Mazzucconi, un dono che parla ancora
Nasceva a lecco duecento anni fa uno dei primi missionari dell’istituto, ucciso nel 1855 in Oceania a soli 29 anni. Un giovane dalla spiritualità e dallo sguardo sul mondo tuttora attualissimi. E proprio a Lecco cominceranno le celebrazioni il 2 marzo con l’arcivescovo di Milano Mario Delpini
Il Pime celebra in questo mese un anniversario importante per la sua storia: duecento anni fa - il 1° marzo 1826 – nasceva infatti a Rancio di Lecco il beato Giovanni Battista Mazzucconi, il primo martire dell’Istituto, ucciso il 7 settembre 1855 a soli 29 anni sull’isola di Woodlark, nell’attuale Papua Nuova Guinea, in quella che fu la prima missione affidata all’allora Seminario Lombardo per le Missioni Estere, fondato da monsignor Angelo Ramazzotti cinque anni prima.
Fare memoria di Mazzucconi per il Pime significa tornare alle origini del proprio carisma, ma è anche un modo per riscoprire l’attualità di questo missionario, figlio del suo tempo ma insieme anche precursore di intuizioni particolarmente vicine al contesto di oggi.
La storia di Giovanni Battista Mazzucconi è quella di un giovane cresciuto in una famiglia numerosa lombarda della prima metà dell’Ottocento, dove fede, operosità e amore per il prossimo si richiamavano a vicenda. Entrato a 14 anni nel seminario minore di Seveso, il piccolo Giovanni cresce nella Milano dei fermenti risorgimentali. Ma allo stesso tempo apre il cuore al mondo: quando nelle vacanze estive del 1845, insieme all’amico Carlo Salerio e altri due compagni, si reca in vista alla Certosa di Pavia e ascolta i racconti di padre Taddeo Supriès – che prima di diventare Certosino era stato missionario in India – capisce che quella sarebbe stata la sua vocazione. Cinque anni dopo saranno lui e Salerio, appena ordinati sacerdoti, a diventare i primi due missionari dell’Istituto.
Mazzucconi era un uomo dalla profonda spiritualità: ha lasciato meditazioni e poesie molto belle dedicate alle solennità dell’anno liturgico. A lui si deve anche la preghiera che i missionari del Pime tuttora recitano ricevendo il crocifisso per la loro prima destinazione. Ma era anche un uomo molto attento pure alla concretezza della vita delle persone. Per esempio: aveva uno sguardo di pace fuori dal comune per quegli anni. A un amico che nel giugno 1848 gli chiedeva come mai – a differenza dei suoi compagni di seminario – non si fosse arruolato anche lui nel battaglione degli studenti che avrebbero preso parte alla prima Guerra di indipendenza, scriveva: «Se vengono giorni infelici in cui è una necessità il dar la morte all’uomo: nessuna di quelle armi sarà contaminata? Nessun cuore sarà omicida?».
A riassumere con particolare efficacia i tratti della sua missionarietà è stato il cardinale Carlo Maria Martini, che da arcivescovo di Milano volle che la sua beatificazione nel 1984 fosse un richiamo per tutta la Chiesa ambrosiana. «Mazzucconi è esempio di radicalità evangelica – scriveva di lui Martini -, si era lasciato possedere totalmente da Cristo, tutta la sua breve vita è ritmata dalla gioia di donarsi in una missione dura e difficile. Gli piace stare con la gente, coltivare amicizia; il lavoro apostolico è intervallato da prolungate soste per la preghiera, che raggiunge i livelli della contemplazione. Penso che i giovani – concludeva l’arcivescovo – possano essere particolarmente affascinati da una vocazione e da una vita missionaria come quelle di Giovanni Mazzucconi».
Scorrendo i suoi scritti che già nel 1857 – appena due anni dopo la sua uccisione a Woodlark – l’allora Seminario Lombardo per le Missioni Estere per mano del suo ex compagno padre Giacomo Scurati sentì il bisogno di pubblicare, colpisce in modo particolare un pensiero che Mazzucconi scrisse nel 1852, alla vigilia della sua partenza. Parole particolarmente profetiche, per il loro sguardo pieno di speranza sull’azione di Dio anche nei momenti in cui la storia sembrerebbe andare in direzione opposta.
«Il mondo – scriveva questo missionario allora ventisettenne – con ragione si lamenta che nel nostro secolo gli uomini cercano solo il proprio interesse, che non curano se non il vantaggio loro individuale: ebbene importa dunque molto, o giovani, poter dimostrare che la religione di Gesù Cristo seppe essa sola introdurre una grande eccezione in questa regola divenuta generale; e l’opera della Propagazione della Fede è certamente un fatto ammirabile nel secolo in cui tanto domina l’interesse privato. È un avvenimento consolante, è una prova che i figli di Dio non mancano mai sulla terra, che i buoni sono numerosi più che il mondo non pensa».
Tutto questo trovò il compimento nei tre anni difficilissimi vissuti nelle isole della Melanesia, l’estrema periferia del mondo di allora, raggiunte dopo un viaggio durato mesi. Una missione apparentemente fallimentare, falcidiata dalla malaria e da mille difficoltà nel rapporto con le popolazioni locali. Ma segnata da un amore più grande delle stesse barriere che avrebbero presto reso impossibile la continuazione della presenza dei missionari. «Dacché ho conosciuto questi miei figli – scriveva Mazzucconi – non ho mai potuto fare una preghiera per me, senza pregare anche per essi, ma ho bisogno di chi mi aiuti a pregare».
