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Icona decorativaIcona decorativa1 Aprile 2026 Anna Pozzi

Il primo Papa in Algeria

Sarà una visita storica quella di Leone XIV nel Paese nordafricano, al crocevia di mondi, culture e religioni diverse. Sulle orme di sant’Agostino porterà un messaggio di fratellanza e pace

La basilica di Sant’Agostino domina la città di Annaba dall’alto di una collina, mentre ai suoi piedi si stendono le rovine dell’antico sito di Ippona, di cui il santo fu vescovo per 34 anni, sino alla sua morte nel 430. In lontananza si vede il mare. Il luogo è carico di fascino e suggestione. Passato e presente, Africa ed Europa, le due sponde del Mediterraneo – e con esse culture, tradizioni e religioni diverse – si incontrano qui. E a fare da ponte c’è proprio lui, il santo di cui Papa Leone XIV si è detto “figlio”.

Sarà proprio questa una delle tappe più significative del primo viaggio apostolico che un Pontefice compie in Algeria, dal 13 al 15 aprile, prima di recarsi in Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Un viaggio sulle tracce di Agostino e alle radici di una presenza cristiana antichissima. E, allo stesso tempo, una visita che non guarda solo al passato, ma anche e soprattutto al presente e al futuro. Nello spirito di Agostino – la cui vicenda esistenziale e spirituale parla incredibilmente anche all’uomo di oggi – dice della possibilità, e ancora più nella necessità, di incontro, dialogo e fraternità tra popoli e religioni diverse. È quello che provano a fare nella vita quotidiana condivisa con il popolo algerino musulmano i pochissimi cattolici rimasti attualmente nel Paese: un migliaio o poco più, in gran parte stranieri, dispersi tra le città e il deserto di questo immenso Paese di 48 milioni di abitanti.

«Le religioni non sono un pericolo, ma una fonte di pace e di comunione fraterna. La basilica ricorda che non c’è futuro se non un futuro condiviso», aveva detto il cardinale Jean-Louis Tauran nel 2014, quando partecipò, in veste di prefetto del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, alle celebrazioni per il centenario della basilica di Sant’Agostino, restaurata grazie anche al contributo delle autorità locali: «In Algeria, il dialogo della vita è molto importante: vivere insieme, confrontati con gli stessi problemi, con le stesse difficoltà, come credenti. Dialogo dell’amicizia, conoscersi, amarsi vicendevolmente e fare un pezzo di strada insieme».

È ancora così? La visita di Papa Leone contribuirà a confermare e a consolidare questo dialogo? Potrà creare anche spazi per una presenza cristiana non solo tollerata, ma autenticamente riconosciuta come una delle componenti della società algerina? Sono grandi quesiti e grandi sfide quelle che pone il viaggio di Leone, un Papa che, come nessun altro, è legato all’Algeria, dove è già stato due volte e proprio ad Annaba: nel 2001 per un colloquio su sant’Agostino e nel 2013 per la riapertura della basilica. Di qui anche il valore simbolico così particolare che questo legame con la terra di Agostino conferisce alla sua visita.

Il viaggio si articolerà in due tappe: Algeri, per gli incontri con le autorità, la popolazione e la piccola comunità cristiana nella basilica di Notre Dame d’Afrique; e Annaba, appunto, dove celebrerà la Messa nella basilica di Sant’Agostino, si recherà sulle rovine di Ippona e farà visita agli anziani della casa di riposo delle Piccole Sorelle dei Poveri.

«Il popolo algerino attende con curiosità la venuta del “figlio di Agostino” – dice il vescovo di Costantina, Michel Guillaud, nella cui diocesi si trova Annaba -. Gli algerini musulmani guardano spesso con una certa simpatia e stima alla figura del Papa, soprattutto quest’ultimo. Sentono che non lavora solo per i “suoi”, per i cattolici, ma che è davvero una personalità spirituale che ha a cuore l’umanità intera, a prescindere dalla religione».

Monsignor Guillaud racconta un aneddoto singolare: «Quando il Papa è stato eletto e si è proclamato “figlio di Agostino” molti qui si sono chiesti che cosa significasse. Tanti hanno pensato a un’antichissima discendenza e si sono sentiti molto onorati che l’Algeria fosse rappresentata al più alto livello del cristianesimo e che un algerino fosse diventato Papa. È stata una reazione molto bella, anche se ovviamente non esatta, nel senso che non si tratta di filiazione genealogica, ma spirituale. Ma è rimasta una sorta di complicità tra il popolo algerino e Leone XIV. Tutti si sono subito detti: “Se è figlio di Agostino, prima o poi tornerà a casa!”».

Di certo, il grande senso di accoglienza degli algerini farà davvero sentire a casa Papa Leone, anche se non mancano nella società componenti avverse al cristianesimo, a volte per mancanza di conoscenza, a volte per pregiudizio, a volte per retaggi del passato coloniale che spesso non hanno nulla a che vedere con la religione. È vero anche che la maggior parte degli algerini non ha mai conosciuto personalmente un cristiano e spesso associa il cristianesimo alla presenza di stranieri. Del resto, come si diceva, i cattolici oggi sono poco più di un migliaio, in gran parte studenti subsahariani, qualche lavoratore straniero, alcuni diplomatici, migranti di passaggio oltre al personale della Chiesa, sempre più anziano ed esiguo, anche a causa di una politica dei visti molto restrittiva.

