Colombia, la nostra lotta senza armi
In una delle regioni più “calde” della Colombia, un modello di resistenza nonviolenta nell’ottica di quella pace disarmata e disarmante di cui parla Papa Leone nel messaggio del primo gennaio. La testimonianza di uno dei leader. Guarda qui la nuova puntata di Finis Terrae o ascolta il nostro podcast
«Forse sarò assassinato domani. Ma altri porteranno avanti il mio impegno: i bambini, i giovani continueranno in questo processo di costruzione della pace». José Roviro Lopez Rivera è consapevole dei rischi che corre ogni giorno, scegliendo di non andarsene da un angolo della foresta colombiana al centro delle mire di uomini d’affari senza scrupoli e dei paramilitari al loro servizio. Ma questo attivista campesino di 38 anni cresciuto in un contesto dove sono le armi a dettare legge ha anche ben chiara l’importanza dell’esperimento di nonviolenza quotidiana che condivide da quasi tre decenni insieme a un gruppo di famiglie tenaci, decise a dimostrare che un modello diverso di convivenza tra le persone e con la natura è possibile anche qui. Qui dove la terra è “troppo” fertile, il sottosuolo “troppo” ricco e la posizione “troppo” strategica perché i grandi interessi economici accettino di farsi da parte per rispetto delle comunità locali, dell’ambiente e di un sistema di sviluppo sostenibile.
San José de Apartadó si trova nel Nord-ovest della Colombia, nella regione di Urabá, a una manciata di chilometri dal confine con Panama: punto di passaggio di traffici illeciti quanto remunerativi, dalla coca alle armi, fra Sud e Centro America. Una zona per decenni contesa tra la guerriglia delle Farc (le Forze armate rivoluzionarie della Colombia), l’esercito regolare e vari gruppi paramilitari, spesso al servizio di latifondisti, multinazionali e narcotrafficanti. Non è difficile immaginare perché da queste parti i contadini che non accettano di piegarsi ai “padroni” di turno sono considerati un fastidioso intralcio. Eppure, proprio qui, alcune centinaia di persone sparse in diversi villaggi hanno creato una comunità che rivendica i propri diritti rifiutando l’uso della violenza, nell’ottica di quella “pace disarmata e disarmante” di cui parla Papa Leone XIV nel suo messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 1° gennaio. Si tratta della Comunidad de Paz de San José de Apartadó, di cui José Roviro è uno dei leader. Per questo le minacce nei suoi confronti sono all’ordine del giorno: «Qui chi difende i diritti e l’ambiente rischia la vita – conferma -. Da quando è nata la Comunità, ben trecento membri sono stati uccisi, gli ultimi nel 2024: Edison David e Nalleli Sepulveda. Li hanno colpiti per aver denunciato progetti dannosi per la regione, rifiutato la costruzione di strade illegali e opposto resistenza al controllo territoriale imposto alla popolazione civile».
Come è nata la Comunità di Pace di San José de Apartadó?
«Era un periodo in cui la zona era controllata dalle Farc e si verificavano continui scontri tra guerriglia, esercito e gruppi paramilitari, che spesso agivano in alleanza. Nel marzo del 1997, i livelli di violenza costrinsero gli abitanti dei 32 villaggi del distretto di San José de Apartadó a fuggire. Molti cercarono rifugio nelle città, altri furono uccisi o scomparvero. Una parte fu sfollata nel centro urbano di San José, isolata e circondata dal conflitto. Tornare nei villaggi era impossibile: chiunque provasse a recuperare i propri beni rischiava di essere ucciso o di trovarsi nel mezzo del fuoco incrociato. Le famiglie decisero allora di organizzarsi dichiarando la propria neutralità rispetto ai gruppi armati e rifiutando qualsiasi collaborazione o contatto con le opposte fazioni, nella consapevolezza che anche un gesto minimo a favore di una le avrebbe esposte alle ritorsioni dell’altra. Nacque così la Comunità di Pace, che rivendica il diritto a restare sulla propria terra senza cedere alla logica della guerra».
Lei allora era un bambino: come ha vissuto la sua infanzia?
«Quando fummo sfollati avevo solo dieci anni: non capivo davvero cosa stesse succedendo, ma sentivo il peso della sofferenza che travolgeva la mia famiglia e tutta la nostra gente. Ci rifugiammo nella cittadina di San José proprio mentre nasceva la Comunità di Pace. Lì ricominciai a studiare, ma le mie giornate erano segnate dalla paura e dalla precarietà. Per i miei genitori era quasi impossibile procurarsi il cibo, perché uscire dai sentieri o avvicinarsi alle nostre terre significava rischiare la vita a causa dei continui scontri tra esercito, guerriglia e paramilitari. Ogni giorno assistevo a scene che nessun bambino dovrebbe vedere: parenti, amici e genitori dei miei compagni venivano uccisi ai posti di blocco o nei villaggi, spesso davanti ai nostri occhi. Molti dei ragazzi intorno a me rimasero orfani. Sebbene i miei genitori siano sopravvissuti, crescere in mezzo a tanta brutalità è stato durissimo».
Eppure avete resistito: come è stato possibile?
