Malaysia, la tigre al bivio
Un Paese in forte crescita economica, che ama rappresentarsi come un microcosmo dell’Asia intera per le sue diverse religioni ed etnie. Un’eredità del periodo coloniale alla prova dei fondamentalismi di oggi
“Malaysia, truly Asia”, la “vera Asia”. Era nato come un fortunato slogan di promozione turistica alla fine degli anni Novanta: un modo efficace per raccontare un Paese dove malay musulmani, indiani e cinesi vivono insieme in armonia. E dove una metropoli dinamica e modernissima come Kuala Lumpur può stare insieme all’altra Malaysia: quella delle foreste del Borneo, con i suoi popoli nativi e il suo patrimonio di biodiversità. In una realtà di appena 34 milioni di abitanti – era il senso della frase – si possono incontrare tutti i volti più autentici del continente. Lo slogan si è rivelato efficace: nel 2025 la Malaysia è stato il Paese del Sud-est asiatico con più visitatori stranieri (cinesi in primis), sorpassando anche la Thailandia.
Ma osservandola da Kuala Lumpur la “vera Asia” oggi è anche altro: un Paese che come altre parti del grande continente si trova di fronte al bivio del rapporto tra le sue diverse identità. Da un punto di vista religioso in Malaysia i musulmani sono storicamente circa i due terzi della popolazione. L’islam è religione di Stato, ma in un contesto in cui anche alle altre comunità sono garantiti spazi importanti. Del resto i buddhisti, discendenti degli immigrati cinesi del Guandong che furono motore dello sviluppo delle miniere di stagno, sono oltre il 18% degli abitanti. E gli indù – in maggioranza tamil, portati qui dagli inglesi per lavorare nelle piantagioni e nei cantieri – sono il 6%. E poi ci sono i cristiani, che tutti insieme costituiscono il 9% dei malaysiani: comunità frutto dell’annuncio del Vangelo tra i migranti cinesi e indiani; ma anche della crescita delle Chiese nelle aree del Borneo, tra le popolazioni tribali del Sabah e del Sarawakh, dove in alcune zone addirittura la metà della popolazione ha accolto Gesù.
Anche dopo la fine del dominio coloniale britannico avvenuta nel 1957, la salvaguardia dell’armonia tra le diverse comunità religiose è rimasto un imperativo a Kuala Lumpur: il motto nazionale è “Bersekutu Bertambah Mutu” (“L’unità è forza”). La stessa moderna Moschea nazionale – inaugurata nel 1963 e sovrastata da un tetto a forma di ombrello anziché da una cupola, immagine di un
islam cresciuto nella cultura locale – vuole esprimere quest’idea di
apertura. In un quadro dove, però, i rapporti di forza devono rimanere gli stessi, con i malay musulmani come gruppo dominante.
«È un tema delicato», commenta padre Ryan Innas Muthu, rettore del College General di Penang, lo storico “seminario dei martiri” che ha formato generazioni di missionari per tutto il Sud-est asiatico. Decine di loro hanno dato la propria vita per il Vangelo nelle persecuzioni, soprattutto in Vietnam. Oggi conta 27 seminaristi, tutti provenienti dalle nove diocesi del Paese. «In Malaysia si respira un clima di apertura: noi cristiani possiamo costruire chiese o organizzare processioni nelle strade – racconta il rettore -. Ma esiste comunque un controllo: non sono ammessi missionari dall’estero. Le stesse scuole cristiane, che hanno una grande tradizione nell’istruzione di qualità offerta a tutti, oggi per mantenere i contributi pubblici devono avere anche personale malay».
Nel 2025, la Malaysia ha vissuto con grande enfasi la presidenza di turno dell’Asean, l’organismo che riunisce i Paesi del Sud-est asiatico. Il suo premier Anwar Ibrahim ha cercato di ritagliarsi un ruolo anche sulla scena politica internazionale. Ma il suo governo, frutto delle elezioni del 2022, si regge su equilibri fragili, in uno scenario inedito per un Paese che dalla sua indipendenza era stato governato per 60 anni dallo stesso partito. La crisi delle forze politiche tradizionali è accompagnata dall’ascesa del Pas, il partito islamista che governa oggi in 4 dei 13 Stati della federazione. E proprio questa nuova sfida sta rilanciando la riflessione sullo stare insieme tra le diverse anime del Paese. E su quanto la torta della ricchezza crescente vada davvero a beneficio di tutti.
