Venezuela, tensione alle stelle
Mentre preoccupano le tensioni con gli Usa, la gente soffre per il peggioramento delle condizioni di vita: «Qui a El Callao le persone sono concentrate sulla propria sopravvivenza ed è scoppiata la febbre dell’oro, tra molte contraddizioni», racconta il missionario fidei donum Don Giannino Prandelli
Tra Venezuela e Stati Uniti la tensione continua a essere alle stelle. Dopo il “prelievo” del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie da parte di Donald Trump e del dispiegamento di navi da guerra e aerei da combattimento nel Mar dei Caraibi, al largo delle coste venezuelane, il futuro del Paese, affidato temporaneamente alla vice Delcy Rodriguez, è quanto mai incerto.
«La situazione è piuttosto critica», conferma don Giannino Prandelli, missionario fidei donum della diocesi di Brescia, 70 anni di cui gli ultimi 23 trascorsi in Venezuela. Don Giannino osserva l’evolversi della vicenda dalla sua parrocchia di El Callao, città nello Stato di Bolívar, nel Sud-est del Paese. Da vent’anni opera nell’immensa diocesi di Ciudad Guayana, dove imperversa la “febbre dell’oro”.
Don Giannino, che idea si sono fatte le persone del posto circa le tensioni tra Usa e Venezuela?
«Nella nostra zona la gente non ne parla molto, perché è più concentrata sulla propria sopravvivenza. In più, qui siamo distanti dalla costa e da Caracas. Siamo al confine con la Guyana e il Brasile, qui c’è soprattutto un grande movimento di militari alla frontiera. Discorso diverso per le elezioni dello scorso anno: le persone le hanno seguite con più attenzione e con la speranza che, a livello politico, cambiasse qualcosa. Ciò non è avvenuto e la gente si è rassegnata a continuare nelle sue attività per mettere insieme il pranzo con la cena».
Il narcotraffico rappresenta effettivamente una piaga sociale nel Paese?
«Qui da noi è un fenomeno che c’è sempre stato ma ultimamente è aumentato molto, così come la prostituzione, a volte anche infantile. Da vent’anni opero a El Callao e qui la maggior parte delle persone si dedica all’estrazione dell’oro. È un’attività che si è sviluppata dalla seconda metà dell’Ottocento, con alcune imprese anche straniere e l’artigianalità di piccoli minatori. Ora è aumentata molto come conseguenza della situazione socio-politica ed economica. Nel 2005, quando sono arrivato, la città aveva circa 25 mila abitanti: ora, con gente che va e viene, supera i 100 mila. Questo vuol dire che chi non ha trovato un’occupazione redditizia nelle città e negli altri Stati del Paese è venuto qui cercando fortuna in miniera o facendo lavori collegati e ha contribuito a ripopolare tutta la zona. La vita del minatore è molto legata all’abuso di alcol e droghe, utilizzati per resistere alla fatica».
La consistente estrazione mineraria a livello artigianale e industriale ha inciso sull’economia del Paese?
«L’economia venezuelana ha fatto grossi passi indietro, per cui molti di coloro che sono arrivati qui hanno fondato società minerarie che si sono aggiunte a quelle nazionali. Quelle internazionali che lavoravano in precedenza sono state sostituite da imprese statali con collaborazione e capitale a volte straniero o di privati. Il settore garantisce un certo benessere economico ma la gente comune soffre perché non tutti possono dedicarsi all’estrazione dell’oro, senza contare che quest’attività è molto pericolosa. Il 12 ottobre scorso è successo un tragico incidente a causa di un terribile nubifragio che si è abbattuto sulla zona delle miniere: una si è allagata e parecchi minatori sono affogati. D’altra parte, chi non si occupa di estrazione negli ultimi anni ha visto peggiorare il proprio tenore di vita, perché gli stipendi sono bassi e non permettono di soddisfare i bisogni primari».
I prezzi sono aumentati?
«Fare la spesa è un problema: tutti i prezzi sono dollarizzati, paragonabili a quelli italiani. Un operaio guadagna sui 300 dollari al mese, un professore fatica ad arrivare a 100 dollari. C’è molta precarietà e la gente si inventa qualsiasi cosa per procurarsi il necessario per vivere. Anche a livello di sanità, istruzione e servizi c’è stato un calo grave degli standard. Lo vedo nella nostra zona, ma mi sembra che l’emergenza si estenda anche a livello nazionale».
Nel settore minerario ci sono infiltrazioni criminali?
«Dal 2008 sono aumentate la delinquenza e la presenza di bande armate che dominano e controllano il settore. Da quell’anno al 2016 c’è stato un forte clima di violenza: le bande si scontravano tra loro provocando spesso vittime. Ora militari di vario genere proteggono le grandi imprese, mentre le organizzazioni criminali sorvegliano quelle minori. Questo perché il governo e lo stesso esercito li considerano garanti di equilibrio nelle zone dove operano i piccoli minatori. La febbre dell’oro ha influenzato anche le scelte dei giovani: in tutti i paesi ci sono licei e in qualcuno anche l’università, ma molti ritengono che non valga la pena studiare. Pensano che nelle aziende verranno pagati poco e che guadagneranno molto di più in miniera. Nei periodi bui delle bande, molti sono entrati a farne parte, ora cercano soluzioni andando a lavorare con i piccoli minatori. Non è facile riuscire a riscattarli: io vedo che qui, grazie a Dio, alcuni educatori e genitori sono sensibili ed è possibile farlo. Anche in parrocchia abbiamo il gruppo giovanile. Cerchiamo di seguire i ragazzi e aiutarli a non abbandonare lo studio e a restare in contatto con i coetanei delle parrocchie vicine. I risultati ci sono: riescono a terminare gli studi e a migliorare la loro condizione culturale e umana».
Lei è in Venezuela dal 2002. Come ci è arrivato?
«Sono giunto qui con un altro sacerdote della mia diocesi, don Antonio Polana, per appoggiare il missionario fidei donum Adriano Salvadori, che era rimasto da solo in un territorio vastissimo. Dovevamo seguire una parrocchia molto estesa e in particolare un paesino a circa 90 chilometri da El Dorado. Era una zona forestale dedita a piccole coltivazioni e attività minerarie con la presenza di comunità sparse e popolazioni indigene. Nel 2005 mi sono spostato qui a El Callao».
Oltre alle attività ordinarie, si dedica a progetti specifici?
«Da più di vent’anni nella mia parrocchia c’è una mensa per gli anziani. Circa 25 anni fa il mio predecessore si era già reso conto che la popolazione più a rischio eranoloro, perché le pensioni non bastavano e c’era persino chi veniva abbandonato dalle famiglie. Insieme a volontari e cittadini, abbiamo cercato di offrire il nostro aiuto. Dalla pandemia di Covid-19 in avanti le persone bisognose sono aumentate e ora serviamo il pranzo a più di 120 anziani. La maggior parte arriva in parrocchia quando le cuoche hanno già preparato da mangiare, consuma il pasto e poi se ne va. Chi è più in salute ci dà anche una mano con il servizio. Questa iniziativa ha un duplice valore: dare sostegno alimentare e favorire l’aggregazione. Proponiamo attività per fare passare agli anziani del tempo insieme. Possono contare anche su medici e infermieri per un consulto o per reperire medicine. L’obiettivo è il benessere complessivo».
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