I primi cento anni del Pime “unito”
Il 23 maggio 1926, Papa Pio XI dava il via ufficiale all’Istituto con la fusione tra il Seminario lombardo voluto da Angelo Ramazzotti e quello romano fondato da Pietro Avanzini. una svolta che diede nuovo impulso alla missione
È quantomeno curioso che nel 2026 il Pime si appresti a ricordare un altro centenario, dopo aver celebrato, poco meno di un anno fa, i centosettantacinque anni dalla sua “prima” fondazione, avvenuta il 31 luglio 1850.
Questa contraddizione, a guardar bene, è però soltanto apparente. L’anniversario appena trascorso, in effetti, si riferisce alla nascita a Saronno del Seminario lombardo per le Missioni estere, voluta da Angelo Ramazzotti, vescovo di Pavia e futuro patriarca di Venezia, e fortemente caldeggiata da Pio IX con il concreto appoggio dei vescovi della Lombardia e, in particolare, di Carlo Bartolomeo Romilli, allora arcivescovo di Milano. Il “nuovo” centenario, invece, si inscrive entro un contesto – almeno geografico – più ampio.
Il 23 maggio 1926, con la promulgazione del motu proprio “Cum missionalium opera”, Pio XI dava ufficialmente vita al Pontificio Istituto delle Missioni estere attraverso l’unione tra il Seminario lombardo e il Pontificio Seminario romano dei Santi apostoli Pietro e Paolo, istituzione sorella ideata a Roma da don Pietro Avanzini nel 1871 e definitivamente approvata da Pio IX tre anni dopo (due mesi dopo la morte del presbitero). Non a caso i membri dell’istituto romano venivano chiamati i “Missionari del Mastai” (dal cognome di Pio IX). Avevano la loro sede a Trastevere in quello che era stato il Palazzo della Manifattura pontificia dei Tabacchi e nei cinquantadue anni della loro storia precedente al Pime inviarono missionari in diciassette tra vicariati e diocesi in diverse aree del mondo, tra cui la regione cinese dello Shaanxi, dove nel 1900 il campano Alberico Crescitelli conobbe il martirio.
Che a trainare il passaggio al Pime nel 1926 sia stato il Seminario lombardo lo suggeriscono alcuni aspetti dirimenti, non ultimo il rapporto numerico tra i missionari dei due Seminari decisamente sbilanciato in favore di Milano. Se è fuor di dubbio l’apporto imprescindibile offerto da don Pietro Avanzini alla realizzazione di un progetto missionario parallelo a quello di Angelo Ramazzotti (a tal punto che è d’obbligo riferirsi a lui come a un “co-fondatore”), fu la memoria di quest’ultimo a balzare presto in primo piano e a essere via via recepita come quella del fondatore. D’altra parte, il motu proprio fotografa l’esistenza di due seminari «assai simili tra loro sia per le regole che li governano, sia per lo scopo e l’intenzione che hanno» e, del pari, decreta la strutturazione di un unico Istituto missionario: «Crediamo che sarà di grande vantaggio per essi se da ambedue nasca un solo Istituto missionario di alto valore». Da ultimo, non a caso la guida del nuovo organismo fu affidata dal prefetto di Propaganda Fide, il cardinal Wilhelm van Rossum, alla cura di padre Paolo Manna, già superiore generale del Seminario lombardo dal 1924 (carica che avrebbe mantenuto, come generale del Pime, fino al 1934).
Ciò non significa, tuttavia, che il Mastai non sia stato portatore di prospettive lungimiranti che in alcuni casi hanno anticipato di decenni il futuro orientamento dell’Istituto. Ad esempio, già nel Vivens monumentum – il primo programma del Seminario romano, stilato da don Pietro Avanzini nel 1867 – era ipotizzato l’ingresso in seminario di missionari europei, novità sì fatta propria dal lombardo (1886) e dall’Istituto (1926), ma che si sarebbe concretizzata soltanto con la cosiddetta “internazionalizzazione” del 1983 e del 1989. Inoltre, anche grazie alla diffusione degli Acta Sanctae Sedis, da Roma fu promossa una sempre più stretta interazione tra evangelizzazione e animazione missionaria, elemento irrinunciabile per incentivare una pastorale attenta a recepire le vocazioni del clero autoctono.
