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La kora di Leopoldo

Padre Leopoldo Pastori ha lasciato un segno profondo in tutti coloro che lo hanno conosciuto e che, in Italia come in Guinea-Bissau, lo considerano un santo

Molti che l’hanno conosciuto lo pensano un santo. Soprattutto in Guinea-Bissau, dove padre Leopoldo Pastori è rimasto una decina d’anni, in tempi e luoghi diversi. Leopoldo amava soprattutto due cose: la preghiera e la missione con i poveri. Nel 1990, prima di ripartire per la Guinea-Bissau e dopo 40 giorni di deserto, assunse l’impegno, a cui rimase sempre fedele, di pregare cinque ore al giorno.

Non solo, però: la sua breve e travagliata vita missionaria gli ha lasciato un marchio profondo di santità. Ha vissuto con una fede lucida e profonda la sua devastante malattia e il senso di inutilità dei suoi sforzi. Gli anni in Guinea-Bissau gli hanno fatto comprendere il vuoto lasciato dall’impresa coloniale. Ha voluto ripartire dalle cose piccole, fragili e nascoste, perché credeva fermamente che è così che si manifesta la grazia di Gesù.

Ora conosciamo Leopoldo anche grazie alle testimonianze e agli scritti su di lui, alle sue stesse lettere e registrazioni, al suo testamento e al diario spirituale. Quest’ultimo è un testo notevole, che esperti di teologia spirituale considerano paragonabile agli scritti di santa Teresa di Gesù Bambino e di santa Elisabetta della Trinità.

Molto di quello che è stato gli viene dalle sue radici. Leopoldo nasce a Lodi il 9 febbraio del 1939 in una famiglia modesta. Papà Annibale, operaio, muore di appendicite durante la guerra a 40 anni, quando lui ne aveva solo cinque. Pochi anni dopo, nel 1948, anche la sorella maggiore Elena muore a 19 anni, a causa di una malattia contratta nella fabbrica malsana dove lavorava. Le due tragedie sconvolgono la famiglia e hanno conseguenze irrimediabili per la vita di Leopoldo. La madre Francesca, una presenza fondamentale, la sua vera guida spirituale, si vede costretta ad affidarlo all’orfanotrofio di Lodi. Una scelta drammatica, ma che avrà un impatto positivo sulla sua vita. Quelli infatti sono 12 anni di serenità e persino di allegria, in cui Leopoldo impara a vivere con gli altri, a studiare e lavorare, suonare e giocare a calcio.

A 17 anni, esprime il desiderio di donare la sua vita alla missione e nell’ottobre 1957 entra nel seminario del Pime di Vigarolo. Leopoldo ha 30 anni quando il 28 giugno 1969 viene ordinato presbitero e chiamato a guidare il seminario minore di Sotto il Monte.

Chiede spesso di poter partire e nel 1974 viene destinato alla Guinea-Bissau. In una lettera al superiore accenna, per la prima volta, al tema della sua salute, ammettendo di avere il virus dell’epatite, per quanto “silenzioso”. Si dedica al lavoro missionario con grande generosità, stando sempre con la gente, i bambini e i poveri. Ma la malattia lo affligge: il fegato è infetto e Leopoldo è costretto a ritirarsi a Dakar, in Senegal, dove vive in isolamento lontano da tutti. Sono mesi di grande dolore nei quali scrive lettere drammatiche.

I superiori lo richiamano in Italia perché la sua vita è in pericolo. Trascorre più d’un anno nella casa del Pime di Genova, rispettando esattamente quello che i medici gli avevano prescritto: voleva guarire a tutti i costi per tornare in missione. Viene quindi destinato al seminario di Monza. I dodici anni in Italia, però, rappresentano per Leopoldo una sorta di esilio. La sua patria del cuore era ormai la Guinea-Bissau. In quegli anni chiede a tutti i monasteri di clausura che conosce di pregare per il suo ritorno in missione. I superiori sembrano rassicurati sul suo stato di salute e nel Congressino del 1990, a 51 anni, riceve per la seconda volta il Crocifisso dei missionari partenti. Questa è una grande eredità che ci ha lasciato: i missionari vanno in missione e ci ritornano, anche a costo di sacrifici.

Rimane in Guinea-Bissau altri cinque anni e mezzo. Sono i suoi anni migliori che concludono una vita totalmente donata: «Voglio essere missionario-monaco, che nella preghiera e carità testimoni la tenerezza di Dio, la compassione di Gesù. Vivrò intensamente ogni momento per l’evangelizzazione della Guinea», scrive. Finalmente riesce a realizzare, insieme al compagno padre Mario Faccioli, il progetto di una casa di spiritualità nel villaggio di ‘Ndame, a circa tre chilometri dalla capitale Bissau. Ancora oggi è il luogo che meglio lo ricorda. 

Nel luglio del 1995, a meno di un anno dalla sua morte, Leopoldo offre una meravigliosa sintesi della sua vita missionaria: «Faccio l’infermiere: oggi ho curato dodici bambini da uno a dieci anni, con febbre alta, vomito e diarrea, per la malaria. Faccio l’idraulico: porto l’acqua nei villaggi, preziosissima più dell’oro. Faccio il geometra costruttore: si sta finendo la costruzione della terza parte della piccola scuola di ‘Ndame: ospiterà i corsi di cucito e ricamo per le donne e ragazze. Faccio l’ortolano: producendo un po’ di frutta e verdura i miei balanta arricchiscono la loro poverissima alimentazione. Faccio l’ostetrico: le donne balanta sono forti e coraggiose. Da sole, nel bosco o nelle capanne, sulla nuda terra, danno alla luce i loro figli. Mi avvisano perché vada a pregare, a portare aiuto e dare il nome al bambino. Soprattutto continuo a fare il missionario: quanta misericordia Dio semina nel mondo! Nei ritiri settimanali quante persone ritrovano la pace del cuore perché si sentono amate e perdonate da Dio! Nei villaggi di ‘Ndame ogni capanna è luogo in cui Dio rivela la sua misericordia infinita».

Se n’è andato il 26 maggio ‘96, giorno di  Pentecoste, a 57 anni. 

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