Speranza per l’Africa
Dopo l’Algeria, Papa Leone si recherà in tre Paesi subsahariani: Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. Contesti molto diversi, ma contrassegnati da sfide comuni: il consolidamento della fede, ma anche la pace sociale e il futuro dei giovani
«Il Camerun è la seconda casa del Papa!». Scherza – ma non troppo – il segretario della Conferenza episcopale camerunese, monsignor Paul Nyaga, commentando il quarto viaggio di un Pontefice nel suo Paese. Dopo le visite di Giovanni Paolo II nel 1985 e nel 1995, e di Benedetto XVI nel 2009, sarà la volta di Papa Leone XIV dal 15 al 18 aprile, che anche in Camerun non si limiterà a rimanere a Yaoundé, ma toccherà altre due città: Douala, la capitale economica del Paese, e soprattutto Bamenda, capoluogo della regione del Nord-Ovest, funestata da uno dei più dimenticati conflitti al mondo. «Il Papa è un campione della pace di cui abbiamo grandemente bisogno in questo momento – ci dice monsignor Paul Nyaga -. Pensiamo che la sua visita sia di grande consolazione, conforto e speranza, specialmente per quelle regioni che soffrono da molto tempo, in particolare l’Estremo Nord, interessato dagli attacchi di Boko Haram, e in questi ultimi anni soprattutto le regioni del Nord-Ovest e del Sud-Ovest».
Lo sanno bene anche i missionari del Pime che sono presenti in questo Paese dal 1967, e che portano avanti molte attività pastorali, educative e di sviluppo nella capitale Yaoundé e soprattutto nelle regioni più povere dell’Estremo Nord, dove operano nelle diocesi di Maroua e Yagoua. Territori tanto belli e ricchi di culture, tradizioni e – nel caso del Nord – di religioni diverse (la maggioranza della popolazione è musulmana), quanto afflitti da una serie infinita di problemi e tensioni.
Negli ultimi dieci anni, in particolare, sono state le regioni del Nord-Ovest e del Sud-Ovest (al confine con la Nigeria) a essere interessate da un devastante conflitto. Un conflitto che affonda le sue radici in epoca coloniale, quando questi territori affidati alla Gran Bretagna dopo la Prima guerra mondiale vennero annessi all’ex colonia francese, rimanendo però sempre marginalizzati dal potere centrale. Nel 2016, la violenta repressione di alcune manifestazioni di protesta ha dato il via a una rivolta secessionista che è presto degenerata in violenti scontri. Il bilancio, a oggi, parla di migliaia di morti, di centinaia di villaggi rasi al suolo, di oltre un milione di profughi fuggiti soprattutto nella vicina Nigeria e – tuttora – di circa 500 mila sfollati interni. Moltissime infrastrutture sono state distrutte (l’aeroporto di Bamenda verrà finalmente riaperto per la visita del Papa) e le scuole sono rimaste chiuse per cinque anni: un danno enorme per il futuro di tanti bambini e per la società intera.
«Grazie a varie azioni di mediazione, anche da parte delle autorità religiose, oggi la situazione è più calma», ci dice l’arcivescovo di Bamenda, Andrew Fuanya Nkéa, che è anche presidente della Conferenza episcopale del Camerun. Lui stesso, insieme all’imam locale e a leader presbiteriani e anglicani, si è impegnato in prima persona in percorsi di pace e riconciliazione. «Non è stato facile perché i separatisti ci guardavano come se fossimo espressione del governo, mentre il governo ci considerava fiancheggiatori dei separatisti. Nonostante tutto, però, sono stati fatti importanti passi avanti. Nei nostri sforzi, siamo stati sempre sostenuti da Papa Francesco e, ora, la visita di Papa Leone è un segno che ci dà grande speranza. Un uomo di Dio viene a sostenere il suo popolo».
Ce n’è grande bisogno, anche perché la situazione – pur se politicamente più tranquilla – è ancora molto difficile, soprattutto fuori dalle città, dove continuano a essere presenti vari gruppi di ribelli, ma anche di criminali e banditi che si accaniscono contro la gente. «È facile predicare il perdono, ma quando davanti a te c’è una persona che ha bruciato la tua casa, ucciso tuo marito o violentato tua figlia, non è altrettanto facile praticarlo. Quella del perdono e della riconciliazione è una sfida grande per noi come Chiesa, uno sforzo che sentiamo di dover portare
avanti perché non si resti a un livello superficiale e per stare al fianco il più possibile di coloro che sono stati traumatizzati».
