In festa per il centenario
Voluta dai Santal, la chiesa di San Francesco a Dhanjuri nacque grazie all’opera di padre Francesco Rocca. Oggi dona vocazioni al mondo
Lo scorso 30 dicembre 4 mila cattolici locali si sono radunati per celebrare il centenario della chiesa di San Francesco d’Assisi a Dhanjuri, nella diocesi di Dinajpur in Bangladesh. Si tratta della più antica tra le comunità di questa Chiesa locale, ma anche di un pezzo importante della storia del Pime in questo Paese dell’Asia meridionale, dove i missionari dell’Istituto sono presenti da ben 170 anni.
Le radici del cristianesimo a Dhanjuri risalgono agli inizi del XX secolo e alla ricerca personale di fede da parte di alcuni membri della comunità indigena santal. Uno di loro si chiamava Fudan Mardy: era un contadino che entrò per la prima volta in contatto con il Vangelo dopo aver acquistato una Bibbia da un predicatore protestante al mercato di Birampur. Profondamente colpito dalla vita, dalla morte e dagli insegnamenti di Gesù, Fudan cercò ulteriori indicazioni e scrisse a quell’uomo, chiedendogli di visitare il suo villaggio. Nello stesso periodo, un altro abitante, Fagu Soren, mentre viaggiava in treno verso Dinajpur, incontrò casualmente padre Francesco Rocca, il primo missionario del Pime arrivato in questa zona del Bengala nel 1902. Fagu invitò il sacerdote a Dhanjuri, sperando di ricevere consigli e benedizioni. Padre Rocca, infine, riuscì a vsitare il villaggio nel 1906, dove fu accolto calorosamente anche da Fudan Mardy, che era già in contatto con i missionari protestanti.
Vi rimase per diversi giorni, incontrando gli abitanti e dando il via a una serie di visite regolari per insegnare il Vangelo. Fu un lavoro pastorale che gradualmente portò frutto: nel 1909 Fudan Mardy, il figlio maggiore Peter e altri 36 abitanti del villaggio ricevettero il battesimo, segnando ufficialmente la nascita della comunità cattolica di Dhanjuri. Nel 1925, poi, con l’aumento del numero dei fedeli, i missionari del Pime costruirono anche la chiesa in mattoni dedicata a San Francesco d’Assisi. Una realtà diventata oggi una parrocchia al servizio di oltre 5 mila cattolici. E che, nel frattempo, ha visto nascere anche altre comunità: le parrocchie di Khalippur, Radhanagar, Kodbir e Patajagir.
A Dhanjuri in tutti questi anni i missionari del Pime hanno investito profondamente anche nello sviluppo sociale: hanno fondato scuole, convitti per ragazzi e ragazze e cooperative di credito per sostenere l’istruzione e i mezzi di sussistenza. Nel 1927, padre Joseph Obert – anche lui missionario del Pime in seguito ordinato vescovo di Dinajpur – fondò il Centro per la lebbra, divenuto un ospedale rinomato per i pazienti affetti dalla malattia. I missionari installarono anche tre pozzi tubolari profondi per sostenere l’irrigazione in quest’area fortemente dipendente dall’agricoltura, strutture utilizzate ancora oggi dagli agricoltori locali.
Ai pionieri padre Rocca e padre Obert sono seguiti tanti altri missionari che hanno continuato il loro servizio pastorale in questa parrocchia. Nello spirito dell’Istituto, poi, dal 1996 la responsabilità è passata al clero locale. Ma il legame speciale con il Pime non si è affatto concluso, come testimonia tuttora la presenza di padre Fabrizio Calegari, che facendo base a Dhanjuri segue la pastorale giovanile di tutta la diocesi di Dinajpur.
Oggi però la chiesa di San Francesco è anche una comunità che dona vocazioni: tra i fedeli santal che sono cresciuti tra le sue mura si contano quattro sacerdoti e sette religiose, tra cui suor Maria Porimolla Murmu, delle Suore di Nostra Signora dei Dolori, attualmente missionaria negli Usa. «Siamo profondamente grati ai padri del Pime – ha dichiarato durante la Messa del centenario padre Manuel Hembrom, attuale parroco di Dhanjuri -. Hanno annunciato la Parola di Dio e indicato alla gente il cammino della fede. Allo stesso tempo, hanno lavorato per l’istruzione, la sanità e lo sviluppo socio-economico. Ancora oggi, le persone li ricordano con grande rispetto». «A Dhanjuri – ha aggiunto il vescovo di Dinajpur Sebastian Tudu – i sacerdoti del Pime non si sono limitati a predicare il Vangelo; hanno donato la loro vita. Hanno piantato il seme della fede cristiana, che oggi è cresciuto come un grande albero di banyan. Esprimiamo la nostra profonda gratitudine a quanti hanno plasmato questa comunità».
«Si dice spesso che camminiamo sulle spalle di giganti. Nel nostro caso credo che sia proprio vero – ha scritto padre Fabrizio Calegari, commentando questo anniversario -. Circa 4.000 persone sono venute, nonostante il freddo, per pregare e fare festa insieme. I nostri missionari costruirono questa comunità cristiana partendo da zero, in condizioni di vita proibitive e a costo di sacrifici immani. Fino agli anni Trenta l’aspettativa di vita di un missionario in Bengala era di tre o quattro anni… Ora che la diocesi è totalmente in mano al clero locale possiamo guardarci indietro e ringraziare il Signore per il loro dono (e per quello di tante suore) che hanno permesso questa crescita: niente di quanto stiamo facendo oggi sarebbe stato possibile».
Personalmente – conclude padre Calegari – sento nel cuore veramente tanta gratitudine per l’esempio e l’amicizia di tanti confratelli che mi hanno fatto vedere con la vita che cosa significa essere discepoli del Signore, nonostante le proprie povertà. Padre Paolo Ciceri, morto due anni fa nella nostra casa di Rancio di Lecco, ricordando una vita di missione ripeteva spesso: “Quanti sacrifici! Ma quanto ci siamo divertiti!”. E rideva».
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