Perché la Malaysia oggi è una nazione che dal punto di vista economico corre: gli ultimi dati relativi al 2025 parlano di una crescita al 4,9%, superiore alle stesse previsioni del suo governo (nonostante la battaglia globale sui dazi e le incertezze del quadro internazionale). Il simbolo più noto di Kuala Lumpur sono le Petronas Tower, le torri gemelle che per alcuni anni sono stati gli edifici più alti del mondo. Ospitano il cuore dell’azienda petrolifera nazionale, che può vantare il ranking di terzo produttore mondiale di gas naturale liquido e circa 660 mila barili di petrolio estratti al giorno, principalmente da piattaforme
off-shore. Senza dimenticare l’altro olio, quello di palma, di cui la Malaysia è il secondo produttore globale dietro all’Indonesia, o i nuovi settori economici come l’industria dell’hi-tech.
L’ultima frontiera sono i data-center, gli imponenti magazzini digitali delle informazioni di cui si nutre l’intelligenza artificiale, per i quali la regione di Johor si è candidata a diventare un grande hub, pur dovendo fare i conti con il problema dell’enorme quantità di acqua richiesta per i sistemi di raffreddamento.
Nel dinamismo di Kuala Lumpur le stesse Petronas Tower oggi sono state superate dal Merdeka 118, un nuovo grattacielo alto oltre 678 metri, che prende il nome dalla piazza dell’Indipendenza, il vecchio campo da cricket degli inglesi divenuto il luogo dell’unità nazionale. Ultimato nel 2023, l’edificio ospita residenze di lusso, hotel, spazi commerciali. Come le innumerevoli altre torri che stanno spuntando ovunque nel centro della capitale, sovrastando moschee, templi e chiese costruiti non poi così tanti anni fa, dal momento che fino al 1857 l’odierna metropoli era ancora tutta giungla.
È una corsa in cui non tutti sono alla pari: «Chi lavora in Malaysia ha una vita dignitosa – commenta ancora padre Ryan -. E il governo è più sensibile oggi nell’aiuto ai più poveri. Ma un gruppo resta favorito sugli altri. Lo vedi persino quando compri casa: se non sei malay il prezzo sale…». Non è solo una questione di rapporti religiosi: anche i “nuovi arrivati” restano indietro. Un esempio sono i rohingya, anche loro musulmani, approdati fino a Kuala Lumpur nella loro fuga dal Myanmar e dai campi profughi in Bangladesh. Esattamente come in molte società dell’Occidente con i migranti asiatici, anche in Malaysia nei loro confronti l’ostilità è crescente. Sono circa 124 mila quelli attualmente registrati; ma le pressioni per la loro espulsione diventano sempre più forti.
In questo contesto, come si pone la comunità cristiana? «Viviamo la nostra missione coltivando relazioni di amicizia con tutti», racconta monsignor Simon Poh, arcivescovo di Kuching e presidente della Conferenza episcopale della Malaysia. Lui stesso nel Sarawak ha dovuto fare i conti con le attenzioni dei fondamentalisti per un caso di presunta apostasia finito davanti alle corti islamiche. Ma ha risposto curando ancora di più i rapporti tra le diverse comunità. «Questo modo di fare aiuta la nostra società, fa incontrare tra loro le persone di buona volontà. È la regola numero uno. Così, lentamente, possiamo riuscire a far crescere il rispetto, la fiducia. E anche a fare tante cose. Entriamo in dialogo e accogliamo la cultura dell’altro, costruendo a partire da qui. E i frutti li stiamo raccogliendo».
Lo si vede dalla vivacità delle comunità cattoliche locali. «Il nostro ruolo è costruire ponti – aggiunge padre Clarence Devadass, sacerdote della diocesi di Kuala Lumpur e voce tra le più rappresentative sul cammino sinodale in Asia -. Per questo l’impegno interreligioso è un
aspetto importante della nostra missione in Malaysia. Fa parte dell’evangelizzazione che non può focalizzarsi sul convertire gli altri: non è un’opera umana, ma una dimensione che appartiene a Dio. Noi gettiamo semi, lavorando insieme a chiunque. È quanto ci chiede il Vangelo: essere sale della terra e luce del mondo. Per provare a rendere la Malaysia un posto migliore».
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