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Ucraina: tempo sospeso

Una giovane universitaria italiana ha condiviso un periodo con la gente di Kherson grazie a Operazione Colomba, corpo nonviolento di pace che garantisce una presenza stabile in un contesto profondamente segnato dalla guerra. Ecco il suo racconto

Dal 24 febbraio 2022, a Kherson, la vita scorre a un passo diverso. È più circospetta, silenziosa, quasi sospesa. La città si spegne ogni sera insieme al sole. La corrente elettrica, i fari delle auto e persino la lampada per leggere sono un rischio perché ogni luce, nel buio, segnala la presenza di qualcuno. C’è un silenzio vivo che avvolge la vita di chi ha scelto di restare: le persone sedute al bar sono poche, nei supermercati si fa la spesa di fretta e un orecchio è sempre attento a decifrare i rumori in lontananza. Il tempo è invece scandito dal rumore dei colpi di mortaio. A ogni esplosione si cerca di capire se gli spari sono in partenza, in uscita, quanto lontani o quanto vicini. Ma intanto la vita continua a scorrere inarrestabile per le strade, a passo muto, attendendo in equilibrio su un filo di speranza l’arrivo di un tempo guarito.

A Kherson è presenza stabile Operazione Colomba, nata nel 1992 dal desiderio di alcuni volontari e obiettori di coscienza della Comunità Papa Giovanni XXIII di vivere concretamente la nonviolenza in zone di guerra. Inizialmente, il gruppo ha operato nell’ex Jugoslavia dove ha contribuito a riunire famiglie divise dai diversi fronti, a proteggere – in maniera disarmata – le minoranze e a creare spazi di incontro, dialogo e convivenza pacifica. Se chiedi loro che cosa fanno a Kherson ti rispondono più o meno così: «Trascorriamo il nostro tempo con la gente».  Vivono semplicemente con chi ha scelto di restare, condividendo la casa, i rischi e la paura. Un po’ come per dire: «Non sei solo, non sei un dato che leggo sui giornali», senza velleità eroiche o partigiane.

«Se siamo presenti solo in Ucraina, e non anche in Russia, è solo per una questione di permessi», mi dice S., un veterano del gruppo. Infatti, a soffrire non sono solo quelli che si considerano dalla parte “giusta”, quelli che sono rimasti feriti o chi si trova in trincea. In guerra soffrono tutti, ma più degli altri chi è rimasto solo. Operazione Colomba, quindi, si prende cura di chi resta, della loro attesa, delle loro fatiche, cercando di costruire un’alternativa – qualsiasi cosa significhi – alla violenza.

Per raccontare l’attesa di Kherson bisogna passare attraverso alcuni dei suoi protagonisti. S., una delle prime persone incontrate, ha fatto una scelta per me incomprensibile: quella di restare. Per alcuni è proprio l’archetipo della madre salda, sagace e paziente. S. ha origini statunitensi ed è sposata con un pastore ucraino e insieme – lei, donna di pensiero, lui, uomo d’azione – guidano una chiesa evangelica che si riunisce quotidianamente alla Dom Kultury. Il 24 febbraio 2022, quando è iniziata l’invasione, Snizhana e la sua famiglia si trovavano negli Stati Uniti per far visita ai parenti di lei. Quella mattina, ha pianto, incessantemente, e ha continuato per un mese intero. «Non me lo aspettavo proprio», mi ha detto. E mentre piangeva, pregava Dio, chiedendosi: «Io cosa posso fare?». Intanto tutti intorno la consolavano: «Dio vi ha salvati, vi ha protetti, ve ne siete andati giusto in tempo».

Ma S.- che la vita la afferra e non la sfugge – non si sentiva soddisfatta di quella consolazione. Per questo, come una madre che contro ogni prudenza continua a cercare il figlio in una casa che brucia, ha sentito di non poter restare lì; lei, il marito e i due figli hanno così scelto di tornare a Kherson. L’esercito russo, intanto, aveva occupato la città da marzo sino all’11 novembre, quando è stata liberata (un ricordo di pura gioia per tutti). La guerra, però, si è solo spostata lungo la riva est del fiume – quella dove crescevano le angurie più buone dell’Ucraina – e l’esercito russo continua ogni giorno a cercare di rientrare.

La loro vita a Kherson gira attorno alla chiesa, dove ogni giorno la comunità si riunisce. Di fronte a una situazione assurda, la loro risoluzione è stata quella di affrontarla insieme, di darsi appuntamento quotidianamente nello stesso posto e di dividersi le mansioni in base a ciò che serve, senza tralasciare l’impegno costante di ricostruire insieme la chiesa, il loro quartier generale. L’edificio, infatti, riporta le ferite della guerra: in parte è crollato, il soffitto è in più punti squarciato e le finestre sono di plexiglass. Ogni giorno la cenere delle macerie viene spazzata via dalle stanze, come si fa anche nelle case, con la scopa, lentamente, un angolo per volta. È un processo ciclico perché sembra non finire mai: «Ricostruire richiede molto più tempo che distruggere», mi fa notare S. E la Dom Kultury per il suo grande valore simbolico è un bersaglio e spesso viene colpita ancora oggi; è, infatti, un punto di riferimento quasi per tutti, una custode dell’attesa in questo tempo in bilico tra le azioni di due eserciti.

