Messico: i Mondiali dei “desaparecidos”
Famiglie e attivisti si sono mobilitati in occasione dei Campionati del mondo di calcio per denunciare la scomparsa di 135 mila persone e ottenere visibilità e sostegno nella ricerca dei loro cari: «Le ferite del Paese non si cancellano»
Pedro e Maria sono hanno camminato una settimana, tra mezzi di fortuna e bus, per arrivare a Città del Messico. Un viaggio lungo e faticoso per i due ultrasessantenni con ancora la voglia di lottare. Vogliono far sentire la loro voce assieme a quella di altre famiglie per denunciare la scomparsa di 135 mila persone: i desaparecidos. Questo numero emblematico racconta la storia di chi in Messico è sparito e non si trova più. Donne, uomini e bambini i cui nomi sono scritti su manifesti e striscioni che non lontani dal mitico stadio Azteca in questi giorni circolano nonostante i divieti della polizia. Luis è il nome del ragazzo che non c’è più, un giovane desideroso di andare negli Usa, ma che non è mai arrivato a destinazione, così come tanti altri. Troppi.
Il Messico non è nuovo a questa esperienza, far sentire la voce degli ultimi nei periodi in cui tutto il mondo guarda proprio lì. Era il tempo delle Olimpiadi, il 1968, e la denuncia di repressioni della polizia riecheggiava dalle corrispondenze di Oriana Fallaci. Il 2 ottobre di quell’anno a Città del Messico, la giornalista italiana rimase gravemente ferita durante il “Massacro di Tlatelolco”, mentre documentava le proteste studentesche, colpita da tre proiettili sparati dai militari. Ieri come oggi, i messicani grazie allo sport cercano di aumentare la propria visibilità su temi e questioni molto sensibili. Il presidente di allora, Gustavo Díaz Ordaz, settimane prima del massacro, ordinò all’esercito di occupare il Campus dell’UUniversità, e le violenze non furono risparmiate ai giovani studenti. È una storia lunga che torna alla mente in queste ore.
«Le ferite del Paese non si cancellano», hanno spiegato, Pedro, Maria e tanti altri genitori che in questi giorni non perdono occasione per sottolineare la richiesta di trasparenza e impegno da parte del governo per sedare la violenza.
Il numero degli scomparsi è salito dal 2006, quando l’allora presidente Felipe Calderón lanciò una guerra contro i cartelli della droga del Paese.
Sebbene il governo sostenga di fornire assistenza a chi ha perso un figlio o un fratello, i familiari degli scomparsi lamentano inefficienze burocratiche e mancanza di supporto economico, conducono indagini in prima persona, spesso in aree pericolose dove operano i cartelli della droga. Questo mette loro stessi in serio pericolo di vita. I collettivi di cercatori che si costituiscono in varie aree del Messico pensano che l’elevato numero di casi irrisolti nasconda la reale portata della violenza criminale nel Paese latinoamericano.
Quando la famiglia di Luis iniziò a cercarlo, fu costretta a portare con sé le figlie piccole, non potendole lasciare sole a casa. Oggi esistono gruppi organizzati che si sostengo reciprocamente, spesso con l’appoggio di associazioni estere o della Chiesa.
Molti di questi gruppi hanno partecipato a manifestazioni nella capitale nel giorno di apertura dei Mondiali, cogliendo l’occasione per sfruttare l’attenzione internazionale con la speranza di ottenere un po’ di sostegno.
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