Nel 1926, di fatto, nasceva una realtà del tutto nuova, pienamente rispondente alle esigenze missionarie allora avvertite all’interno del mondo cattolico. Con una nota decisiva, esplicitamente indicata da Pio XI: «Questo nuovo Istituto dovrà essere governato con quelle costituzioni che il Sacro Consiglio per propagare il Nome Cristiano aveva dato come proprie al Sodalizio Missionario Milanese, e alle quali lo stesso Seminario dei SS. AA. Pietro e Paolo avrebbe dovuto obbedire, sebbene separato». Fu il contesto storico a supportare questo bisogno di unità, peraltro non del tutto inatteso: è del 1878 la prima proposta di unificazione tra le due realtà, formulata dal direttore del Seminario romano, padre Domenico Callerio, e poi accantonata da Propaganda Fide.
La comparsa del Seminario lombardo per le Missioni estere nel 1850 aveva inaugurato, almeno in Italia, un modo assolutamente innovativo di intendere la missione, in quanto esplicitamente indirizzata ad gentes. Settantasei anni dopo, questa presa di coscienza era già stata assorbita dal tessuto ecclesiale anche grazie alla successiva comparsa di nuovi attori sul palcoscenico delle missioni (tra i più noti, i Missionari comboniani, saveriani e della Consolata). Tenendo conto della lenta, ma inesorabile, apertura del mondo occidentale verso popoli e culture “altri” (l’elenco delle cosiddette “esposizioni internazionali” degli Anni 20 lo attesta più che bene), due documenti pontifici sono un plastico esempio in tal senso.
Si tratta della lettera apostolica Maximum Illud di Benedetto XV – sulla cui redazione, nel 1919, ebbe probabilmente un peso non secondario l’intervento lungimirante di padre Paolo Manna – e dell’enciclica Rerum Ecclesiae di Pio XI, entrambe dedicate all’annuncio del Vangelo ai non cristiani. Quest’ultimo testo, tra l’altro, reso pubblico il 28 febbraio, poche settimane prima del motu proprio del 1926.
La progressiva strutturazione del Pime avviene dunque attraverso una serie di tappe che scandiscono la traversata dall’esperienza originaria a quella unitaria entro una cornice ben tracciata, che costrinse il neonato Istituto – è del 1912 il primo capitolo generale del Seminario lombardo, dove, tra le altre cose, venne sancito il passaggio dalla formula del “seminario” a quella dell’“Istituto” – a doversi confrontare con una realtà in profondo mutamento. Anche sul versante interno. Nel 1917, ad esempio, con l’approvazione del nuovo Codice di Diritto canonico i missionari furono equiparati a veri e propri religiosi, senza che essi potessero più giovarsi dell’incardinazione nelle diocesi di provenienza. Finalità, quest’ultima, che, anche alla luce del Codice del 1983, non impedisce ad alcuni membri dell’Istituto di mantenere comunque l’incardinazione nella diocesi di provenienza. Ma è del 1916 la straordinaria intuizione dello stesso padre Manna, che attraverso la sua Unione Missionaria del Clero (oggi Pontificia Unione Missionaria) impresse una svolta alla causa delle missioni, tanto de essere citata esplicitamente nella Maximum Illud.
La nascita del Pime non è dunque da immaginare come un’intuizione isolata, ma va ricompresa alla luce di un quadro articolato, il quale, lungi dal poter essere soggetto a sterili semplificazioni, a partire dal 1926 seppe agire da stimolo per un sempre più puntuale e concreto slancio missionario. Stimolo che, si può esser certi, non cesserà di animare anche la storia dell’Istituto nei suoi “secondi” cento anni di vita e oltre.
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