La prima sera a Kherson ho conosciuto Snizhana, a cena a casa di amici, e da lì in poi l’ho incontrata quasi sempre alla chiesa dove cercavo, come potevo, di aiutarla. Spesso era agitata, stanca o pensierosa; ma mai spenta, disperata o vuota. Era sempre lì a prendersi cura di tutti. Tra le segrete pieghe della sua quasi distesa serenità, certa di essere nel posto giusto, si intravedeva anche la rabbia. Una rabbia necessaria perché crea un’alternativa all’immobilismo a cui può costringere la paura. S. è arrabbiata con i russi – generalizzando -, ma non solo: oltre al fronte esterno, c’è anche il fronte interno, non meno violento. Snizhana ha perso la fiducia nei confronti di chi dovrebbe proteggerla – del governo e della polizia – e le dispiace, mi dice. Coglie la delicatezza del loro ruolo, ma non basta; sente la tensione pesare in modo soffocante su tutti gli ucraini che non hanno abbandonato il Paese. Condivide la necessità di una risposta armata all’invasione russa, ma l’esigenza di sicurezza non corrisponde a una delega in bianco. Lamenta, per esempio, il rischio di venir intercettati per strada, arruolati e poi costretti ad andare al fronte, abbracciando armi da fuoco. Resistere, difendersi e conservare la propria umanità è una triade complessa, non scontata. «La guerra, vista da fuori, è solo disumana, invece difendersi è dignitoso e capire come farlo in modo umano è la vera sfida – mi ha sussurrato all’orecchio -; il rischio della dittatura di guerra è questo, un sistema che lascia sempre meno spazio alla coscienza e che in virtù della paura, o del rancore, ti convince a firmare una delega in bianco per il sollievo di sentirsi sicuri. Ma l’insicurezza e il ricatto costante del pericolo al quale non ci si può sottrarre generano tensione, che genera rabbia, la quale può arrivare a generare violenza». Un pomeriggio in macchina mi ha raccontato che ultimamente ci sono molti più droni – soprattutto quando il cielo è sereno perché la visuale è limpida – e di aver trascorso l’intera giornata preoccupata. C’era stata un’esplosione vicino a casa sua e né suo marito, né i suoi figli, rispondevano ai messaggi. Poco dopo ha saputo che c’erano state delle vittime, ma non tra i suoi familiari. Questo non l’ha sollevata dall’angoscia: S. sa che il peso sceso dalle sue spalle ora grava sul cuore di un’altra madre.

Per proteggersi da questi attacchi, stanno rivestendo le strade di reti. A Kherson si è quasi sempre avvolti da un fitto tunnel di intrecci che dovrebbe impedire ai droni di avvicinarsi. È una situazione claustrofobica e forse inutile, considerato che alcuni droni sono enormi e ci si chiede come potrebbero essere fermati da una rete. Una sera ho chiesto a uno dei ragazzi con cui abito quando fosse meglio passare lungo l’unica strada che permette di entrare e uscire dalla città. Lui mi ha guardato stranito: «La guerra è la guerra, non si è mai sicuri – mi ha risposto -. Vivendo qui capisci che questi calcoli non ti salvano, ma ti impediscono di vivere. Puoi anche essere un anziano signore che passeggia accanto alla moglie con il cane, sventolando una bandiera bianca, ma se chi sta pilotando il drone ha scelto, o gli è stato ordinato, che quello è il target, non esiste nessuna compassione». In effetti, proprio quel giorno avevo visto un video che mostrava due anziani e un cane uccisi mentre camminavano in una strada desolata vicino a Kruhliakivka.

Il giovane che mi parla abita insieme alla moglie nella casa di una coppia di amici. Lui è stato arruolato, si sono trasferiti lì per aiutarsi nell’unico modo che per ora sembra efficace: stare insieme. Mi raccontano che un’amica della proprietaria era incinta di due gemelli, una gravidanza resa difficile dalla tensione continua. Ma lei non voleva arrendersi: le hanno detto che in Polonia c’era una buona clinica ed è partita con il marito che, appena sotto i 25 anni, ha potuto lasciare il Paese. Nonostante gli sforzi, però, i bambini non si sono salvati. Anche il suo desiderio di maternità, in mezzo a tutto quel dolore, può apparire incomprensibile. Ma i progetti di vita non appartengono solo ai tempi di pace. Nonostante tutto, la vita, misteriosamente, prosegue.

Così come misteriosamente si creano relazioni anche quando non si riesce a comunicare con le parole. Prima di partire, avrei voluto esprimere la mia commozione alle persone con cui ho vissuto diversi giorni. «Non è poi così assurdo aver creato questo legame senza parlare – mi ha detto un ragazzo -; del resto, la solidarietà è nata prima del linguaggio». È l’ennesimo ragionevole paradosso del vivere in guerra.

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