«Fin dall’inizio abbiamo scelto di lottare in modo pacifico e civile, costruendo forme autonome di lavoro, di agricoltura e di organizzazione che ci permettessero di sopravvivere in armonia con la terra e la natura in un contesto estremamente difficile. Abbiamo imparato a non odiare, a non cercare vendetta anche quando il dolore era insopportabile: abbiamo scelto di vivere la sofferenza senza trasformarla in odio. Ci sostentiamo con l’agricoltura: oltre agli alimenti destinati al consumo interno, come il plátano, il mais e il riso, abbiamo cominciato a cercare, attraverso una vasta rete di solidarietà internazionale che si è allargata negli anni, acquirenti all’estero per alcuni dei nostri prodotti. Abbiano iniziato esportando banane in Europa, poi le difficoltà logistiche legate alla deperibilità di quel frutto ci hanno portato a puntare sul cacao. Siamo riusciti a ottenere la certificazione “fair trade” e quella di prodotto biologico per le nostre fave e abbiamo avviato nuove esportazioni, attraverso i canali del commercio equo e solidale, verso diversi Paesi europei, tra cui la Germania, l’Inghilterra e l’Italia».
Quanto è importante il supporto delle organizzazioni internazionali che fin dall’inizio accompagnano il vostro cammino?
«È stato fondamentale, perché ci ha garantito visibilità, pressione politica e protezione fisica. Possiamo contare infatti sia sul sostegno a distanza di vari organismi, ong internazionali e istituzioni civili, sia sulla presenza sul campo di attivisti stranieri, tra cui gli italiani di Operazione Colomba, che vivono insieme a noi e ci scortano negli spostamenti permettendoci di muoverci, di coltivare la terra e visitare le nostre fattorie con una certa sicurezza di non essere aggrediti. Io, personalmente, non potrei muovermi senza di loro. Questo accompagnamento politico e fisico da parte di tante persone che condividono con noi paure e speranze ci dà la forza per mantenerci uniti e continuare a impegnarci per il nostro progetto».
Perché la violenza non è cessata con l’accordo di pace tra lo Stato e le Farc? Chi vi minaccia oggi e perché?
«Nel 2016 le Farc hanno smobilitato, ma immediatamente da altre zone del Paese sono arrivati i paramilitari che hanno occupato il territorio, iniziando a controllarlo con le armi. Da subito, noi come Comunità di Pace abbiamo denunciato il fenomeno e questo ci ha messo nel mirino, e lo Stato non ci ha difesi anche perché qui non ha alcuna autorità. Gli interessi che disturbiamo sono quelli dei trafficanti ma anche quelli delle grandi imprese, colombiane e straniere, legate all’agrobusiness e all’estrazione mineraria, visto che qui ci sono il carbone, il petrolio, l’oro… Per questo le mega corporazioni internazionali finanziano i paramilitari affinché prendano il controllo della terra, sfollino la popolazione e costruiscano strade illegali attraverso i sentieri per poter sfruttare le risorse».
Di recente il presidente Gustavo Petro ha chiesto pubblicamente scusa per le violenze subite dalla Comunità: oggi vi sentite più protetti dallo Stato?
«Abbiamo a lungo chiesto al governo un atto di perdono e il riconoscimento della Comunità di Pace come promotrice dei diritti umani. Quando finalmente lo abbiamo ricevuto, lo abbiamo accolto come un gesto simbolico, che riconosce le sofferenze subite e dà visibilità al nostro impegno, ma non ci garantisce sicurezza e non cambia la nostra vita quotidiana».
Personalmente, non ha mai pensato di andarsene?
«Mi sento profondamente orgoglioso di essere cresciuto all’interno della Comunità di Pace: qui ho imparato un altro stile di vita, un modo diverso di lavorare, di pensare, di vivere insieme, circondato dal calore delle persone. Oggi sono membro del Consiglio della Comunità e lavoro per costruire la vita, per proteggere il territorio, per i miei figli e i figli dei miei amici, per i giovani e per le famiglie. Non ho mai pensato di andarmene: l’amore per questo luogo e per il processo che abbiamo costruito è così profondo che ormai scorre nel mio sangue. Credo in un futuro diverso, in cui le nuove generazioni non debbano ricorrere alla violenza per proteggersi».
Oggi, anche in Europa, c’è chi sostiene che per preparare la pace futura è necessario tornare ad armarsi: che cosa ne pensa?
«Chi dice che la pace si costruisce con le armi si sbaglia. La pace si costruisce sulla nonviolenza e sulla convivenza civile. Vorrei dire a quelle comunità che subiscono aggressioni che la soluzione non è odiare il nemico: questo porta solo ad amplificare le violenze e accelera la loro stessa distruzione. Ma vorrei anche ricordare al mondo che per alimentare le guerre non è necessario imbracciare le armi: quando sosteniamo aziende che producono armamenti con i quali vengono uccisi i bambini, qui in Colombia come a Gaza e in tanti altri luoghi del pianeta, o quando sfruttiamo l’energia prodotta in contesti in cui le compagnie assassinano attivisti e contadini, siamo anche noi complici di questi crimini».
Articoli correlati
La coesistenza? Ridiamoci su
La fede che viene dal mare

