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Libano, educare tra due fuochi

La scuola delle suore di Santa Giovanna Antida sorge nella periferia sud di Beirut, roccaforte della milizia libanese sciita più volte bombardata da Israele: «Tra emergenze umanitarie e tensioni confessionali, formiamo i ragazzi alla convivenza»

Quando suor Wafaa apre discretamente la porta dell’aula di prima elementare, i piccoli allievi restano seduti composti ai loro banchi con i libri di aritmetica aperti alla pagina delle addizioni. La visita della giornalista straniera, tuttavia, provoca un leggero mormorio e sorrisi incuriositi. Tra i bimbi che alzano la mano per presentarsi c’è un ricciolino timido: si chiama Ali, come il veneratissimo imam dell’islam sciita, ma il suo secondo nome è Charbel, in onore del santo cristiano maronita considerato patrono del Libano.

«Il piccolo Ali Charbel rappresenta alla perfezione la realtà quotidiana della nostra scuola!», commenta sorridendo suor Wafaa Rached, che dirige l’istituto gestito dalle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida nel distretto di Baabda, alla periferia di Beirut. Qui i settecento studenti tra i tre e i diciassette anni sono per metà cristiani e per metà musulmani sciiti, e in questa scuola speciale imparano a conoscersi a vicenda in un contesto difficile, dove a volte le tensioni inficiano i rapporti tra le diverse comunità.

Siamo nel cuore della Dahiyeh, il sobborgo meridionale della capitale libanese tristemente noto per essere periodicamente al centro degli attacchi di Israele. Quest’area a maggioranza sciita, infatti, è la roccaforte in città delle milizie di Hezbollah, il “Partito di Dio” dall’agenda fondamentalista considerato da Tel Aviv una minaccia vitale. «Quando nel settembre del 2024 un bombardamento uccise il leader Hassan Nasrallah, proprio laggiù – racconta suor Wafaa indicando un punto del quartiere adiacente visibile dalla finestra del corridoio – il frastuono fu così terrificante da lasciarci traumatizzate». Mentre racconta, la religiosa ha ancora le lacrime agli occhi.

E sì che, purtroppo, di raid le suore qui ne hanno vissuti tanti, nel passato e anche in tempi recenti, viste le resistenze da parte di Hezbollah a consegnare le proprie armi nelle mani dell’esercito libanese, come preteso da Israele (oggi, per il governo di Beirut, il disarmo sarebbe stato completato).

E, ogni volta, la sfida della scuola è essere al fianco degli allievi e delle loro famiglie, con gli strumenti e la sensibilità giusti: «Nelle settimane di attacchi più intensi, quando abbiamo dovuto sospendere le lezioni per ragioni di sicurezza, abbiamo saputo che molti dei nostri studenti musulmani avevano dovuto lasciare i quartieri a rischio e che in alcuni casi le loro case erano state distrutte – racconta suor Rached (nella foto), originaria di un villaggio sul Monte Libano -, così abbiamo messo in piedi una commissione d’emergenza per fornire loro settimanalmente pacchi alimentari e aiuti materiali. Quando poi abbiamo riaperto la scuola, alcune di queste famiglie in un primo momento si sono sentite discriminate, perché essendo ancora sfollate non erano in condizione di mandare di nuovo i figli in classe, ma di fronte alla solidarietà con cui siamo venute loro incontro, per esempio acquistando di nuovo tutti i testi scolastici, il risentimento è stato spazzato via. Ricordo un genitore, un cristiano, che in quell’occasione ha voluto fare una donazione anonima per i bisogni di chi era stato più colpito: abbiamo usato il denaro per comperare medicine».

Tessere legami di fiducia, d’altra parte, è uno degli obiettivi trasversali anche a tutte le attività didattiche ordinarie, in tempo di pace, di questa struttura fondata 57 anni fa da una congregazione religiosa che ha proprio l’educazione, a fianco del servizio ai bisognosi, al centro del suo impegno in più di trenta Paesi del mondo. A Baabda, dove il contesto è particolarmente complicato, la vocazione a non lasciare indietro nessuno si traduce anche nei programmi di inclusione e supporto ai ragazzi con difficoltà di apprendimento e nell’attenzione alle situazioni personali degli allievi con l’aiuto di psicologi e assistenti sociali.

