Uno spazio di studio dove ci si sente a casa
Il doposcuola promosso a Bissau da padre Giovanni Demaria parte dall’ascolto per poi diventare un luogo di apprendimento, ma soprattutto di incontro e di amicizia che supera le differenze
Forse l’uomo di Galilea, che da duemila anni fa parlare di sé, ha lasciato un segno proprio per la sua capacità di ascoltare le ferite dell’altro, di accostarsi al suo dolore e alle sue gioie e di sintonizzare il suo cuore col cuore del suo interlocutore. Cogliere la necessità profonda che risiede nell’animo di chi ci sta di fronte è forse la cosa che siamo chiamati a fare di più come missionari, almeno in questi tempi.
Qui in Guinea-Bissau, i contesti urbani – e in particolare quello della capitale – sono la vera sfida della missione di oggi, il luogo in cui la pastorale è fatta innanzitutto di ascolto e di accompagnamento, di cura e di tempo dedicato all’altro.
Nasce proprio da qui – dall’esperienza di ascolto che per molti anni ha caratterizzato la sua presenza come parroco di Nostra Signora di Fatima a Bissau – la proposta di padre Giovanni Demaria di aprire uno spazio di studio – una sorta di doposcuola – per offrire innanzitutto un luogo sicuro e accogliente a ogni bambino dove possa studiare, leggere e tessere relazioni.
Questo spazio accoglie davvero tutti, indipendentemente dall’etnia o dalla religione di appartenenza. Qui i bambini possono, attraverso una lezione di scienze, di portoghese o di qualsiasi altra materia, migliorare non solo il loro rendimento scolastico, ma essere accompagnati da uno sguardo di cura e dall’affetto degli educatori. Per questi ultimi, inoltre, si tratta anche di un’opportunità di lavoro, in un Paese dove la precarietà e la disoccupazione giovanile sono molto diffuse. Innanzitutto, però, è per tutti il luogo della prossimità, in cui si possono affrontare anche i temi più “difficili” e delicati.
Un giorno, durante una lezione di educazione civica tenuta da padre Giovanni, l’argomento è caduto su un tema che per molti versi è ancora tabù: quello della circoncisione femminile. Ad ascoltare c’era era un’alunna musulmana di 15 o 16 anni che, non per sentito dire ma purtroppo per esperienza personale, sapeva bene che cosa significasse subire l’infibulazione. Questa grande fiducia della giovane alunna verso il missionario, che l’ha spinta ad aprirsi e raccontargli una delle cose più intime della sua vita, ha permesso di abbattere barriere e differenze culturali e di genere.
È un esempio tra molti ed è un segno significativo del grande potenziale che ha questo spazio di studio e di incontro, che è innanzitutto un posto dove sentirsi accolti, aprire con libertà il proprio cuore e fare amicizia. Un luogo che per molti bambini – speriamo – è anche un po’ “casa”.
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