Gravemente indebolito dalla malattia, nel gennaio 1855 fu caricato da Salerio e dagli altri compagni sulla nave giunta con i rifornimenti, affinché tornasse a Sydney per curarsi. Là effettivamente si riprenderà; ma sette mesi dopo salperà per tornare a Woodlark senza sapere che la situazione era precipitata e i suoi confratelli avevano abbandonato l’isola. Verrà così colpito a morte, nell’assalto alla goletta, incagliatasi nella baia.
«Non so che cosa il Signore mi prepari nel viaggio che incomincio domani – aveva scritto prima di quell’ultima partenza verso l’isola della sua missione -. So una cosa sola, so che Egli è buono e mi ama immensamente; tutto il resto, la calma e la tempesta, il pericolo e la sicurezza, la vita e la morte non sono che espressioni mutabili e momentanee del caro amore, immutabile, eterno».
Il legame speciale con Lecco
Cominceranno a Rancio di Lecco – nella casa del Pime e nella parrocchia di Santa Maria Assunta – le celebrazioni per i duecento anni della nascita del beato Giovanni Battista Mazzucconi. Cominceranno, cioè, là dove il missionario martire in Oceania è nato e dove vi si conserva una memoria feconda. Il primo appuntamento, che quasi coincide con la sua data di nascita (1 marzo 1826) si terrà infatti in questo quartiere di Lecco dove si era trasferita la famiglia. Qui, nella casa che ospita i missionari anziani, il 2 marzo avrà luogo una speciale celebrazione alla presenza dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che incontrerà i padri e le missionarie dell’Immacolata che vi risiedono e condividerà con loro la cena. Quindi si recherà nella vicina parrocchia di Santa Maria Assunta, dove celebrerà la Messa per la comunità.
Originari del Piemonte, i Mazzucconi si erano trasferiti qui, prima a Laorca e poi a Rancio, lungo il fiume Gerenzone, dove stavano nascendo molte piccole industrie, tra cui la loro, una delle prime fabbriche tessili del Lecchese. Il padre Giacomo aveva sposato nel 1808 Anna Maria Scuri da cui ebbe 12 figli. «Caritatevoli come vuole il Vangelo, che hanno due vesti e ne danno una a chi non ne ha». Così vengono descritti da una cronaca del tempo. La famiglia, infatti, era ricca, ma anche molto generosa e caritatevole, «con senso di giustizia accompagnato da misericordia». Uno dei fratelli, Domenico – che portò avanti l’impresa del padre – realizzò a sue spese anche molte opere per la chiesa, come la nuova parrocchia, l’oratorio, il collegio cattolico con annessa chiesa (quello che fu di San Giuseppe di Rancio delle suore di Maria Bambina proprio di fronte alla casa natale). «Una famiglia di santi», la descrive il primo biografo di Mazzucconi, Giacomo Scurati, che li conosceva bene.
Ma il legame di Lecco con il beato del Pime va oltre. Ed è un legame fatto di tante relazioni e di grande solidarietà in particolare con le missioni in Papua Nuova Guinea. Questo è dovuto soprattutto al Laboratorio missionario beato Giovanni Battista Mazzucconi, fondato nel 1948 da don Aldo Cattaneo, desideroso di dedicarsi all’aiuto ai missionari. «Se la missione di Goodenough, che comprendeva sia Bolu Bolu che Watuluma – ricorda il vescovo emerito di Vanimo (Papua Nuova Guinea), Cesare Bonivento, missionario del Pime -, si è poi sviluppata in una maniera veloce e sorprendente per tutti, ciò fu dovuto in grandissima parte a don Aldo. È in questo modo che le varie opere di Bolu Bolu sorsero a grande velocità, con meraviglia di tutti: la casa dei padri, la bellissima chiesa dedicata al beato Mazzucconi, la scuola professionale delle ragazze, le varie scuole sul territorio; e poi le opere della parrocchia di Watuluma: dapprima la piccola scuola artigianale e poi la cooperativa per la raccolta e vendita delle noci di cocco, la casa delle suore, il primo ospedaletto, e poi il grande ospedale, e la scuola medio-superiore e tante altre opere nei villaggi. E infine le varie iniziative sorte anche a Vanimo sempre grazie al sostegno del Laboratorio e di tanti volontari che per anni hanno fatto la spola tra la città lariana e la Papua Nuova Guinea».
Anche loro saranno coinvolti in una serie di iniziative che si protrarranno per tutto il 2026. Già il tradizionale incontro con i familiari dei padri ospiti della Casa di Rancio del 25 aprile sarà dedicato alla memoria di Mazzucconi, così come alcune attività negli oratori estivi di Lecco. Analogamente, dall’altra parte del mondo, la ragione Sud Pacifico del Pime sta organizzando diversi eventi in Papua Nuova Guinea, che si concentreranno in particolare nel mese di settembre quando si celebra la sua festa liturgica.
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