Anche per monsignor Nyaga, dunque, non c’è momento migliore per la visita di Papa Leone, nonostante la contrarietà di chi teme che questo viaggio legittimi in qualche modo il potere senescente del 92enne Paul Biya, presidentedal 1982 e riconfermato in elezioni molto controverse lo scorso anno. «Ci sono state polemiche, certo. Ma anche Gesù è nato in una situazione di crisi e confusione per portare pace e umanità, amore e comprensione tra la gente. È questo che ci porta il Pontefice. Viene a dire “no” alla violenza, a incoraggiare il dialogo e l’incontro. Per noi non c’è momento migliore per la visita di un Papa».
«Chi dice che Leone XIV non deve venire ha motivi politici e non pensa alla popolazione che soffre – liquida la questione l’arcivescovo Nkéa -: Viene al momento giusto, come il buon pastore che si prende cura delle sue pecore».
La gente, del resto, è come sempre entusiasta. E non solo i cattolici che rappresentano circa il 40% della popolazione. Molti sanno che Papa Leone toccherà temi che sono molto cari alle persone, soprattutto attraverso alcune visite e incontri che danno una tonalità particolare a questo viaggio, che va oltre gli incontri più ufficiali e istituzionali. A Douala, ad esempio, il Pontefice incontrerà i malati di un ospedale diocesano, mentre a Yaoundé farà visita ai bambini dell’orfanotrofio delle Suore di Maria. I temi della sanità, dell’educazione, delle famiglie sempre più disgregate e dei giovani sempre più in cerca di vie di fuga all’estero saranno inevitabilmente evocati. «Sono sicuro che le parole del Papa avranno un grande impatto sia su chi ci governa che sulla gente comune. Ci
aspettiamo un messaggio di pace e di dialogo. Abbiamo bisogno di ritrovare la centralità della persona umana e la sua dignità», dice monsignor Nyaga. Che insiste anche sul consolidamento della fede: «La gente qui ha una fede grande. Stiamo preparando una liturgia bellissima, gioiosa e inculturata per la Messa che sarà celebrata vicino a Yaoundé. Ma non dobbiamo neppure nasconderci i problemi. Ci sono tante ideologie che oggi circolano e che mettono in discussione il ruolo della Chiesa cattolica, insinuando che il messaggio di Cristo è un’alienazione e che la Chiesa è uno strumento della colonizzazione. Moltissime persone, però, hanno ancora tanta fiducia nella Chiesa cattolica che in questi anni, e nelle situazioni più difficili, ha saputo rimanere vicina alla gente che soffre e rappresenta spesso l’unica autorità morale e sociale. Il Papa verrà a ricordarci che il messaggio di Cristo è universale e che il Vangelo è una Parola incarnata».
In Angola, la visita di Papa Leone dal 18 al 21 aprile segue quelle di Giovanni Paolo II nel 1992 e di Benedetto XVI nel 2009. Speriamo che il Papa trovi «un’Angola unita, felice e, soprattutto, piena di speranza, pace e fratellanza», auspica il presidente della Conferenza episcopale José Manuel Imbamba, arcivescovo di Saurimo, una delle tappe, insieme a Luanda e Muxima.
Anche questo Paese, infatti, sta vivendo situazioni complesse e talvolta conflittuali, che lo scorso anno sono culminate in manifestazioni di piazza per il caro-vita brutalmente represse nel sangue. «L’instabilità sociale, la disoccupazione e la mancanza di prospettive per i giovani hanno generato un sentimento di disperazione e hanno messo a nudo profonde lacune sociali, familiari e istituzionali. Le rivolte devono risvegliarci e stimolarci ad assumere una vera trasformazione interiore, affinché il dialogo tra chi governa e chi è governato diventi più frequente, equo e fruttuoso, evitando l’uso eccessivo e sproporzionato della forza», aveva sottolineato in quell’occasione l’arcivescovo Imbamba.