«La nostra presenza in Algeria non ha lo scopo di convertire, di far cambiare religione al popolo musulmano, ma di sostenere i cristiani nella loro esistenza e di vivere legami fraterni con gli algerini. Questo è ciò a cui aspiriamo», tiene a sottolineare il vescovo di Costantina, che precisa che quella di Sant’Agostino è l’unica chiesa di tutta la sua diocesi, mentre nelle altre comunità, sette in tutto, ci sono solo semplici luoghi di preghiera.

«Negli ultimi 25 anni la nostra Chiesa ha cambiato volto», fa notare l’arcivescovo di Algeri Jean-Paul Vesco, che Papa Francesco ha onorato con il titolo di cardinale, segno di un’attenzione e di una vicinanza molto particolari verso questa Chiesa così minoritaria ma viva. «Non facciamo numero, ma facciamo segno: segno dell’amore universale di Dio per tutti gli uomini», amava ripetere uno dei suoi predecessori, Henri Teissier, che ha lasciato un’impronta fortissima in quella che definiva una “Chiesa dell’incontro”: una Chiesa che ha perso quasi tutte le strutture e molti servizi al tempo delle nazionalizzazioni negli anni Settanta, ma ha guadagnato in vicinanza, amicizia e fraternità con la popolazione algerina. Questo è stato particolarmente evidente negli anni bui del terrorismo (1992-2003) quando molti religiosi e religiose hanno deciso di rimanere al fianco della gente, pagando un pesante tributo di sangue: 19 di loro sono stati assassinati e tra questi i monaci di Tibhirine e il vescovo di Orano, uccisi esattamente trent’anni fa.

«Oggi la nostra Chiesa è sempre meno francese ed europea e molto più universale – spiega il cardinale Vesco -. Vi sono rappresentate una quarantina di nazionalità: la maggior parte dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose arrivano dall’Africa subsahariana, così come molti dei nostri fedeli. Siamo una Chiesa-mosaico, in cui ciascuno ha un posto e una dignità. La più grande sfida per noi è quella di essere davvero una Chiesa che si inscrive nella società algerina e ne è al servizio, abbattendo le barriere e provando a fare il bene che vorremmo, senza diventare una sorta di cappellania dei cristiani. Ma siamo ancora, come diceva il vescovo di Orano Pierre Claverie, una Chiesa che si colloca su una linea di frattura: tra Nord e Sud, tra Est e Ovest, tra mondo cristiano e mondo musulmano. E allo stesso tempo siamo all’incrocio di tutte queste realtà e possiamo essere un ponte».

È un’esigenza avvertita anche da molti musulmani che conoscono e apprezzano la Chiesa d’Algeria e auspicano maggiore solidarietà anche per rispondere insieme, ascoltandosi l’un l’altro e superando i reciproci pregiudizi, alle sfide dei tempi che cambiano, pur partendo ciascuno dalle proprie fonti e tradizioni.

Anche per questo la visita di Papa Leone sarà in qualche modo “sfidante” per un Paese che non ha mai accolto un Papa. Ma sarà soprattutto un’occasione di gioia. «È un grande onore per noi ricevere il Papa – dice il vescovo di Orano Davide Carraro, missionario del Pime, che vive dal 2006 in questo Paese, prima a Touggourt, nel deserto, poi ad Algeri e, dal gennaio 2024, come vescovo della diocesi che fu guidata dall’ultimo martire, il vescovo Pierre Claverie, ucciso sulla soglia di casa insieme all’amico e autista Mohamed Bouchikhi, il primo agosto 1996: «Questa visita ci incoraggia e ci mostra la grande attenzione della Chiesa universale verso la nostra piccola Chiesa locale».

«Il tema scelto – aggiunge – riprende le prime parole pronunciate dalla loggia di San Pietro: “La pace sia con voi”. Ci lasciamo guidare da queste parole e ci lasciamo ispirare anche da un’altra “coincidenza”: il Papa è stato eletto l’8 maggio, giorno della festa liturgica dei nostri 19 beati. Inoltre, sin dal suo primo discorso, e poi per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2026, Papa Leone ha riformulato la frase di una preghiera di Christian de Chergé, priore di Tibhirine: “Disarmali e disarmaci”. Ne ha colto chiaramente l’ispirazione e il contenuto spirituale, trasformandoli nell’espressione “una pace disarmata e disarmante”». Il suo legame con sant’Agostino, inoltre, «rappresenta un elemento identitario forte, capace di parlare al popolo algerino, orgoglioso della propria storia e cultura, pur essendo quasi esclusivamente musulmano».

La riscoperta delle radici, che risalgono al passato pre-islamico e che fanno riferimento innanzitutto alla figura di sant’Agostino – che ha scritto le sue pagine più belle proprio mentre Ippona era assediata e si prodigava per i rifugiati – può contribuire a unire le due sponde del Mediterraneo. Soprattutto, però, questo legame tra passato e presente, con un tema così attuale e urgente come quello della pace a fare da filo conduttore, può far sì che la visita di Papa Leone diventi soprattutto un’occasione per riflettere ulteriormente sul senso e sul futuro della piccola Chiesa d’Algeria. Una Chiesa che sta sperimentando nuovi cammini e stili di presenza, testimonianza, solidarietà e dialogo dentro un contesto sociale e politico che – pur con tutti i suoi limiti – permette di guardare al futuro e di conservare la speranza.

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