertilizzanti. Gli agricoltori sono in allarme in vista della semina di riso e cotone che comincia tra giugno e luglio.
Anche in Sri Lanka la crisi dei fertilizzanti sta già mettendo in ginocchio il settore agricolo. A lanciare l’allarme è stato il presidente dell’Unione nazionale degli agricoltori, Anuradha Tennakoon, che all’agenzia AsiaNews prospetta ripercussioni negative sui raccolti, compresi quelli del riso, col rischio di una grave carenza alimentare, come già successo meno di cinque anni fa. «Per la coltivazione del riso in questa stagione sono necessarie circa 130 mila tonnellate di fertilizzanti, ma attualmente nel Paese ne sono disponibili solo 60 mila». Secondo Tennakoon «il governo ha importato fertilizzanti a un prezzo superiore a quello di mercato, anche a causa di frodi e di attività mafiose nel settore, pari a circa 400 dollari a tonnellata, sebbene qualche tempo fa fosse possibile procurarseli dalla Russia a 200 dollari».
Proprio su questi prodotti oggi la Russia sta giocando una partita a suo favore, che riguarda da vicino pure l’Europa. Il Paese, infatti,
esporta il 23% dell’ammoniaca mondiale e il 14% dell’urea e, insieme alla Bielorussia, il 40% dei derivati dal potassio. Mentre l’Europa continua non solo a importare fertilizzanti, ma a farlo in modo importante proprio dalla Russia: solo nel 2025, infatti, ha acquistato da Mosca il 22% del suo fabbisogno.
Secondo Caitlin Welsh, direttrice del Programma globale per la sicurezza alimentare e idrica presso il Center for Strategic and International Studies di Washington, «a fronte delle interruzioni delle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz, gli ordini dalla Russia, secondo esportatore mondiale di fertilizzanti, sono in aumento, anche da parte di alcuni Paesi africani. Tale dinamica rafforza gli sforzi di Mosca di utilizzare le esportazioni di cibo e fertilizzanti per esercitare un’influenza politica, scoraggiando gli importatori dal condannarla nella guerra in corso in Ucraina».
Queste situazioni mettono in evidenza, per l’ennesima volta, come il mercato dell’energia, quello del cibo e le dinamiche geopolitiche mondiali siano strettamente collegati. L’allargamento dei conflitti, infatti, ha fatto alzare i costi energetici, provocando un aumento dei prezzi di tutti i prodotti e di conseguenza dell’inflazione globale, mentre la scarsità di fertilizzanti minaccia la produzione di generi alimentari e l’accesso al cibo per miliardi di persone in tutto il mondo, con il rischio di generare ulteriori situazioni di instabilità e di conflitto.
In Medio Oriente, dove tutti questi fattori sembrano oggi confluire nel modo più devastante e nefasto possibile, le condizioni di vita della gente non fanno che peggiorare. In Libano, gli sfollamenti di massa della popolazione in seguito ai bombardamenti israeliani stanno aggravando una crisi economica già pesante, aumentando drammaticamente i bisogni della popolazione, mentre in Iran «l’elevata inflazione sui prodotti alimentari lascia alle famiglie una scarsa capacità di assorbire nuovi shock». Quanto alla Striscia di Gaza, praticamente tutta la popolazione si trova in una situazione di grave insicurezza alimentare.
Ciascuno, però, sembra guardare al suo cortile di casa, come se questa ennesima crisi planetaria non ci mettesse di fronte, una volta di più, al fatto che viviamo in un mondo sempre più interdipendente e interconnesso. Nel bene e – sempre più spesso – anche nel male.