Si tratta di sfide aperte in un Paese che ha conosciuto «500 anni di colonizzazione, 50 anni di indipendenza e 23 anni di pace», ha ricordato nel novembre dello scorso anno il presidente João Lourenço rieletto nel 2022 per un secondo mandato di 5 anni. Le celebrazioni dei 50 anni dell’indipendenza dal Portogallo erano state anche occasione per ribadire la necessità di «rimboccarsi le maniche e lavorare insieme, senza distinzioni di partito, per consolidare la nostra economia e garantire un futuro migliore alle prossime generazioni». Di fatto, però, il Paese è sempre stato governato dallo stesso partito, il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla), che ha arricchito una piccola élite, grazie anche al boom del petrolio, favorendo un sistema di corruzione e clientelismo che ha accentuato le diseguaglianze, lasciando gran parte della popolazione nella povertà e togliendo molte speranze di futuro ai giovani.
Anche per questo l’arcivescovo Imbamba ha insistito molto sulla necessità di un’Angola «inclusiva e meritocratica», ribadendo che il dialogo e la partecipazione attiva alla vita pubblica sono un diritto e un dovere per tutti. Perché ciò sia possibile, tuttavia, è necessario impegnarsi per lottare contro la povertà e per promuovere la giustizia sociale. Pure qui, il tema dei giovani sta molto a cuore alla Chiesa, anche perché – come in Camerun e in altri Paesi africani – molti si ritrovano a vivere situazioni di grande incertezza circa il loro futuro e scelgono la via dell’emigrazione. L’arcivescovo Imbamba auspica che la visita del Vicario di Cristo lasci «concordia, giustizia e pace che risuonino nella vita delle famiglie e dei politici». La pace, ha aggiunto, «è una costruzione quotidiana che richiede cuori e menti disarmati».
L’arcivescovo di Luanda, Filomeno Vieira Dias, sottolinea invece un altro aspetto di questa visita che ha un particolare valore simbolico perché avviene nel più antico Paese cattolico dell’Africa subsahariana, che ha accolto la prima missione evangelizzatrice nel 1491. Attualmente, su oltre 36 milioni di abitanti, più di 15 sono cattolici. Quest’anno, poi, la Chiesa di Luanda «festeggia il suo grande giubileo: 450 anni come città, 450 anni di celebrazione della fede. Un percorso di vita che ha segnato la nostra storia per oltre cinque secoli».
Infine, dal 21 al 23 aprile, Papa Leone farà tappa in Guinea Equatoriale, piccolo Paese ricchissimo di petrolio, dove la popolazione vive in estrema povertà. Anche qui, come in Camerun, resiste uno degli ultimi presidenti-dinosauri dell’Africa: Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, 83 anni, al potere ininterrottamente dal 1979. «La Guinea Equatoriale è pronta a ricevere il Santo Padre garantendo un’accoglienza entusiastica come sempre fa con grandi personalità che visitano il Paese», ha dichiarato il capo dello Stato. Mentre il presidente della Conferenza episcopale Juan Domingo-Beka Esono Ayang, vescovo di Mongomo, ha sottolineato come questo viaggio sarà «un’occasione di grazia e di gioia per tutti». In effetti sono passati ben 44 anni dall’ultima visita di un Pontefice. Era infatti il febbraio 1982, quando Papa Giovanni Paolo II si recò nell’allora capitale Malabo, primo e unico Papa a visitare questo Paese, ex colonia spagnola, diviso tra le isole di Bioko e Annobon e una piccola porzione di terraferma incuneata tra Camerun e Gabon. È qui che all’inizio del 2026 è stata trasferita (ufficialmente, ma non di fatto) la nuova capitale, Ciudad de la Paz, costruita da zero a partire dal 2008 sul modello di Abuja in Nigeria e di Yamoussoukro in Costa d’Avorio.
I vescovi della Conferenza episcopale auspicano che la visita di Papa Leone «non sia intesa semplicemente come una commemorazione storica o una straordinaria occasione ecclesiale, ma come un tempo di grazia, un kairos, in cui il Signore invita il suo popolo a rileggere la propria storia, a rinnovare la propria fede e ad aprirsi con speranza al futuro».
Articoli correlati
In un mondo in guerra, ascoltiamo la voce dei bambini
Il fattore sciita