«Dal punto di vista pedagogico – spiega la direttrice – l’asse portante del nostro impegno è l’educabilità di tutti gli studenti: ogni bambino ha diritto a imparare secondo il proprio ritmo e il potenziale che ha. In secondo luogo puntiamo sulla qualità e l’integralità della formazione, dal punto di vista accademico ma anche sociale, psicologico e pedagogico: tanti tasselli diversi con l’obiettivo di fare di ogni ragazzo una persona sempre più a immagine di Dio e un cittadino in grado di offrire il proprio contributo là dove sarà chiamato».

Suor Wafaa scende le scale ad anfiteatro fino a imboccare la porta che dà sul vasto cortile interno: fuori, oltre agli spazi in cui un gruppo di ragazzi sta facendo esercizi di atletica, lo stabile è circondato da un orto. Qui le suore coltivano frutta e verdura ma si organizzano anche alcune attività insieme ai bambini, come l’annuale raccolta delle olive. «Il rapporto consapevole con il creato – spiega la direttrice – è alla base della formazione all’ecologia, che coniughiamo al tema chiave della cittadinanza universale. Perché noi siamo sì libanesi, cristiani o musulmani, ma siamo anche persone legate a tutte le altre in virtù della nostra umanità». Ma come si coniugano, nella pratica, la formazione religiosa e l’apertura alla pluralità?

«Mentre gli allievi cristiani seguono le lezioni di catechesi, quelli mu­sulmani hanno corsi in parallelo in cui parliamo dei valori umani che corrispondono a quelli evangelici, come la pace, l’accettazione dell’altro, la giustizia, la carità intesa anche come aiuto sociale. Valori che sono al centro del carisma delle Suore della Carità, le quali operano al servizio di tutti gli uomini e le donne, non solo di chi appartiene a una determinata confessione o ha la pelle di un certo colore». In tutti i gesti quotidiani, soprattutto, «viviamo e insegniamo a vivere la differenza come una ricchezza che ci completa».

Un concetto che emerge senza parole, dunque, ma anche approfondito esplicitamente, come racconta suor Michelle El Hajj, responsabile del ciclo scolastico secondario: «In collaborazione con la fondazione Adiyan, che lavora sull’incontro tra comunità diverse, i nostri ragazzi partecipano a sessioni dedicate in cui cristiani e musulmani hanno modo di conoscersi a vicenda più in profondità e di camminare insieme. L’obiet­tivo è fare sperimentare che l’altro non rappresenta una minaccia: un messaggio che spesso i nostri giovani assorbono dall’ambiente che li circonda, a volte anche in famiglia».

Un programma nato proprio per allontanare gli allievi dal fanatismo è Future Lab: «Si tratta di sessioni para scolastiche – spiega suor Michelle – in cui gli adolescenti hanno la possibilità di esprimersi liberamente e di porre domande su tematiche che influenzano la loro quotidianità, comprese la politica e la religione». Ci sono poi gli incontri del ciclo “Cultura e vita”, «in cui gli allievi scoprono temi non toccati dal curriculum scolastico, dalla gestione del tempo alla salute psichica», le attività espressive come canto, teatro, arte, e l’orientamento professionale per gli studenti del grado secondario: «Organizziamo stage e visite in contesti lavorativi dove possano testare le loro attitudini e capacità». E i risultati si vedono, se è vero che molti ex studenti della scuola oggi ricoprono posizioni importanti nella società libanese.

Continuare a offrire questo contributo educativo, tuttavia, di questi tempi rappresenta una grande sfida, spiega la direttrice: «In passato le rette pagate dalle famiglie della classe media ci aiutavano a coprire i costi anche dei nuclei più bisognosi – racconta suor Wafaa -. Oggi, però, alla crisi generale vissuta dai libanesi, qui si aggiungono gli effetti dell’indebolimento di Hezbollah, che tradizionalmente garantiva un sostegno economico a molti sciiti. Il risultato è che ora sono ben pochi i genitori che riescono a pagare». Ulteriore riprova dell’urgenza, per il governo, di venire incontro ai bisogni dei suoi cittadini, superando i confessionalismi e i clientelismi. «Noi – assicura suor Wafaa – siamo pronte a fare la nostra parte».

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